Giovannina Mazzone. Innovazione e contemporaneità

Sergio Favretto (*)

mazNata il 28 luglio 1861, si spense il 9 gennaio 1954. Ben 93 anni spesi nel sociale e per gli altri.

Una piccola e grande storia di laicato cattolico, di testimonianza e di concretezza operativa; una voce coraggiosa ed innovatrice.

Per cogliere appieno il significato della figura e delle attività di Giovannina Mazzone serve una chiave di lettura diversa da quella prettamente biografica e descrittiva.

Lasciata alla sfera personale l’opzione religiosa e l’impegno spirituale, si tenta di illustrare come la Mazzone incise nel suo tempo, non solo per l’efficacia sociale della testimonianza umana e delle iniziative avviate, ma per la dimensione pubblica che la sua storia seppe descrivere.

Giovannina non potè certamente essere protagonista diretta della scena pubblica piemontese; per tutto l’arco temporale di vita, le donne furono esiliate dalla partecipazione attiva alle scelte pubbliche; le direttive della Chiesa ufficiale invitavano al non impegno in politica; la cultura dominante della classe dirigente era maschilista, molte intuizioni femminili vennero tacciate di velleitarismo.

La Mazzone, goccia dopo goccia, con coraggio e grande lungimiranza, seppe capire il proprio tempo e condizionarlo con la propria azione.

Nei primi decenni del ‘900 non impedì che le proprie iniziative assumessero rilevanza pubblica, partecipando ad eventi di impegno collettivo del mondo cattolico; durante il ventennio fascista espresse chiaro dissenso e durante la Resistenza offerse sostegno al CNL e ai partigiani cattolici, ospitò molte famiglie ebree nelle proprie strutture.

Nella sede di via Trevigi, si posero le basi dell’antifascismo cattolico del Monferrato e della rinascita post Liberazione.

Mazzone non si adagiò al conformismo e non rinunciò mai ad esprimersi in autonomia politica e sociale. Fu innovatrice nelle idee, nelle opere e nelle opzioni pubbliche. Con una spiccata capacità di progetto, seppe costruire nuove forme di offerta formativa ed assistenziale.

La sua presenza e la costante azione distribuita capillarmente sul territorio contribuirono alla crescita di una nuova consapevolezza sociale e civile, collante fra esperienza religiosa e opzione politica.

Fu educatrice e animatrice di grande innovazione e contemporaneità.

Sono proprio questi due leitmotiv che ci permettono di meglio fotografare la rilevanza della figura di Giovannina Mazzone.

Non sono termini antitetici e non costituiscono affatto un’endiadi impropria.

La Mazzone fu fortemente contemporanea perchè visse e capì a fondo il tempo concessogli, i contesti economici e sociali; li interpretò, ne fu partecipe; ma non solo, non assistette e condivise come fecero e fanno ancor oggi varie organizzazioni sociali cattoliche, ma lavorò per mutare e innovare, con fantasia e lungimiranza.

Già nel 1941, l’arcivescovo di Parma monsignor Evasio Colli, amico e sostenitore, parlando di Giovannina richiamò i concetti di “modernità e docilità”.

La sua azione ebbe sempre un tasso caratterizzante di cambiamento ed autonomia propositiva. Il tutto in rete, non testimonianza singola e di nicchia. Sono più che documentati i rapporti stretti con madre Teresa Grillo Michel di Alessandria, con don Luigi Orione, con il cattolico popolare Carlo Torriani, con le organizzazioni sociali e del lavoro operanti a Torino, con monsignor Giovanni Battista Pinardi della parrocchia di San Secondo sempre a Torino, nelle varie province risicole piemontesi. Fece rete operativa, sviluppò confronti ed integrazione.

Un laicato cattolico sempre anticipatore

Negli anni 1881-1882 matura la scelta dell’impegno diretto nella dimensione laicale: collaborazione al clero locale, impegno missionario di catechesi, presenza nelle strutture parrocchiali, testimonianza nel sociale; attiva nell’opera caritatevole della San Vincenzo.

