Convegno della Chiesa o per la Chiesa?

Carlo Baviera

firNon è stato un rito, non è stata un’adunata diventata consuetudine. “Firenze” è stata una scossa.

Ogni dieci anni si svolge il Convegno Ecclesiale delle Chiese che sono in Italia. E’ un momento posto a metà decennio per verificare il cammino fatto rispetto al tema proposto dai Vescovi ai credenti per quella porzione di anni, ed eventualmente correggere quanto necessita per essere più incisivi. Anche se restano, purtroppo, quasi sconosciute tra i fedeli le conclusioni e le conseguenti attività o prese di posizione.

Si iniziò (non tanto casualmente) a Roma con il grande convegno su “Evangelizzazione e promozione umana“ che aprì alla speranza dopo il Referendum sul Divorzio e la prima crisi della DC. La Chiesa si rendeva autonoma e si poneva all’avanguardia in quelli che erano già anni di piombo e di rallentamento rispetto allo spirito conciliare. Poi il scivolare lento verso qualcosa di introverso, il riflusso, il ritrarsi dal “politico”.

Il Secondo convegno (Assisi 1985), incentrato sulla Riconciliazione, si è caratterizzato soprattutto per lo “scontro” di visioni tra AC e CL, con Wojtyla che sostanzialmente lanciava i nuovi movimenti ecclesiali, ridimensionando il ruolo e la primazia fino ad allora riservati all’AC. E poi ancora l’indicazione di una fede come guida per la società anche attraverso la presenza dei credenti nell’agone politico. Gli anni successivi videro il crollo dei muri e delle ideologie; e di conseguenza la decadenza democristiana a seguito della fine dell’epoca della guerra fredda e del definitivo affermarsi del capitalismo edonista e consumista.

Di Palermo (1995) è rimasto il Progetto culturale e la richiesta di mantenere, nel pluralismo, una unità culturale fra i credenti. Progetto importante, anche utile per alcuni aspetti, ma senza troppo coinvolgere il Popolo di Dio; e usato, negli anni successivi, nella logica di una surroga da parte della Presidenza della CEI rispetto al laicato e al suo autonomo apporto alla società e per i valori non negoziabili.

Da Verona (2006), con a tema la Speranza, è venuto il grande <sì> come risposta a Cristo (e non soltanto la Chiesa dei no e introversa) e le indicazioni di una maggiore integrazione pastorale per affrontare gli ambiti e le situazioni della vita (fragilità, vita affettiva, lavoro e festa, cittadinanza, tradizione) tenendo conto dell’unità della persona anziché intervenire in modo settoriale. Di tutto ciò non so quanto i diversi Uffici e Servizi Diocesani e parrocchiali abbiano saputo arrivare a conclusioni positive e utili. E quanto abbia coinvolto i fedeli.

Ora si riparte da Firenze dopo il 5° Convegno Ecclesiale. Serviva una analisi spietata, ma anche aperta alla Speranza e alla Misericordia. La nostra Chiesa, in genere, resta un poco introversa, nonostante le molte sollecitazioni di papa Francesco e le molte presenze nel campo assistenziale/caritativo ed educativo. L’umanesimo nuovo (rappresentato da Gesù Cristo) su cui i delegati delle Diocesi si sono interrogati non può che partire dalle tante povertà di oggi (a cominciare da quelle culturali e spirituali) per contribuire a superarle, cambiando radicalmente la società e tornando ad un rapporto positivo con l’Altro e con l’Oltre.

Intanto, grazie al Papa già all’inizio delle assisi, sono venute indicazioni forti: i Vescovi siano solo pastori, ci sia unità tra Vescovi e popolo, la Chiesa dia esempio di umiltà-disinteresse-beatitudine, la Chiesa si impegni nella storia anche rischiando di essere ammaccata e sporca, il dialogo è soprattutto operare insieme, l’invito a fare discernimento. In sostanza il Papa ha dato la scossa e ha indicato quali sono la Dottrina e il valore non negoziabile di oggi e di sempre: Gesù Cristo Risorto.

Due mi sembrano le cose da sottolineare. Il Papa non si è attardato in dissertazioni teologiche o intellettuali sull’umanesimo, ma ha semplicemente fatto capire come viverlo, con la consueta concretezza. In secondo luogo, si è assistito ad un “rivoluzione”: non più preoccupazioni su verità e dottrina, ma l’invito a sperimentare, a rischiare: “chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mt. 8, 35)

Il suo è stato un discorso che non ha inteso dare indicazioni concrete e lascia libere le comunità nel

scegliere strumenti e modalità di azione. Ha rappresentato la cornice, il soggetto, il tema di un quadro che però deve essere dipinto dai credenti; sono loro a scegliere i colori, le sfumature, i personaggi da dipingere. E la cornice la racchiudo in tre passaggi, fra i tanti (compresi quelli che si riferiscono alla scelta preferenziale dei poveri, e alla necessità di non pensare al potere, anzi di spogliarsi del potere), che danno un senso.

Dialogare. Il Papa afferma: “Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”. Si torna alla collaborazione senza paura di contaminarsi o di essere fagocitati da altri.

Una Chiesa mamma. Altro passaggio importante: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita molto dura”. Non una Chiesa ripiegata a difendere la verità, ma una Chiesa libera nella carità; che sa essere maestra perché è soprattutto madre.

Infine Papa Francesco rivolge un invito alla Chiesa Italiana tutta: “Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”.

Devo dire, con un poco di orgoglio, che già nel 2014 (con un gruppo di persone che si raduna settimanalmente per la Preghiera per il Bene Comune) abbiamo tentato questo percorso, questo approfondimento sinodale, della Evangelii Gaudium, senza tante adesioni e presi poco in considerazione.

Adesso è il Papa che lo suggerisce. Speriamo in chi deve irrobustire e dare forza all’iniziativa! Altrimenti tutto sarà come prima. Perché questa è la scossa venuta da Francesco. Lui si fida, lascia che siamo noi a decidere su strumenti e modalità. Però ci sollecita a scrollarci, a non fare le cose per tradizione o per abitudine. Ci suggerisce di incamminarci su sentieri nuovi, perché percorrere quelli soliti non fa che riportarci in luoghi già battuti e dove non incidiamo più. “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. Ora tocca a noi. Perché degli ultimi Convegni non c’è stato molto seguito; forse perché pensati come occasione e strumento per la Chiesa. Mentre ora, questo a me pare, abbiamo un Convegno che grazie al Papa deve diventare occasione e strumento della Chiesa, per farsi <serva>.

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One thought on “Convegno della Chiesa o per la Chiesa?

  1. completamente d’accordo: “Non una Chiesa ripiegata a difendere la verità, ma una Chiesa libera nella carità; che sa essere maestra perché è soprattutto madre”. Lo prenderei come programma di vita solo che mi si permettesse da parte dei “nuovi burocrati” (i nuovi fedelissimi di papa Francesco gelosi del ruolo conquistato) di potere esprimere senza essere cestinato alcuni miei pensieri sugli “operai de l’ultima ora” che come “viri probati” riporterebbero a lavorare nella chiesa “gli anziani” dei primi secoli. Ma da quello che sperimento, la “gelosia di mestiere” è molto più forte di ogni ragionamento che muove dal volere donare “ciò che resta” dei talenti una volta poderosi!

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