La Francia si veste di nero?

Daniele Borioli (*)

lpLo choc  provocato, agli occhi e al cuore di un democratico, dall’enorme successo riscosso dal Front National al primo turno delle elezioni regionali francesi consiste essenzialmente in questo: mai in un Paese di lunga tradizione democratica, componente primario dell’alleanza che sconfisse il nazismo nella seconda guerra mondiale, al punto dall’avere un posto di diritto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, socio fondatore dell’Unione Europea, della quale è primario attore economico, demografico e militare, ha espresso un così vasto consenso a una forza di estrema destra, antieuropea, ultranazionalista e apertamente xenofoba.

Una forza, cioè, che nonostante l’occultamento tattico dei più imbarazzanti connotati razzisti è antitetica ai valori storici ed etici sui quali si è fondata la convivenza civile nel nostro e si sono costruite le istituzioni europee.

Il quadro restituisce tinte ancor più fosche se si considera il rischio che, con le percentuali di domenica, Marine Le Pen si pone quale potenziale candidato competitivo per la prossima corsa all’Eliseo. A una poltrona, perciò, dalla quale si governano importanti forze militari nonché una non indifferente dotazione di armi nucleari.

Naturalmente, per vedere quanto questo scenario nazionale sia concretamente realizzabile, occorrerà attendere il secondo turno. E misurare quanto il successo del Front al primo passaggio farà da elastico per un ulteriore salto o quanto viceversa, una volta dato il segnale ai partiti democratici, gli elettori preferiranno ridimensionare le ambizioni delle due Le Pen. In quest’ultima direzione vanno diversi commenti in questi giorni. E le stesse prudenze della leader.

Rimane comunque vero che mai, nel secondo dopoguerra, una grande democrazia è arrivata così vicina alla possibilità che il potere passi nelle mani di una forza antidemocratica e, in profondità, antisemita. Nonostante le tattiche prese di distanza di Marine dal’anziano padre e fondatore del movimento. Su questo punto, se è vero che fa parte del dna democratico l’accettare il responso degli elettori liberamente espresso, neppure si può dimenticare come l’ascesa al potere di alcune delle più nefaste dittature del secolo breve sia passata attraverso un percorso inizialmente “democratico” elettorale.

Resta da riflettere sulle ragioni di questo voto. Esercizio non semplice, in cui lo sguardo sull’attualità si deve incrociare con la visione lunga. Nel voto francese si riflettono, probabilmente, i sentimenti di un’identità nazionale confusa, che ha smarrito l’orgoglio per la passata grandeur, e ora ne ricerca un surrogato nelle “spacconate” ultranazionaliste della destra estrema. E così pure, nella virulenta xenofobia interpretata dal Front si riflettono insieme il fallimento di un modello di integrazione che, già quasi dieci anni fa, abbiamo visto duramente messo alla corda nelle banlieu. Come un contrappasso rispetto alla tramontata grandezza coloniale. Su questi fattori, la durezza della crisi economica, che come in Italia ha trascinato vasti strati popolari da una posizione garantita a un condizione precaria o prossima alla soglia di povertà, è diventata il tritolo fatto esplodere dalla miccia della paura, divenuta terrore dopo Charlie Hebdo e, ancor di più, dopo il Bataclan.

Probabilmente, la reazione forte, e da molti a sinistra ritenuta discutibile, di Hollande di fronte all’attacco terrorista è servita a contenere l’emorragia del socialismo francese e ad evitare che l’attacco della destra producesse danni anche peggiori. Ma è evidente come questa reazione non basti a nascondere e neppure ad attenuare la crisi profonda che colpisce la sinistra francese, non minore nella sua componente radicale rispetto alla componente riformista, valutati i risultati residuali ottenuti dal Front de Gauche. Allo steso modo, appare significativamente fallito il “sogno di gloria” della destra democratica, che Sarkozy pensava di poter rilanciare agli antichi fasti cavalcando alcune della parole d’ordine della destra radicale.

Non solo questi, tuttavia sono gli spunti che ci arrivano dalla Francia. Ne voglio aggiungere solo pochi altri. Il primo riguarda la crisi che investe la sinistra riformista in quasi tutti i più significativi Paesi europei. Il che mostra con ogni evidenza come sia anche sul terreno continentale, se non soprattutto su quello, che occorre muoversi per ricostruire un paradigma in grado di ripristinare forza e modernità di un’esperienza che, per diversi aspetti, sembra essere avvertita da strati sempre più vasti di elettori europei come “fuori tempo”. E rimarca nel contempo quanto siano provinciali e privi di reale portata molti delle convulse polemiche intestine, che non solo hanno prodotto di recente l’ennesima scissione a sinistra della storia politica italiana, ma continuano quotidianamente ad alimentare il dibattito nel Pd, che si compiace di parlarsi addosso e di sentire l’eco di voci risuonare nel vuoto.

