La rosa dei venti

Dario Fornaro

isisNelle cronache belliche siro-irachene e dintorni, con particolare riguardo alle scorrerie delle milizie Isis, sono spesso comparse espressioni quali “guerra asimmetrica” e “guerra per procura” che, oltre alla perspicua formulazione giornalistica, rimandano a condizioni di base nelle quali i “nerovestiti” si muovono più agevolmente, almeno alle stato attuale, delle forze convenzionali (e disarticolate) impegnate a contrastare e reprimere il fenomeno jihadista.

Ma sono in largo uso altre due e popolari espressioni che vorrebbero condensare le premesse globali del drammatico confronto mediorientale e mediterraneo: “scontro di civiltà” e “guerre di religione”.

All’apparenza mediatica, quattro punti cardinali dai quali spirerebbero i venti malvagi che coinvolgono, almeno in parte, anche l’Europa. Immagine tuttavia deludente, inservibile, giacché il groviglio storico e motivazionale che presiede all’attuale esplosiva situazione – qualificata non a caso come innesco di terza guerra mondiale – non è rappresentabile da alcuna elementare figura geometrica. Per ulteriori dettagli è utilmente consultabile il recente fascicolo (5/2015) di Limes, dal titolo “La radice quadrata del caos”: un pressante invito al discernimento e alla conoscenza reale del “terreno di gioco”.

Purtroppo quando l’offesa è pesante e bruciante i limiti della ponderazione alla risposta sono ristretti e dovrebbero tuttavia essere utilizzati con ogni possibile sagacia ( che non si identifica necessariamente con la estenuante prudenza verbale) e col minimo di pulsione reattiva a miope scopo propagandistico. Dietro l’angolo sono spesso in agguato, specie in Medioriente, errori drammatici di valutazione, pascolo futuro per gli storici ed elevata tribolazione per le popolazioni coinvolte.

Nel caso del soggetto dominante di questi giorni luttuosi dovrebbe perciò verificarsi, a livello internazionale, una sufficiente concordanza, interpretativa e prospettica, circa intenzioni e traguardo centrale dell’Isis, sui quali si possa “far conto” al di là degli obiettivi intermedi o strumentali osservati nel breve periodo.

L’alternativa dirimente potrebbe essere, sia pure in termini rudimentali:

a) costituzione di uno stato (califfato) propriamente detto, con territorio ritagliato e riconosciuto – a denti stretti – tra Siria e Irak attuali, già in predicato di pura espressione geografica. Stato-canaglia quanto si vuole, una specie di Corea del Nord incistata nei deserti di Lawrence d’Arabia, ma collocabile visibilmente nel panorama politico-istituzonale del sub-continente;

b) b) realizzazione di uno stato virtuale (ideologico-corsaro) o “liquido”, come si direbbe oggi quanto a confini, dedito al compito di destabilizzare, a gioco lungo, gli stati-satana e le società traviate di volta in volta nel mirino, ma senza assumere i connotati, ad un tempo forza e debolezza, di uno stato tradizionale, a cominciare da un popolo.

E’ piuttosto evidente che contenere o contrastare l’uno o l’altro disegno dell’Isis implica, già oggi, notevoli differenze strategiche e operative, di mezzi, sacrifici e pericoli. Di “scarponi sul suolo” e di macchie volanti. Di guerra totale o di scontri relativamente confinati. Di coalizioni coese o di Paesi protagonisti in proprio. Di uso fondamentale o complementare del terrorismo. Di ruolo-guida, infine, nello scannatoio, del potere mondano o della prospettiva ultramondana.

Lecito sperare per intanto che, nell’infausto momento, non prendano il sopravvento, e la bandiera della riscossa, i loquaci “descamisados” dell’armiamoci e partite.

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