Sono anni difficili, segnati in tutta Italia da un profondo anticlericalismo, prima espressione di ambienti liberal-massonici e poi anche giacobini di sinistra socialista. Sono anni del “ non expedit ” politico per tutti i cattolici, sono gli anni dell’Opera dei Congressi.

I cattolici riscoprirono l’impegno nel sociale, di fronte alle opzioni sempre più oligarchiche delle classi dirigenti economiche e pubbliche. Anche nel Monferrato si crearono casse rurali, società operaie cattoliche di mutuo soccorso, biblioteche circolanti, circoli giovanili, alcuni primi embrioni di rappresentanza sociale.

La Mazzone non ha esitazioni; la Chiesa ha bisogno di un laicato coraggioso, efficiente. Si ispira all’esperienza avanzata della parrocchia di Saint Sulpice a Parigi, qui ritorna per aggiornamenti e scambi di esperienze.

Inaugura una nuova formula di catechesi, accattivante e fortemente comunicativa; crea una scuola di canto, istituisce la Compagnia della Dottrina Cristiana, avvia l’oratorio femminile, uno dei primi in Italia.

La sua parrocchia di Santo Stefano diventa l’ambito naturale ed organizzativo privilegiato. La catechesi viene sempre accompagnata dal coinvolgimento immediato in attività solidaristiche e culturali. Giovannina si occupa delle giovani lavoratrici, delle ragazze alla ricerca di un’attività. In via Trevigi prenderà corpo il convitto femminile che ospiterà per decenni e decenni le studentesse che frequentano le scuole a Casale.

Accanto alla catechesi, da subito la grande attenzione alle condizioni sociali ed economiche dei giovani. Non solo il messaggio evangelico, ma insieme la promozione umana e della comunità.

Già a fine secolo, fu anticipatrice dei principi che ispirarono molto più tardi la Rerum Novarum e poi ancora il Concilio Vaticano II.

Questo evidente tasso di innovazione non fu affatto accolto con immediatezza dal clero locale; la determinazione ed anche irruenza delle proposte della Mazzone, lasciavano dubbiosi molti parroci della diocesi. Appariva come un’ingerenza nella missione apostolica riservata al clero. All’inizio, fu una sfida. Ma poi il consenso giunse e Giovannina proseguì.

La appoggiarono i vescovi Ludovico Gavotti, Albino Pella, Giuseppe Angrisani.

La scuola catechistica divenne un nuovo ambito di crescita culturale e sociale, dal messaggio evangelico alla formazione personale, dal coinvolgimento della famiglia alle attività di beneficenza e di carità.

Una catechesi che muoveva dall’individuo per giungere al gruppo, all’ambiente di riferimento nel vissuto quotidiano.

Fin dall’esordio, si coglie il tasso evidente di originalità della sua azione. Non fu mera esecutrice degli indirizzi del clero locale, ma interpretò il messaggio evangelico con assoluta autonomia e significativa innovazione. Grande modernità anche nella metodologia e nel linguaggio: incontri di gruppo, recitazioni teatrali, merende all’aperto, viaggi ed incontri con la cultura e la natura, lezioni di scrittura e canto. Il tutto nella serenità e sana goliardia. Presso la struttura animata dalla Mazzone, decollò un modello di formazione cattolica aperta alla società in divenire, con coraggio di proposta e innovazione.

Siamo negli ultimi decenni dell’800. Il contesto sociale ed economico nel Monferrato era segnato da molteplici criticità, criticità che accomunavano il resto del Piemonte. L’agricoltura locale era segnata da grandi latifondi, con pochissima partecipazione del piccolo contadino autonomo.

Intere famiglie lavoravano e servivano nobili proprietari; la cultura agronomica e la capacità produttiva erano solo appannaggio di poche famiglie privilegiate. Alcune malattie della vite, come la filossera, segnò il territorio. Molti scelsero l’emigrazione, anche fuori Italia.