Nell’ambito della famiglia socialista europea, il Partito Democratico è uno dei figli che gode, pur con consistenti problemi, del miglior stato di salute. Certo non basta questo a tranquillizzare in vista dei prossimi appuntamenti, ma è pur sempre un fatto che, nonostante l’incalzante pressing del Movimento 5 Stelle, l’Italia sia uno dei pochi grandi Paesi d’Europa in cui la principale forza ascrivibile al campo del centrosinistra riformista si presenta ancora prima in tutti i sondaggi.

Questo vuol dire che si debba rinunciare al pluralismo interno e uniformarsi tutti al pensiero della maggioranza e alle indicazioni del Premier-Segretario? Certo che no. Ma è quantomeno opinabile, per non dire autolesionistico, che non si cerchi di partire, pur nel legittimo esercizio di animare la dialettica interna al partito e, più in generale, al campo del centrosinistra, da alcuni elementi di fatto positivi, che possono essere annoverati tra i successi del PD a guida renziana.

Li cito di passaggio. Renzi è riuscito, senz’altro alle Europee ma in parte anche successivamente, a infrangere un muro che pareva non scalfibile dai partiti riconducibili alla storia della sinistra italiana: quello del rapporto con una vasta platea di protagonisti della vita economica e sociale italiana, in particolare collocati tra i ceti medi della minore impresa e delle professioni, che hanno sempre nutrito e caparbiamente mantenuto una diffidenza ostinata nei nostri confronti.

Questo secondo alcuni è letto come un difetto da contaminazione, come segno di una virata a destra rispetto alla vocazione primigenia della sinistra e del centrosinistra italiano, mentre invece a mio avviso è in sé un elemento fecondo, che può servire all’assolvimento di un compito storico: quello di sottrarre le categorie sopra richiamate all’antistatalismo che ne ha segnato la storia, molto spesso consegnandole alle mani delle risposte autoritarie o populiste.

So bene che questa opzione è stata, in parte, anche realizzata picconando alcuni dei baluardi, talvolta dei totem e dei simboli della tradizionale cultura della sinistra dalla quale molti di noi provengono; e so bene come ciò ci sia costato qualche prezzo elettorale e non solo. Un prezzo che, sicuramente, va recuperato: proprio perché non possiamo, per conquistare nuovo elettorato, regalare alle destre i voti dei ceti popolari. Ma questo non significa cancellare i passi mossi sino ad ora, per ripiegare su una proposta politica che ritorni a ricalcare le parole d’ordine con le quali abbiamo anche talvolta ottenuto lusinghieri risultati, senza tuttavia mai essere davvero maggioranza quanto all’insediamento sociale.

Può sembrare, questo, un ragionamento avulso dai commenti che si possono rilasciare in margine alle elezioni francesi. Ma in realtà non è così. Se vogliamo evitare che anche l’Italia si consegni mani e piedi a un rischio quale quello che abbiamo visto in atto oltralpe, occorre che ci concentriamo, a mio avviso, su questa domanda strategica: come facciamo a legare in un patto per il Paese e per l’Europa i due mondi che costituiscono, tra loro sommati, la gran parte della popolazione italiana.

A questo, io credo, dovrebbero servire il pluralismo e la ricchezza di posizioni ideali e culturali che animano un partito post-ideologico e post-identitario come il nostro, nel suo cercare di rendersi utile in questo difficilissimo momento dell’Occidente.

Infine, mi voglio brevemente soffermare su una questione che reputo cruciale. Ciò che è accaduto domenica in Francia è uno dei sintomi più gravi della patologia di credibilità che sta aggredendo il progetto europeo. Nel manifestarsi di tale patologia, è evidente quanto giocano le recrudescenze terroristiche, secondo molti la vera e propria guerra che Isis ha dichiarato all’Occidente. Così come non può sfuggire il peso delle imponenti ondate migratorie e dei problemi che essere rilasciano su una molteplicità di versanti. Ma è altrettanto evidente che è nella stessa Europa che va, in qualche modo, ricercato il fattore congenito della malattia. L’Europa ha interrotto al capitolo “moneta” la scrittura di un libro che, di fronte all’aggressione della crisi più grave di tutti i tempi, ha visto progressivamente corrodersi le pagine più entusiasmanti.

