Il sindacato visto da un manager

Bartolomeo Berello

man(Dopo l’articolo di Marco Ciani, Dove va il sindacato?, seguito del Senatore Daniele Borioli con Il sindacato che ci vuole, e Il ruolo del sindacato, quando i diritti di tutti sembrano privilegi e i privilegi di pochi della professoressa Patrizia Nosengo, oggi con piacere pubblichiamo una voce un po’ diversa, quello di un manager, l’ingegner Bartolomeo Berello, consulente di Federmanager e per anni uomo di punta  della Michelin).

Fornire un’indicazione autorevole su quello che potrà essere il ruolo del sindacato nel nostro Paese temo sia un’impresa decisamente superiore alle mie forze. Mi limiterò a due aspetti: descrivere la mia percezione del sindacato di ieri, che ha radici nella mia lunga esperienza di manager in un’azienda multinazionale del territorio ed esprimere il mio pensiero – da osservatore  del mondo delle imprese e del management – sul sindacato che vorrei, oggi e domani.

Ho conosciuto il sindacato, come controparte – si usava dire – negli anni caldi di transizione dalla cosiddetta seconda rivoluzione industriale alla terza, quando l’automazione entrava prepotentemente  nell’industria manifatturiera. Le grandi aziende statunitensi e quelle europee potevano ancora  dettar legge per mancanza di veri competitors e la crescita garantiva una distribuzione della ricchezza prodotta attraverso il confronto, spesso conflittuale, tra le parti sociali delegate a rappresentare il mondo del lavoro e delle imprese.

Il mio osservatorio aveva il privilegio di un’ampia prospettiva geografica: una decina di stabilimenti sparsi in Europa, con analoga tipologia produttiva e struttura organizzativa, in un certo senso in competizione tra loro.  Spesso mi sono trovato a discutere, anche in colloqui amichevoli, con colleghi direttori di altre unità produttive europee. Perché i nostri  risultati differivano? Quali ostacoli, quali opportunità? Il sindacato entrava in gioco pesantemente nei nostri discorsi, insieme al sistema paese: ho scoperto che non era tutto oro quello che sembrava luccicare altrove ma certamente il sindacato di casa nostra risultava di gran lunga quello più conflittuale. Quando mi chiedevano le ragioni di questa situazione, da dove nascesse questa incapacità di dialogo costruttivo, rispondevo che il conflitto era immanente, figlio di un contesto politico italiano con un partito di opposizione decisamente più forte di quello degli altri paesi e legato al sindacato, o almeno a una parte di esso, da robuste cinghie di trasmissione. Analisi un po’ semplicistica, ne convengo, ma credo aderente alla realtà. In altri paesi era più facile la firma di accordi con l’azienda in cambio di benefici economici, la mobilitazione era riservata a “grandi battaglie” che però erano condotte fino in fondo e,  in certe occasioni, il sindacato sapeva guardare lontano e condividere progetti aziendali. Da noi maggiore diffidenza e difficoltà, non di rado impossibilità, ad individuare obiettivi comuni. Allora ho anche pensato a una differenza culturale, con radici lontane, una diffidenza da “guerra fredda”, che si autoalimentava attraverso strutture aziendali repressive e atteggiamenti sindacali conflittuali: da un lato il sindacato da combattere o emarginare e dall’altro la minaccia di sciopero sempre dietro l’angolo e il giudizio negativo su quanto proposto dall’azienda, perché non conquistato con la lotta…

Nonostante queste differenze, si riusciva spesso a non perdere terreno,  grazie alla qualità, tutta italiana, di rispondere meglio di altri nelle difficoltà…  Resta il rimpianto per le occasioni perdute, quando il conflitto in casa nostra dirottava altrove  investimenti produttivi, la più importante garanzia di futuro.

Ma quel tempo è ormai passato e con la fine del secolo scorso si sono presentati all’orizzonte due enormi fattori di cambiamento: il passaggio tumultuoso del mondo da bipolare a multipolare e la messa in moto della quarta rivoluzione industriale, quella dei sistemi intelligenti e dell’interconnessione.

Il fenomeno più vistoso di questo cambiamento è quello della  manifattura cinese, figlia di una libertà economica e non politica, che ha  invaso i mercati spostando equilibri e rapporti di forza.

Il lavoro non è più la stessa cosa di prima perché la tecnologia permette ormai di annullare le distanze, di far dialogare le macchine tra loro e di creare algoritmi che prendono le decisioni al nostro posto.