Le attività artigianali erano ancora poche e per nulla redditive. Di contro, grazie ad alcuni coraggiosi imprenditori, si potenziarono le attività estrattive della calce e della marna per il cemento, con utilizzo intensivo del territorio; le vie di comunicazioni migliorarono, anche con la creazione di tratti di linee di tranvai fra località collinari.

A fine 800 si ebbero epidemie di malaria, si diffuse anche una micro delinquenza fra i vari borghi; crebbe l’insicurezza sociale e il timore per l’ordine pubblico. Le iniziative della Mazzone si collocarono subito fra le opportunità positive in uno scenario di grande precarietà sociale e culturale.

Gli amministratori locali, espressione delle classi elitarie del Monferrato, accolsero ben volentieri l’azione suppletiva della Mazzone, a fronte di un silenzio totale e pochissima sensibilità del potere pubblico.

Dentro alle emergenze per il riscatto sociale

La presenza delle miniere, delle cave di calce e marna nel Monferrato condusse a modelli di lavoro e sfruttamento molto esplicito: in condizioni talvolta disumane, con ritmi accelerati e pochissimo riposo, si lavoravano anche 14 ore di seguito; venivano utilizzati ragazzi e ragazze minori, senza tutele e in violazione di ogni ragionevole compatibilità.

Il lavoro minorile era diffuso anche nella campagne, fra i braccianti e gli schiavandai, nella trebbiatura del grano, nella coltivazione del riso.

Vi furono manifestazioni di protesta e di rivendicazione, ma approdarono a nulla. Troppo marcato lo iato fra le èlites economiche e il ceto rurale ed operaio.

Dopo la Rerum Novarum di Papa Leone XIII, il mondo cattolico venne invitato esplicitamente ad un nuovo impegno sui temi sociali e del lavoro, contro le strumentalizzazioni del capitale sfrenato, a difesa del lavoratore.

Su invito del Vescovo Gavotti, la Mazzone non esitò a concretizzare ancor più le intuizioni che già aveva sperimentato. Creò un laboratorio serale per ospitare e sostenere lavoratrici del cemento, le ortolane e mondariso, operaie ed impiegate, insegnanti pendolari, sarte e panettiere. Non solo, creò a Casale i primi corsi di formazione ed aggiornamento, con lezioni di italiano, di francese, di religione e di matematica elementare.

La scuola e la formazione professionale furono per molti decenni un’opzione fortissima. Casale era una città attrattiva per l’offerta scolastica e formativa, con istituti di grande livello ed una gamma articolata di indirizzi. Giovannina allestì un segmento formativo specifico: il terziario femminile. Ernestina Valterza, allieva e collaboratrice, ricorda come l’impegno educativo fosse un suo costante assillo. “La persona si educa alla vita e alla società”, ripeteva spesso Giovannina.

Intensificò l’attenzione verso le mondariso, problematico settore di occupazione esclusivamente femminile.

Tra Casale, Trino, Vercelli e Mortara, venne creata una rete di sostegno e protezione a centinaia di mondariso: accanto al messaggio evangelico, la Mazzone assicurò sempre la vicinanza umana, il sostegno sanitario possibile, la formazione culturale, l’affermazione dei diritti essenziali.

Nella settimana dell’Opera dei Congressi a Torino nel 1911, la Mazzone sostenne la necessità di creare organizzazione a difesa dei lavoratori, settore per settore, prefigurando la formula del sindacato di categoria.

Nel Congresso di Livorno nel 1914, Giovannina impose l’attenzione sull’emergenza delle mondariso, lavoratrici sfruttate e prive di ogni tutela minima.

Nel 1929, apre a Casale il nuovo e grande Setificio di via Negri, la Maniseta, con l’impiego di ben 3000 lavoratrici. Da tutto il Monferrato e dalla Lomellina, le dipendenti giungono al mattino presto per rientrare alla sera tardi, stanchissime per il lavoro e per il tempo di trasferimento.

Non vi erano strutture di ausilio e di ospitalità. La Mazzone subito creò un punto di accoglienza e di mensa; offrì possibilità di intrattenimento e riposo, di pernottamento. L’Opera di Santa Teresa restò funzionante per ben 30 anni, fino alla chiusura dello stabilimento. A seguire, venne creata una scuola materna; anche qui, struttura anticipatrice dell’offerta pubblica che solo molto dopo verrà garantita.

