Il paese delle cicale

Il punto  Marco Ciani

boeLa settimana appena trascorsa ha fatto registrare alcune uscite che, almeno per l’autorevolezza delle fonti, meritano un minimo di considerazione. Ha avviato le danze il presidente dell’Inps Tito Boeri sostenendo che “I trentenni di oggi andranno in pensione a 75 anni e con un assegno basso”, dose rincarata anche dall’Ocse. A stretto giro di posta è uscito Giuseppe De Rita con il rapporto 2015 del Censis che disegna il profilo di un “paese in letargo che non sa più progettare il futuro”.

Personalmente, mi ha anche molto colpito l’analisi del professor Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano, per il quale: “Nessuno in Italia pensa al futuro, tra 40 anni sarà un disastro”. A queste rapide sintesi, aggiungerei la frase pronunciata recentemente dal presidente di Confindustria Messina, Alfredo Schipani “Quando si vive solo di speranze si finisce con la rassegnazione”.

In sostanza, tutti gli interlocutori intervenuti indicano una questione molto grave dell’Italia, ovvero l’assenza di progettazione e di consequenzialità rispetto ai gravi problemi di cui soffre il nostro bel paese. Purtroppo, a fare le spese di questa carenza sono destinate soprattutto le fasce più deboli della popolazione ed i giovani. Per entrambe le categorie, rebus sic stantibus, si profila un futuro precario. Detto fuor di metafora, nell’arco di qualche anno, massimo qualche decennio, diventeremo un paese di poveri.

Ciò nonostante, continuo a constatare come, posti di fronte a tale problema, la maggior parte degli interlocutori, talvolta anche capaci ed autorevoli, mantengano un atteggiamento fatalista. Della serie: dobbiamo essere ottimisti, tenere viva la speranza, e altre belle cose di questo tipo.

Con questo loro modo di fare, mi ricordano assai la moglie di un caro amico, la quale non studiava per gli esami scolastici ma, alla vigilia dell’interrogazione, si recava in chiesa per recitare il rosario nella speranza che avvenisse il miracolo. Inutile raccontare come andava regolarmente a finire la storia. Salvo casi eccezionali, non si può vincere nessuna sfida impegnativa se non ci si è preparati per tempo, con costanza e dedizione. Analizzando quindi lo sforzo necessario e regolandosi di conseguenza, passo dopo passo.

Ci sono dei problemi che non possono essere affrontati all’ultimo momento, a pena di sonori fallimenti. La previdenza dei giovani è una di queste. Il rilancio dell’economia e della competitività è un altro. Idem per la qualità dell’educazione scolastica. Così anche per la sostenibilità a lungo termine del welfare. E l’elenco si fa lungo.

Pensare e, conseguentemente, agire per tempo dovrebbe far parte dei compiti di una buona politica e non solo. Pensare alle prossime generazioni e non alla prossima campagna elettorale insomma, secondo la vulgata di autorevoli statisti. Sarà anche una frase quanto mai abusata, ma assai poco praticata nel concreto dai nostri governanti, dalle istituzioni, dai corpi intermedi, dalle agenzie educative.

Forse un po’ banalizzando, il problema della progettazione del futuro è il problema di come investire le risorse, poche o tante, di cui si dispone. Innanzitutto risorse di tempo, di denaro, di energia, di motivazione. Di come rendere il loro impiego coerente con la visione del futuro che ci si immagina per i propri figli in un paese che, non a caso, di figli ne cresce sempre meno. Con tutte le conseguenze che ciò determinerà.

Personalmente non ho problemi ad affermare, avendo due figli in età da scuola primaria, che fatico a vedere un futuro per loro nel nostro paese e, sotto sotto, spero che prendano la strada dell’emigrazione in luoghi che offrano più opportunità ed un futuro fondato su scelte concrete e su politiche razionali, piuttosto che su speranze basate sul nulla o sull’auspicio della buona stella.

Poiché parlando con qualche giovane e con qualche genitore mi rendo conto che la prospettiva, ancorché tutt’altro che rosea, risulta condivisa da una buona fetta di interessati credo sia venuto il tempo di costruirci sopra un’alternativa che fornisca una speranza fondata sulla ragione e sulle scelte concrete per rimanere qui in Italia.

A chi spetta l’onere della prima mossa? Ai giovani, martiri predestinati? Ai loro genitori e nonni che, di questa situazione, sono al contempo vittime e fautori? Francamente non lo so. Quello che invece so riguarda due cose.

La prima è che, salvo le eccellenze, da una siffatta situazione non si esce da soli. Oggi le soluzioni adottate in Italia sono prevalentemente individuali o, più facilmente e fintanto che le generazioni mature non si estingueranno, familiari. La famiglia rimane il più grande ammortizzatore sociale del paese, fatto che costituisce al contempo un bene (meno male che c’è) ed un male (se non ci fosse, forse dovremmo individuare altre risposte più strutturate). Per molti italiani vale cioè l’incipit della poesia di Quasimodo “Ognuno sta solo sul cuore della terra”. Ma per i problemi sociali, la solitudine, nel lungo termine, è una risposta solo per pochi eletti.