Questa nuova realtà, vista da casa nostra con una visione pessimistica  ed un atteggiamento conservatore  può condannarci a una guerra tra poveri per non perdere il lavoro, inteso in senso tradizionale, che si restringe sempre più. Per contro, una visione innovativa – capace di coniugare il coraggio con la tecnologia – può farci scoprire spazi nuovi, soprattutto di ideazione e di ricerca di applicazioni che migliorino la qualità della vita e l’ambiente. Basti pensare che oggi è possibile pilotare col proprio smartphone un impianto che sta all’altro capo del mondo, le vetture cominciano a viaggiare da sole e si studiano robot che saranno i nostri assistenti.

Certamente, col cambiamento, ci saranno vincitori e vinti ed è anche probabile che il digital divide venga amplificato. Però, opporsi a questo tsunami, anziché cercare di sfruttarne l’energia, rischia di essere un comportamento suicida. Occorre prepararsi al futuro, se non si vuole subirlo: questa frase è un’ovvietà, ma non per questo meno vera.

E qui vorrei parlare di quelli che mi piacerebbe fossero i segni distintivi del sindacato nel nostro Paese, in questa realtà che cambia.

Prima di tutto, ad alti livelli, la presenza forte di una vision, in grado di catalizzare gli obiettivi e le azioni. Per me non può che essere quella di salvaguardare il ruolo dell’uomo, che deve restare protagonista nei processi che lo riguardano, proprio perché troppo ricchi di intelligenza artificiale o al servizio di una finanza che pare incontrollabile. Per fare questo occorre porsi autorevolmente nei punti nodali delle decisioni politiche e saper affrontare i problemi senza eccessivo spirito di parte o provincialismo. Un dialogo serio con gli altri sindacati europei per arrivare ad obiettivi comuni si impone. La linea che si è data IG-METALL, il più forte sindacato tedesco mi pare un’ottima fonte di ispirazione.

Un punto chiave è senz’altro quello di favorire le condizioni idonee a creare lavoro. Parlo di scuola all’altezza dei tempi e del suo avvicinamento al mondo del lavoro, dell’apparato normativo e soprattutto dell’atteggiamento culturale di fronte alle difficoltà: voglia di affrontarle e non ricerca di rifugio nell’assistenzialismo. Ovviamente non siamo nel terreno di responsabilità precipua del sindacato, ma è qui dove, a mio avviso, si gioca la partita.

Una pulizia e, dove necessario, un risanamento a casa propria, darebbe poi al sindacato maggiore consenso nell’opinione pubblica  e autorevolezza nelle proposte a chi governa. Non difendere ad ogni costo ciò che non è difendibile, comprendere che la produttività è l’assicurazione sulla vita (lavorativa).

Saper distinguere tra aziende “virtuose” e “parassite” dovrebbe diventare una competenza di base dei responsabili sindacali, per saper applicare con le prime la logica win-win e, quando necessario, entrare in conflitto con le seconde.

Occorrerà poi superare la divisione fra i tre principali sindacati nazionali, figlia di altri tempi ed altri contesti politici. Vedrei invece una separazione netta tra la tutela di chi è in servizio e dei pensionati, portatori di interessi diversi, se non contrapposti, mentre i giovani in cerca di lavoro dovrebbero essere presi in carico seriamente: non ho dati, ma la mia impressione è che il feeling tra giovani e sindacato si situi ai minimi storici. Dato che il sindacato si propone di tutelare chi lavora, e non soltanto chi è lavoratore dipendente, ne discende un’attenzione da dedicare anche alle vere o finte partite IVA e un collegamento sinergico col  mondo delle professioni.

Mi rendo conto di aver inserito troppi ingredienti nella mia ricetta e non so quanto possa essere condivisibile dagli addetti ai lavori. Credo però che cominci ad essere sia radicata all’interno del sindacato stesso la percezione del bisogno di cambiamento.

Se parlassi di aziende, direi che quelle che non cambiano sono destinate a scomparire, per il sindacato vedo, se non la scomparsa, il capolinea dell’irrilevanza. In tal caso, nascerà qualcosa d’altro che ne prenderà il posto, perché natura horret vacui, non so che cosa, e ho forti dubbi che la tutela vera di chi lavora o cerca lavoro ne risulterebbe rafforzata.

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