A fronte delle tesi del capitalismo industriale sostenuto dal liberalismo economico, a fronte della nuova fiducia verso la produzione manifatturiera, mentre le campagne si impoveriscono, i lavoratori accettano condizioni penalizzanti pur di portare a casa un reddito.

Non vi è ancora alcuna concreta ed efficace legislazione sociale, non vi sono tutele per i lavoratori.

Ebbene, in questo contesto, alcuni ambienti laicali cattolici progressisti si esposero; abbinarono alla catechesi più aperta anche una nuova e determinata proposta sociale ed economica per le classi più deboli.

Giovannina Mazzone capì il momento e sviluppò tutta una gamma di servizi, di azioni innovatrici a difesa del mondo del lavoro.

Giovannina creò tutto autonomamente, con la freddezza e il dubbio iniziali del clero, tradotti poi in condivisione. Impose all’attenzione dei poteri pubblici le criticità del sistema industriale, a danno del lavoratore, sfruttato come mero numero e non come persona. Il mondo cattolico supplì alle carenze istituzionali, alla legislazione sociale assente.

Mazzone anticipò quell’insieme di norme e tutele che verranno poi codificate nei decenni della seconda metà del 900.

Coraggiosamente, per la libertà

La cultura e l’organizzazione giovanile fascista non coinvolsero affatto la Mazzone e neppure le sue strutture. Mentre nella scuola e nelle discipline sportive cresceva la pervasiva sudditanza inerme al potere di Mussolini e del vari gerarchi monferrini, Giovannina seppe coraggiosamente staccarsi e prendere le distanze inequivocabili.

Le giovani e le donne collegate alle organizzazioni della Mazzone non parteciparono mai alla adunate fasciste, non alimentarono le iniziative di raccolta fondi per le avventure coloniali, non aderirono alle campagne belliche o agli incontri propagandistici. Grande e coraggiosa distanza.

Nel 1935, con Mussolini a Casale, in una piazza Castello gremita, la Mazzone si chiuse nella cappella per pregare. Ancora più tardi, nonostante solleciti inviti per alcune presenze di circostanza, Giovannina rifiutò ogni contatto con le gerarchia fasciste. La distanza si accentuò dopo l’avvio delle persecuzioni degli ebrei e con il drammatico intervento nella guerra.

Le case della Mazzone, da via Trevigi alla struttura di via Negri, ospitarono in incognito parecchi sfollati, famiglie ebree, nuclei antifascisti, giovani dissidenti e i primi partigiani.

Nel Monferrato casalese, i fermenti antifascisti dell’ambiente cattolico furono alimentati anche dalle riflessioni sull’incompatibilità delle leggi razziali rispetto ai principi cristiani.

Esplicito il pensiero del giornalista Carlo Torriani, fondatore del PPI di Sturzo in Alessandria; di Giuseppe Brusasca, poi esponente resistenziale nazionale; esplicito il dissenso della Mazzone e l’antitesi delle sue opere rispetto all’assurdità del fascio e della rinata RSI. Il loro pensiero ebbe grande eco nel Monferrato.

Il vescovo Giuseppe Angrisani, coraggiosamente, con le omelie del 21 dicembre ’42, della Pasqua ’44 ed altri interventi, prese la chiarissima distanza dal Regime tedesco e fascista.

Significativo l’incontro a Zanco di Villadeati, in data 4 marzo 1944, nella casa parrocchiale; presiedeva il Vescovo Angrisani, vi erano rappresentanti del Vescovo di Asti, dell’Arcivescovo di Torino, del Vescovo di Parma, una decina di sacerdoti ed esponenti della neocostituita Democrazia Cristiana. Il quel periodo, a Parma, vi era il Vescovo Evasio Colli, nativo di Lu Monferrato e per decenni parroco ad Occimiano. Monsignor Colli seguiva molto attentamente le vicende resistenziali della sua terra nativa.

