Debolezza del consenso e morte della politica

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Serata straordinaria quella di ieri sera, 4 dicembre, a “Cultura e sviluppo”, come peraltro le varie tappe di un percorso che l’associazione propone con i giovedì culturali nel corso dell’anno. Serata che ha provveduto a sgombrare il campo dai diversi pregiudizi che sullo Stato islamico, sul Califfato e sulla Jihad vanno proponendo non solo i cosiddetti pronunciamenti popolari o “da bar”, ma bene spesso anche i media più accreditati.

In ogni caso non voglio certo, in questa sede, tentare anche solo una sintesi del confronto serrato tra l’amico prof. Valter Coralluzzo ed il giornalista dott. Domenico Quirico, confronto che ha marcato anche qualche passaggio inevitabilmente dialettico; altri probabilmente lo farà, nelle sedi opportune. A me preme sottolineare un passaggio del ragionamento di Quirico, ragionamento che se altri ha già da diverso tempo proposto, mai l’avevo rilevato così lucido, incisivo ed impietoso nella valutazione dell’Occidente. Riguarda la constatazione dei tempi scelti dai fondamentalisti islamici per accelerare la realizzazione del loro progetto: il rafforzamento del Califfato sul versante territoriale, istituzionale e militare. Una scelta che riguarda il nostro tempo perché si è rivelata in tutta la sua evidenza la debolezza del “nemico”, cioè dell’Occidente.

Una constatazione di debolezza, dai possibili e prevedibili effetti devastanti; e non si tratta neanche di ricercarla nella pochezza della resistenza ideale del mondo sedicente civilizzato, di contro ad un’ideologia radicale, esclusiva e totalitaria, ma semplicemente nell’assenza di una leadership credibile e capace di decisioni adeguate per far fronte all’offensiva del terrorismo. In “Occidente” (le virgolette sono volute) non c’è più nessuno che sappia decidere e governare le forze e le tendenze strutturali di lungo periodo. E questo deriva da una surrettizia opinione sulla democrazia che ne ha ridotto il carattere e l’elemento costitutivo al solo consenso; ora se il consenso è necessario ed indispensabile per ogni istituzione democratica, esso non può essere banalizzato alla domanda di soddisfazione della opinione pubblica, non può essere solo determinato dalla preoccupazione della futura competizione elettorale.

Ora il problema è drammaticamente urgente; abbiamo dei politici che invece di decidere ciò che va contrapposto alle forze anti/democratiche ed alle forze dipendenti da un’autentica sovversione antropologica, pensano solo a vincere le elezioni e ciò che da anni si va rimuovendo e che vuole annullare la costitutiva fondazione della democrazia, cioè la dialettica fra parti che si confrontano, ora ci viene addosso da un versante dalle proporzioni del tutto impreviste.

Purtroppo (e ieri sera è venuto al pettine, grazie ad un’esposizione tanto appassionata quanto lucida) il confronto si realizza con una parte che per una straordinaria componente antropologica ha non solo rimosso, ma annullato la naturale paura della morte, ed ha sradicato ogni riferimento ad un passato che non faccia parte di una lotta di oggi e senza riserve per il rafforzamento, anche territoriale del Califfato. Certo forse può anche venire il dubbio che chi non riconosce il proprio passato possa marcare qualche sintomo della barbarie, ma tant’è; esiste una forza cui non abbiamo non dirò nessun ideale (e lo si potrebbe anche dire), da contrapporre, ma nessun leader che individui e realizzi decisioni adeguate alla situazione che ne consegue.

Tanto per constatare; altro che terroristi che agiscono perché vittime della droga. C’è un confronto nel quale una parte ha già rinunciato al ruolo di leadership che le sarebbe di competenza.

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