La seconda, che senza un cambio di prospettiva che porti a sacrificare qualche privilegio ingiustificato per il presente a fronte di un investimento vero per il futuro, siamo inevitabilmente destinati a rimanere un paese declinante, la cui uscita dal novero delle nazioni avanzate, che contano, sarà una questione di tempo, ma non di dubbi.

Diamoci quindi da fare. Per tempo.

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5 thoughts on “Il paese delle cicale

  1. OK sul “memento” dell’amico Ciani, meno che sulle cicale del titolo ad effetto. Non come ai bei tempi, ma siamo ancora un popolo di (appena si può) laboriose formiche e per alcuni decenni postbellici ne abbiamo dato pubblica testimonianza (problemi a parte sulla destinazione del risparmio). Poi sul finire del secolo scorso – per una serie di circostanze piuttosto note sulle quali è superfluo intrattenersi – ci siamo consegnati ad insigni prestigiatori ( sì, quelli del cappello e del coniglio etc. etc.) . Tutti focalizzati, non importa se in positivo o negativo, sulla magia del momento, e il futuro in braccio al vecchio Giove.
    Per un piccolo-grande esempio di magia, prego consultare il fascicolo di dicembre de “Le Scienze” : editoriale e articolo dedicati al Post-Expo e al mitico/misterioso “Human Technopole Italy 2040”. Onorato il futuro! ci mancherebbe, ma apparecchiato tra potere e affari di giornata. Come dire? facciamoci (cicaleggiamoci) gli auguri.

  2. perché non scrivete una recensione sul film sull’ amianto a Casale “Un posto sicuro”? Eppure è giustamente un tema che vi sta a cuore, e che trattate con profondità.

  3. Cicale o formiche, il vero problema è la promozione di un nuovo industrialismo non fondato soltanto sul petrolio, sul turismo e sulle fonti di energia più o meno alternative.
    Quando ci renderemo conto che abbiamo una grande e diffusa risorsa che sappiamo utilizzare soltanto con i criteri del vecchio industrialismo dello sfruttamento commerciale?
    C’è qualcuno che ha voglia di riprendere le indicazioni urbanistiche presenti nel “Piano Umbria” redatto, nel 1973-75, dall’ICR diretto da Giovanni Urbani? Purtroppo di quel Piano, diventato subito “proposta dispersa” per l’insensibilità del Ministero dei beni culturali e della Regione Umbria, esistono poche copie dattiloscritte e stampate in offset da Tecneco (azienda ENI chiusa da tempo). Se ne può leggere l’Introduzione alle pagg. 103-112 del postumo: Giovani Urbani, Intorno al restauro, Milano, Skira, 2000.
    Senza la capacità di usare correttamente e compiutamente le risorse dei territori storici (prospettiva possibile soltanto con nuova ricerca scientifica), ci sarà crescita degli inquinamenti, ma non reale sviluppo (civile e produttivo), anche se dovessimo tornare ad essere le formiche dei passati Anni ’50-’60 del ‘900.

  4. Ancora una volta, una causa fortemente determinante è da identificarsi nel liberismo, il quale, a sua volta, è figlio di un individualismo portato all’eccesso. Circa duecento anni di conquiste sociali hanno fatto sì che nascesse un sistema fiscale con imposizione fortemente progressiva e basata sul reddito anziché, come si vorrebbe fare oggi, sul consumo o sul patrimonio: un sistema che, seppur soggetto ad evasione – e nemmeno gli altri sistemi ne sono immuni – garantiva quella redistribuzione della ricchezza volta, se non ad azzerare, quanto meno ad attenuare le disuguaglianze sociali e lo stesso dicasi per i servizi pubblici essenziali ad alta rilevanza sociale, per i quali il concetto d’impresa e di lucro privato non solo era vietata, ma non era nemmeno concepibile per le illuminate menti del passato che hanno attuato una doverosa politica di nazionalizzazione dei medesimi. Sul fronte del Diritto del lavoro, la degressività dei rendimenti dei contributi versati era l’aspetto duale della progressività dell’aliquota impositiva e, il tanto criticato sistema retributivo sarebbe, magari modificato, ancora in essere agendo sui parametri ora menzionati, anziché considerare anche la pensione non già un servizio di previdenza, ma un piano d’accumulo finanziario, come l’odierna deriva ci ha portato.
    Va da sé che chi ha tendenza ad operare come la cicala debba essere instradato ad operare come formica e questo, nel linguaggio del Diritto, si traduce in termini di obblighi: probabilmente, se non fossero obbligatori i contributi previdenziali, pochi li verserebbero o, peggio, pochi potrebbero permettersi di versarli, come già succede oltre Atlantico, dove una società (con la minuscola d’obbligo) basata sulla proprietà e sul lucro privato esclude moltissime persone dall’avere un’esistenza accettabile, mentre pochissimi sono francamente agiati; una società dove il cittadino è costretto a scegliere se pagare l’assicurazione contro le malattie o il fondo pensione o il mutuo per l’abitazione. Vogliamo, anche in Europa, ridurci a queste bassezze? L’operosità ed il risparmio dei singoli sono condizione necessaria, ma non sufficiente, se non accompagnati da una politica veramente sociale.

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