Nell’incontro, promosso anche da Giovanna Mazzone, si decisero azioni di sostegno alla popolazione sempre più disorientata, si mise a disposizione l’Azione Cattolica per ospitare i giovani che intendevano sottrarsi alla leva; si organizzarono rifugi in montagna per ospitare dissidenti o per far transitare fuggiaschi ebrei verso la Svizzera.

Il 4 aprile ’44 vi fu un secondo incontro, questa volta alla casa salesiana Valdocco di Torino. Si fece aggiornamento sulle vicende politiche e religiose, si diede impulso e coordinamento alle spontanee azioni di dissenso rispetto ai nazifascisti.

Il Vescovo Angrisani, Giuseppe Brusasca, Giovannina Mazzone, Cornelio Pio Re a Rosignano Monferrato, Francesco Triglia del CLN di Casale, i vari parroci diedero vita ad un’alleanza operativa, discreta, ad un’efficiente rete di sensibilizzazione antifascista e di sostegno agli ebrei.

I cattolici laici e la chiesa organizzata furono parte attiva del dissenso, verso una nuova coscienza civile.

Molti ebrei vennero informati in tempo utile per la fuga, furono aiutati per le necessità economiche, assistenziali; furono ospitati in canoniche, cascine. I cattolici riservarono agli ebrei sempre un rapporto dialogico e solidale.

Con la collaborazione di don Torra (parroco di Cantavenna) di don Sisto (parroco di Isolengo) Brusasca riuscì a nascondere nei due paesi monferrini le famiglie Foa (orafi di Casale Monferrato) Sacerdote (di Milano) Donati (di Modena), nonché altri ebrei ricercati (anche un colonnello del Genio Navale, di religione ebraica).

Efficace la narrazione di Monsignor Felice Moscone, nel volume edito nel 1984 e titolato “Giovanna Mazzone. Un dono alla Chiesa casalese”.

Più volte, i maggiori esponenti “partigiani” della zona monferrina si incontrano clandestinamente nella casa-madre di via Trevigi, intorno a Giuseppe Brusasca, per i primi contatti che daranno vita al Comitato di Liberazione.

Parlando di Giovannina Mazzone, il Sen. Brusasca scrive:

” Mi colpivano particolarmente, nei nostri incontri, la sua rapida capacità di sintesi e la prontezza delle sue decisioni.

Lo constatai – con grande sollievo per me – quando andai a chiederle di ospitare nel suo Istituto le bambine di un ebreo, colonnello del Genio Navale, che Don Giovanni Sisto – Parroco di Isolengo – aveva nascosto, su mia richiesta, nella sua canonica.

Le piccole, da un lato, non potevano essere sottoposte alla stessa clausura, che era necessaria per la salvezza della loro famiglia; dall’altro potevano costituire un grave pericolo.

Giovannina Mazzone non esitò un istante: le accolse con un falso nome, fece in modo – con l’intelligente collaborazione delle bambine – che non venissero identificate e me le riconsegnò (con perfetta conoscenza delle preghiere del suo Istituto) quando le accompagnai con i loro genitori, tutti con fogge di contadini, a Saronno dove alcuni esperti contrabbandieri li fecero espatriare in Svizzera.

Spesso, il Vescovo Mons. Giuseppe Angrisani (il cui nome di Pastore è indelebilmente legato alla difesa della popolazione del Monferrato contro l’oppressione e le rappresaglie nazifasciste) fa chiamare segretamente la «Tota Mansòn» (le telefonate correvano il rischio di essere intercettate) e le affida i casi più urgenti e le opere di carità più pericolose; il ricovero di un’ebrea, che si è rotto il femore, in Ospedale in barba al controllo delle SS; lo smistamento di «clandestini» in ciascuna delle sue case; l’accoglienza di orfani e di sbandati.

