Esculturazione

Marco Ciani

lpExculturation, escluturazione in italiano, è un neologismo coniato da Danièle Hervieu-Léger, insigne studiosa delle religioni di origine francese. Nel vocabolario italiano non esiste. O almeno, in quelli in mio possesso non si trova. Esiste però la parola opposta, inculturazione, che il Devoto-Oli definisce nell’ambito della “psicologia sociologica, l’assimilazione della cultura del gruppo d’appartenenza durante il processo di socializzazione dell’individuo”.

Possiamo perciò derivare il significato del termine che dà il titolo a questo breve contributo, come opposto di inculturazione. Ecco allora che con “esculturazione” indicheremo un processo di dissimilazione (nel senso etimologico di rendersi non/simile) rispetto alla propria cultura di appartenenza, nel momento in cui si avvia una fase di socializzazione, che riferiremo in questo caso non a un individuo, ma ad una civiltà.

Mi rendo conto che le premesse sono un po’ complesse. Ma mi servono per tentare di fornire una chiave di lettura possibilmente non banale a quanto successo in Francia nel corso delle ultime elezioni regionali.

Ero stato facile profeta in Parigi e il futuro dell’Europa (citarsi rivela quasi sempre una mancanza di stile, ma talvolta può risultare utile per agevolare il ragionamento) ad immaginare che l’ultimo attentato parigino avrebbe portato prospettive di avanzata per il Front National. Credo però che il tema non sia semplicemente inquadrabile in una pulsione reattiva derivante dalla necessità di sicurezza.

Io penso, secondo una tesi mi rendo conto discutibile, che ciò che è avvenuto domenica in Francia riveli un cambiamento più profondo, più antropologico se vogliamo. In quell’articolo avevo accennato ad un problema che l’Occidente e in primo luogo la sua culla, ovvero l’Europa, rimuove: il fatto banale che l’Islam inteso come civiltà e non solo religione, pur in tutte le sue variegate sfaccettature ed ampie distinzioni, si fonda su una idea forte della propria identità, al contrario del Vecchio continente che pare invece in preda a pulsioni autolesioniste, quando non autodistruttive.

Se a tale decadenza si aggiungono gli effetti della crisi economica (che nel caso della Francia, ha spazzato via ogni residua illusione di grandeur), la gelida pervasività delle tecnoburocrazie finanziarie ed economiche comunitarie, la perdita di senso dovuta all’eclisse delle grandi narrazioni siano religiose (come il cristianesimo) o laiche (come il socialismo), in ciò accomunate da una secolarizzazione fondata sul trionfo dell’individualismo materialista…ebbene quando tutto ciò si somma è del tutto naturale che il terrore prenda il sopravvento. E conduca a un tentativo di reazione istintiva, anche veemente. Di tale situazione gli attentati rappresentano, a mio avviso, soltanto la miccia, non l’esplosivo.

Se tale scenario è vero, l’Europa rischia di vedere «il suo modello di civiltà disfarsi pezzo per pezzo» per parafrasare ancora una volta il Papa Emerito Benedetto XVI. Di Joseph Ratzinger, allora Decano del collegio cardinalizio, avevo accolto con freddezza mista ad una punta di sarcasmo il riferimento alla «dittatura del relativismo», enunciata nel corso dell’omelia nella Missa pro eligendo Romano Pontifice nel 2005, relativismo inteso come «il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”», unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Ebbene mi sbagliavo.

L’equivoco di fondo che in molti, non solo io, avevano fatto proprio, consisteva nel confondere la condanna del relativismo con la condanna della discussione critica, ossia con il libero scontro tra idee diverse che, generate dal dubbio, si confrontano e si contrappongono. Chiaro che, posta in questi termini, la censura poteva apparire come un tentativo di ritorno a forme ormai obsolete di oscurantismo religioso. Ma non era probabilmente ciò che il Cardinale intendeva.

Letta infatti in un’ottica plausibilmente più corretta, ovvero come “non tutte le idee sono equivalenti”, per dirla in modo molto semplice, l’esortazione acquista tutt’altro significato. Non si dovrebbero mettere in dubbio, per esempio, concetti come la separazione di religione e stato, la libertà di coscienza, i diritti umani, o altre cose come queste, che sono una conquista storica della civiltà occidentale. Se, in nome di una tolleranza illimitata, che pure è una caratteristica ormai acquisita della nostra cultura, o di una accoglienza priva di vincoli, noi accettiamo che qualcuno in Europa le ponga in discussione, non ci lamenteremo se poi si aprono due strade: la sottomissione (per dirla alla Houellebecq) o la reazione (per dirla, questa volta, alla Le Pen).

Non si dà una civiltà senza un minimo di valori condivisi, ma anche imposti con la forza se serve. Almeno fin che si è in tempo. Penso ad esempio ai precetti delle nostre costituzioni europee, fondate su democrazia, libertà, uguaglianza, fraternità, valori cui la Francia dei lumi ha fornito un contributo determinante. Non capisco perciò quale bizzarro concetto di rispetto delle differenze possa portare un cittadino, in larga parte d’Europa, ad essere condannato per apologia di fascismo o per aver negato l’esistenza della Shoah mentre se, per esempio, lo stesso cittadino sostenesse l’inferiorità della donna o la discriminazione degli omosessuali dovrebbe essere lasciato in pace. Mirabilante strabismo.

Per dirla con Karl Popper «Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti» perché non è vero, anche qui parafrasando un celebre filosofo, che nella notte tutte le vacche sono scure. Sono scure solo se teniamo spenta la lanterna della ragione. Vedremmo allora che la produzione, complessivamente intesa, in termini di filosofia, letteratura, arte, diritto, scienza, tecnologia ed economia dell’Occidente è incomparabilmente più ricca e avanzata rispetto a quella di ogni altra civiltà si possa prendere a paragone. E in questo contesto, condensato di secoli di un’evoluzione che parte dall’eredità dei greci, che la Francia rivoluzionaria arrivò a produrre la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

Ma noi come ci regoliamo? Appellandoci ad una mal interpretata apertura verso altri mondi, ebbri del nichilismo nel quale ci crogioliamo, accettiamo a fronte di culture assai più arretrate di espungere i nostri valori, piano piano, un passo alla volta, in modo progressivo, realizzando in concreto quel processo di esculturazione dal quale siamo partiti. Pensiamo in questi giorni, per dire la cosa più banale, più innocua e meno significativa, all’eliminazione dai presepi in alcune scuole, con la scusa di non dare fastidio a chi proviene da altre tradizioni.

In Francia, operando una scelta di pancia, anche per effetto dell’enorme sensazione generata da due attentati in meno di un anno, l’elettorato ha reagito con il voto. Una scelta disperata che è anche ma non più solo, date le dimensioni e le concrete prospettive future, di protesta. Un’opzione che ormai rappresenta, pur nell’assenza di razionalità, un grido di dolore di fronte al colpevole sonno di chi – come i partiti tradizionali di destra e di sinistra democratica – invece di coltivare e difendere l’albero della propria storia, ne lasciano essiccare le radici.

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