Giubileo, Concilio, rischio e speranza

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Il Giubileo fa notizia: tutti i media hanno dato spazio rilevante agli eventi ed alle cerimonie della sua apertura. A me pare tuttavia che non si sia colto a sufficienza il nesso tra la sua indizione e celebrazione e le connessioni richiamate da papa Francesco con il Concilio Vaticano II. L’esplicita dichiarazione di Francesco circa un evento che vuol ricordare la ricorrenza cinquantenaria delle conclusioni conciliari, mi pare, fino ad ora, sostanzialmente rimossa. Eppure, a ben vedere, ci sono alcune insistenze e ripetuti richiami alla presenza di una Chiesa che, nonostante il significativo arco temporale intercorso, sta ancora realizzando, per consolidarlo in pienezza, il messaggio del Vaticano II.

Per non complicare troppo il discorso scelgo di riprendere alcuni snodi del discorso di apertura dell’assise conciliare, proposto da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962; tre in particolare.

Il primo: Giovanni ha rimproverato i profeti di sventura ed oggi parecchi profeti si fanno ancora presenti tra coloro che, anche all’interno della Chiesa, avrebbero voluto sospendere le celebrazioni del Giubileo per timori commessi alle azioni del terrorismo. Sia chiaro, nessuna confusione. So bene che i profeti di sventura richiamati da Giovanni XXIII non possono paragonarsi a coloro che oggi paventano le azioni dei criminali che si fanno vivi nelle più diverse ed impreviste occasioni; so bene che un conto è guardare con fiducia alle possibilità positive di una storia fatta di inevitabili contraddizioni (atteggiamento di papa Giovanni), altra cosa è il rischio legato alle sconvolgenti e cruente iniziative criminali dei nuovi barbari che si fanno scudo del fondamentalismo religioso; sia chiaro: nessuna confusione. E tuttavia: si può immaginare quale successo mediatico e di immagine per il terrorismo se avesse provocato la sospensione di un evento proclamato e conosciuto in faccia al mondo? Certo, e prevengo l’obiezione, sarebbe ben peggio se (Dio non voglia!) succedesse qualcosa di drammatico e cruento in occasione degli assembramenti legati al Giubileo. Ed allora? cosa facciamo? Dobbiamo sospendere tutte le manifestazioni ludiche, sportive, religiose? dobbiamo sospendere tutte le gare internazionali? Se ci pensiamo, di questo si tratta. C’è il rischio, certo, ma bisognerebbe richiamare anche la speranza (e spero non sia un’illusione) che alla fine sia la ragione e non la forza, anche cruenta e barbarica, ad avere la parola definitiva.

Il secondo. Papa Giovanni ha aperto il Concilio dichiarando al mondo che la cifra della pastorale doveva essere quella della misericordia. E qui non serve insistere: Francesco ritiene che la misericordia sia pilastro costitutivo della missione del Cristianesimo nella storia. Tale è la sua insistenza, in merito, che un’insistenza da parte mia sarebbe del tutto inutile ed irrilevante.

C’è da dire però che legato allo snodo della misericordia c’è un terzo fattore costitutivo che lega il Giubileo di oggi alle proposte del Concilio. Giovanni, proponendo un registro pastorale per l’assise conciliare, confidava sulla presenza della Chiesa e del Cristianesimo nelle vie della storia e del mondo. Oggi Francesco spinge questa presenza fino alle “periferie del mondo”: cioè intende una missione che si fa carico di tutte le più diverse realtà temporali, accompagnandole nel pieno rispetto delle loro autonomie profane.

Siamo sul serio al completamento di una svolta: finisce il grande, ma superato periodo della concezione tridentina. Qualcuno ricorderà che, ancora  per il Giubileo del 1950, Pio XII parlava dell’anno del grande ritorno. La Chiesa apriva le sue porte, ma era il mondo che doveva cercarle, raggiungerle e percorrerle; oggi è la Chiesa che esce per andare incontro alle vicende , anche profane della storia. Si tratta di un cammino che, cominciato col Concilio, a ben vedere, non si è mai interrotto; tuttavia c’è stato un passaggio, soprattutto con il carismatico pontificato di Giovanni Paolo II, in cui il cammino della Chiesa verso il mondo sembrava a tratti (non sempre!) un percorso di conquista. Oggi si tratta di un accompagnamento di condivisione. Compiere questo progetto significa sul serio completare, nella Chiesa e nei suoi rapporti col mondo, una svolta epocale, una “rivoluzione copernicana”.

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