Sono rimaste in campo le narrazioni del rigorismo cupo e un po’ ottuso, di un sacrificio protratto a stigmatizzare come colpa i periodi della precedente agiatezza, a ingabbiare ogni tentativo di delineare alternative di percorso in una fitta gabbia di sanzioni morali e di fatto. Per alcuni versi questo è stato necessario. Non sarebbe neppure il caso di scomodare la trita immagine della cicale e della formica per dire quanto, in fondo, fosse anche comprensibile l’atteggiamento di quei Paesi che, mentre taluni vivevano al di sopra delle proprie possibilità cumulando debiti, si concentravano per attrezzarsi al futuro con le necessarie riforme.

Ma quel tempo è finito. E ha ragione Renzi quando dice che se l’Europa non cambia è lei stessa a diventare la migliore alleata di Le Pen. C’è forse qualcosa di rozzo e schematico in questa affermazione. Ma c’è un nucleo incontestabile di verità. Nato come sogno di una più grande e aperta “casa comune”, l’Unione Europea rischia di trasformarsi agli occhi di milioni di europei un incubo animato da prescrizioni, divieti, ammende, squilibri commerciali: un vasto campo infestato di problemi più che un nuovo territorio di libertà e opportunità.

Oggi come oggi, diciamocelo chiaro e diciamocelo da europeisti convinti, del sogno rimangono gli scritti dei padri fondatori, la generazione Erasmus e l’idea di uno spazio comune che quelli della mia età hanno avuto la fortuna di esplorare concretamente in lungo e in largo. Se sotto i colpi del terrorismo dovesse cadere anche Schengen, sarebbe davvero il buio. Un buio in cui il nero lepenista finirebbe per apparire come la risposta più coerente.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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One thought on “La Francia si veste di nero?

  1. Condivido le riflessioni attinenti l’Europa e il suo “degenerare”; compreso il fatto che il positivo allargamento ha portato nella UE anche culture politiche “conservatrici”, con una visione diversa dai Padri Costituenti. E questo condiziona, da tanti punti di vista. Però gli elettori votano nei singoli Stati. E sono i personaggi e le loro politiche che vengono valutate. E oggi, purtroppo, va detto che tutte le parti politiche e i Governi che si sono succeduti hanno dovuto (o voluto?!?) assumere decisioni non solo impopolari, ma che sono frutto di un accodarsi alle posizioni della finanza, del capitalismo, dei potentati. Comprese le scelte di politica estera e militare. Le misure di solidarietà fra le generazioni e le critiche ai diritti acquisiti sono percepiti come un attuare un impoverimento generale. La solidarietà va bene se porta, in tempi non biblici, alla ripresa e all’aumento dell’occupazione, altrimenti si assottiglia sempre di più la possibilità di tirare avanti dignitosamente. E poichè, pare che, il lavoro (per la tecnologia e le procedure elettroniche) avrà bisogno di minor mano d’opera, o si dovrà ripartirlo in modo diverso, o si dovranno inventare modalità nuove per fornire reddito alle persone. Solo se c’è una significativa percentuale di persone che versano contributi e pagano le tasse ci saranno i fondi per il welfare e per tutto il resto. Quindi la fantasia va esercitata per offrire lavoro, perchè ci siano più occasioni di lavoro. Ultima annotazione. Poichè qualunque partito, tendenza, visione si può presentare alla elezioni, i cittadini votano chi gli pare e chi gli dà fiducia. Però se si può votare per xenofobi, reazionari, per chi è contro alla stessa idea di Unione Europea, per chi vuole costruire muri, ecc. (non dimentichiamo che non c’è solo Le Pen, ma c’è Orban, c’è Alba dorata, ecc.) poi non ci si può stupire. Il problema è capire – oltre alla educazione civica e democratica – se non sia superato l’attuale sistema di suffragio universale e se non ci siano limiti a partiti con programmi antidemocratici a presentarsi alle elezioni. E infine se chi si dice democratico non intenda rivedere profondamente il modo di fare politica e i contenuti su cui chiedere i consensi; oltre a capire quale sia la modalità anche organizzativa per tenere insieme, su valori condivisi, le culture politiche popolari e sociali su cui si fonda la nostra Repubblica e su cui è stata fondata l’Europa

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