Non mancano episodi che oscillano tra il terrificante e il grottesco. La consorella Teresa Triglia, direttrice in quei tempi dell’Asilo di Vallegioliti, un ameno paesino sperduto tra i colli boschivi del Monferrato, scrive: «Quanti rischi abbiamo corso, in quel periodo, insieme con gli ebrei che nascondevamo in casa! Avevamo seminato “la Medaglia Miracolosa” nel cortile, nell’orto; l’avevamo appesa a tutte le porte, a tutte le finestre, alla scala a pioli che portava al solaio. Ancora oggi, io credo nell’intervento della Madonna in un momento veramente drammatico.

Durante una perquisizione di militari tedeschi, mentre seguivamo l’evolversi degli eventi col cuore in gola e l’animo in preghiera, proprio al momento opportuno la scala a pioli si ruppe e i tedeschi rinunciarono a salire sul solaio. Fu la salvezza! Avevamo in solaio diciassette partigiani; vi erano le mitragliatrici piazzate attorno alla casa e un posto di blocco all’ingresso del paese. Quanta paura quel giorno!

A «Santa Teresa», nella casa posta all’inizio della strada Casale-Valenza, i tedeschi arrivano invece a tarda sera e bussano con violenza, coi calci del fucile, alla porta della Cappella. Le figliole della Sig.na Mazzone, impaurite e raccolte in preghiera, non si decidono ad aprire: hanno in casa una signora ebrea con due bambine. Sembra che i tedeschi vogliano sfondare la porta; poi, di colpo, silenzio; i soldati si allontanano. Il mattino seguente si presentano due tedeschi e, in cattivo italiano, comunicano che la sera precedente avevano trovato un gruppetto di oche disperse e – pensando che fossero delle Suore – erano venuti a riportarle: «Ma voi, sorelle, non sentire! Voi andare a dormire troppo presto, ora di galline!». Che spaventi e quanti pericoli, per far del bene!”

Nei giorni della Liberazione, a Casale si attuò un impensabile incrocio di presenze, a distanza di poche centinaia di metri: nel collegio Trevigi dei Somaschi vi era nascosto sotto falso nome Cesare Pavese; in piazza Castello, a ridosso delle scuole Ciano e oggi del Liceo Classico Balbo, intervenne la formazione partigiana del Tek Tek con la partecipazione di Beppe Fenoglio; ed ancora, nella casa della Mazzone, vi erano nascosti famiglie di ebrei e antifascisti pronti per liberare la città.

Il senatore Brusasca mantenne per anni un rapporto priveligiato con le opere di Giovannina. Le sostenne e diffuse il modello di promozione religiosa, sociale e culturale che le contraddistinse.

La figura della Mazzone si rivelò una voce coraggiosa e distinta, in decenni di appiattimento e omologazione fascista. Per Giovannina, innanzitutto il riscatto sociale e la libertà piena del pensiero.

La sua voce contribuì fortemente alla nascita e poi al consolidamento di una nuova coscienza civile democratica.

Note sull’autore:

(*) Sergio Favretto è nato a Casale Monferrato nel 1952.

Avvocato e giudice onorario al Tribunale di Torino, autore di testi di diritto amministrativo e penale, come il volume “I nuovi centri per l’impiego tra sviluppo locale e occupazione” edito nel 2000 dalla Franco Angeli; come “Il diritto a braccetto con l’arte. Beni culturali, paesaggio ed opere d’arte” edito nel 2007 e il saggio “Attività investigativa del difensore” in Commentario Sistematico al Codice di Procedura Penale, edito nel 2010 e in aggiornamento.

Da sempre ha coltivato la ricerca storica sui temi resistenziali, pubblicando: “Casale Partigiana” nel 1977; “Giuseppe Brusasca: radicale antifascismo e servizio alle istituzioni” negli atti convegno di studi a Casale Monferrato del maggio 2006; “Resistenza e nuova coscienza civile” nel 2009; “La Resistenza nel Valenzano. L’eccidio della Banda Lenti” edito dal Comune di Valenza nel settembre 2012; “ Fenoglio verso il 25 aprile, narrato e vissuto in Ur Partigiano Johnny” edito nel 2015. E’ stato più volte relatore a convegni su temi di storia contemporanea.

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