Chi ci toglie la speranza

isis

Domenicale Agostino Pietrasanta

I fanatici sanguinari dell’ISIS non riescono a togliermi la speranza; certo mi spaventano, il loro fanatismo non conosce limiti, la morte è il loro paradigma di comportamento, il loro rapporto esistenziale. Conoscono e praticano l’odio e lo fondano sulla ideologia più radicale di una deviazione religiosa devastante: mi spaventano perché non solo non hanno giustificazioni, ma neppure spiegazioni compatibili con la categoria dell’umanità. Tanto che una straordinaria incapacità di lettura degli eventi può spingere qualcuno a paragonarli al terrorismo di casa nostra degli anni settanta ed ottanta. Anche quello assolutamente inaccettabile, ma limitato e spesso indirizzato ad obiettivi limitati; sia ribadito, anche quello inaccettabile, ma del tutto distinto anche per la diffusione organizzativa ed il registro bestiale di quello che proviamo oggi.

Resta il fatto che, per quanto mi spaventino, non sono i terroristi che mi tolgono la speranza. La speranza mi viene impedita da quelli che condannano, marciano e manifestano, ma alla fine, consapevolmente o meno, finiscono per favorirlo.

Cito solo alcuni casi per spiegarmi. La speranza me la tolgono i fischi di coloro che, allo stadio, disturbano il minuto di silenzio solidale con le vittime di Parigi; me la tolgono le studentesse varesotte che escono dall’aula mentre si medita sulle conseguenze degli atti di terrore, affermando che non si possono onorare le vittime di Parigi, se non si ricordano tutte quelle diffuse nelle aree delle più diverse parti del mondo. Sono ragioni che non reggono e dicono di una distorsione diffusa delle mentalità, creano debolezza di resistenza alla ferocia ed alla violenza e mentre si dovrebbero aggiungere al ricordo tutte quante le vittime si ricorre, per assurda protesta, al radicale disimpegno.

C’è però ben di peggio. Una di queste sere mi è capitato di sentire, in una trasmissione televisiva la testimonianza di un sostenitore della causa dello Stato di Israele; egli sosteneva di aver sentito un palestinese affermare che la pace nelle terre della Palestina sarebbe possibile solo dopo la dispersione, magari tra le acque del Mediterraneo, dell’ultimo ebreo. Considerata la serietà del testimone non posso apporre dubbi; bene (ovviamente malissimo). A me è capitato nel 2002 di sentire Ehud Olmert, allora sindaco di Gerusalemme e dopo il 2006 premier dello Stato di Israele, e di sentirlo in un colloquio riservato ad un piccolo gruppo. Egli affermava che la pace in Palestina era possibilissima, a patto di (testuale!) “…buttare a mare l’ultimo palestinese”. Una speculare “solidarietà” dell’odio che solo il sonno della ragione può produrre. Certo la situazione che sto richiamando è ben distinta dagli eventi terroristici di oggi, ma fa parte delle aberrazioni che ci tolgono la speranza.

Mi toglie la speranza il persistente commercio delle armi, un commercio che fornisce le azioni che poi condanniamo e proprio l’Italia non solo pratica senza scrupoli il traffico, ma elude, nei suoi vertici responsabili, la legge del 1990 n.ro 185 che impone all’esecutivo di dar conto al Parlamento di ogni movimento in materia: la massima trasparenza prevista dalla norma viene sostituita da una colpevole quanto devastante reticenza. I ministri competenti (spesso dichiaratamente cattolici) tacciono ed i rappresentanti del popolo ostentano la più plateale indifferenza trasversale, maggioranza ed opposizione. E papa Francesco parli pure di maledizione di coloro che creano le guerre, contrapposta alla benedizione di quelli che operano la pace: del papa basta dirne un gran bene, con la speranza che non si immischi in cose che evidentemente non capisce. Costoro mi tolgono la speranza.

Mi tolgono la speranza gli Stati nazionali che agiscono in ordine sparso soprattutto in Europa, magari bombardando senza discriminazione territori occupati dalla popolazione civile, ma soprattutto mi toglie la speranza un’Europa che neppure di fronte al pericolo devastante di una ferocia senza pari, continua a non capire l’esigenza di una federazione che promuova una politica estera e di difesa comune e non solo concordata, anche perché l’accordo non si raggiunge mai, al massimo lo si raggiunge per raccomandare a Francesco di sospendere il Giubileo. Peggio (il sonno comatoso della ragione!) si balbetta con la chiusura delle frontiere, quando anche i più sprovveduti osservano e giustamente (basta una scorsa su facebook per rendersene conto) che i terroristi sono a casa nostra: chiudere le frontiere è come opporre un rotolo di carta igienica all’esondazione del Tanaro. La ferocia mi spaventa; l’ignoranza, la reticenza, l’ottusità, la pervicace resistenza al cambiamento delle situazioni, l’incapacità di discernere i processi epocali della storia mi tolgono la speranza.

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