Novembre, festa della chiesa locale

Domenicale Agostino Pietrasanta

duI miei lettori penseranno che questa nota settimanale si presenti un tantino squilibrata sul versante del “clericalismo”; e tuttavia lo spirito del blog non esclude alcune valutazioni sulla rilevanza della presenza ecclesiale nella città dell’uomo, né le sue possibili incidenze sui tessuti sociali di contesto. Ne viene che non mi riesce di lasciare il mese di Novembre, senza proporre pochi accenni alle vicende della Chiesa locale; meglio, senza richiamare la memoria di alcuni personaggi che di quelle vicende sono stati protagonisti. Peraltro niente come le attività e le presenze dell’uomo possono rendere grandi o, al contrario, irrilevanti le ragioni di un’istituzione ed anche di un’istituzione specifica come la Chiesa.

Ricorderò tre eccellenti protagonisti, anche se di due si sono ormai rimosse le testimonianze più efficaci e, a mio modesto parere, profetiche.

Non c’è alessandrino che non sappia qualcosa di madre Teresa Michel Grillo; di lei non c’è rimozione che tenga. Già ricca signora, moglie di un alto ufficiale dell’esercito italiano, apprezzatissima nella “società bene” della città, rimasta vedova, venduti tutti i suoi beni a favore dei poveri, fondò in Alessandria una delle opere di testimonianza evangelica più radicale. Diede vita ad una Congregazione religiosa e con essa fece dell’assistenza agli ultimi la ragione della sua esistenza. Lo spirito che animò ed anima le “Piccole suore della Divina Provvidenza” è originato dalle scelte della fondatrice: quando non ebbe più nulla di suo si portò questuante sulle porte dei palazzi che aveva frequentato da protagonista nella giovinezza. Non si fece scrupolo di tendere la mano per ricevere, dimostrando che la più alta delle carità non è quella del dare, ma quella del riconoscere a nome dei più sfortunati, di essere nel bisogno. Non si fece scrupolo di diventare un’antesignana di ciò che verrà chiamato il ruolo della corporeità; solo che per la madre, l’attenzione al corpo non faceva distinzioni non faceva privilegi e sapeva chinarsi sulle piaghe della vecchiaia, della malattia, della precarietà con una testimonianza tanto radicale da trasmetterne lo spirito alle sue suore anche di oggi.

Ci sono però due personaggi che, per vari motivi, sono ormai dimenticati, ma che hanno fatto il prestigio della Diocesi e della città: un prete ed un laico.

Il prete morì fin troppo giovane, nel 1961 a 56 anni, Mons. Paolo Ivaldi. Uomo di ampia, profonda e raffinatissima cultura classica, di sperimentata competenza teologica e biblica, come madre Teresa Michel si chinò sugli umili di ogni genere. Abbandonò le sue passioni artistiche, la sua straordinaria competenza del canto sacro per raggiungere, sempre con una bicicletta ormai scassata dall’uso, le varie congregazioni cittadine e diocesane, per ascoltare le confidenze della ricerca e dei dubbi dei suoi simili, per affrontare le più diverse tematiche omiletiche e per portare l’assistenza umana e spirituale su tutte le strade della Chiesa locale. Dispiace che anche le più serie storie della diocesi alessandrina lo abbiano quasi rimosso; appariva pochissimo sui media ecclesiastici per modestia di indole e di scelta e, di conseguenza lasciò di sé scarsa testimonianza: un vero peccato. Quando qualcuno gli rubò la bicicletta, lasciandogli per terra il cappello da prete, lui si dimostrò preoccupatissimo non per ciò che gli era stato tolto perché chi l’aveva presa, a suo parere, ne aveva bisogno; era preoccupatissimo che le indagini della polizia potessero perseguire il …povero ladruncolo.

Infine un laico, Domenico Arnoldi. Ora dimenticato, ma negli anni sessanta ed anche settanta del secolo scorso, conosciutissimo in tutta Alessandria. Di mestiere commerciante, si definiva il “formaggiaio” ed anche lui, come mons. Ivaldi non conosceva mezzi di trasporto se non la bicicletta con la quale percorreva le strade della città e della diocesi, prima nel periodo resistenziale e poi, come consigliere comunale per la ricostruzione di una città dell’uomo disastrata dai totalitarismi. Il suo pezzo forte era però il “Gelindo”, la devota commedia che, ancora oggi attrae dai frati francescani e nel periodo natalizio, un pubblico sempre ragguardevole. Gelindo, il pastore che per primo va a trovare il “signor messia” a Betlemme, veniva descritto da Arnoldi con una carica di arte popolaresca, ma anche di ispirazione spirituale, da farne soggetto di un’autentica testimonianza pastorale.

Forse bisognerebbe ricordare ed anche rilevare che quando una Chiesa può offrire alla città certi personaggi e certi eroismi potrebbe avere ancora delle significative risorse di vita. Anche quando soffia il “vento del giovanilismo”, certe testimonianze conservano una forza inesausta ed una proposta di attualità.

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