Parigi vive ancora

Daniele Borioli (*)

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Tre sono le cose che mi sento di dire a caldo, mentre Parigi vive ancora tra orrore e terrore.

La prima è che l’Isis non solo rappresenta, dalla fine del nazismo ai giorni nostri, la più devastante e pervasiva ideologia di distruzione comparsa sulla scena della storia. Ma soprattutto che essa è in grado di trasformarsi in atto, dandosi nel “Califfato”, che disintegra taluni confini nazionali e punta a una nuova e originale nazione panislamica, facendone la base per una guerra civile permanente portata all’interno del mono occidentale.

Lo sciagurato paradigma della “guerra di civiltà”, declinato ai tempi delle disastrose campagne belliche preventive di Bush e Blair dagli ideologi di un nuovo ordine mondiale fondato sul domino dell’Occidente e sulla sua presunta missione di esportatore della democrazia, si è oggi tragicamente ribaltato nell’opposto. Ed è il nuovo fondamentalismo islamista, evoluzione estrema della stessa esperienza di Al Qaeda, a darsi come obiettivo la destrutturazione della nostra civiltà attraverso l’uso del terrore.

Potevamo già saperlo, sin dal tempo dell’11 settembre? Difficile da dirsi. Quell’attacco, ancora più sanguinario per il numero della vittime provocate, appariva e si autoqualificava più sotto il segno della rappresaglia: di un fondamentalismo che intendeva punire l’Occidente nei suoi simboli e nella sua carne, quale ritorsione per le “colpe” da esso accumulate nel corso dei secoli e del passato recente.

Ma dopo gli episodi di Parigi del gennaio scorso, dopo Tunisi, dopo Beirut, dopo l’attentato aereo del Sinai e, infine, dopo il tragico fine settimana di nuovo a Parigi, non possono più esserci dubbi. Una parte del mondo, organizzata e dotata di una non trascurabile potenza militare e finanziaria, ci ha dichiarato guerra. E sarà una guerra lunga e sanguinosa, perché il nemico che ci attacca non ha altri obiettivi se non la nostra totale destabilizzazione e distruzione. Se non la guerra per la guerra contro di noi. E su questi obiettivi non c’è trattativa possibile. Non ci sono vie diplomatiche percorribili.

La seconda considerazione riguarda perciò il come affrontare questa guerra, contro di noi dichiarata. La Costituzione ci impone di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie tra i popoli. Ma la stessa Costituzione ci indica il dovere di difendere la nostra Patria, i nostri confini e i valori che essi custodiscono. Vedremo, perciò, nel rispetto imprescindibile degli obblighi di concertazione con l’Unione Europea e con le Nazioni Unite, quali saranno le strade da percorrere.

Senza corse irresponsabili e frettolose verso un esito bellico aperto e sul campo, ma senza neppure escludere che questa, alla fine, risulti l’unica via percorribile da parte di una comunità internazionale che, oggi, risulta in grandissima parte sotto minaccia. Staremo a vedere l’evolversi della situazione nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, ma mi pare sinceramente che nessuna opzione possa a priori essere esclusa.

Con l’auspicio che qualunque soluzione alla fine prevalga coinvolga quanto più possibile i Paesi dell’Islam moderato o democratico nell’obiettivo di ristabilire un ordine accettabile, insieme all’Europa unita e a tutte le maggiori potenze mondiali.

Su questo vorrei essere chiaro. Siamo già oltre il dilemma se andare o non andare in guerra. In guerra ci siamo già, perché l’Isis l’ha dichiarata contro di noi. E di fronte a questo dato di fatto, anche le discussioni pur interessanti sulle responsabilità che l’Occidente ha avuto nel co-determinare la condizione di oggi  passano in secondo piano, rispetto alla necessità di difendersi.

Su come questa difesa andrà strategicamente e tatticamente impostata, con quali mezzi e secondo quali scansioni temporali, i governi, le intelligences e  gli stati maggiori degli stati e degli organismi sovrannazionali lavoreranno nelle prossime settimane. Vedremo quali saranno gli esiti, ma difficilmente, dopo il venerdì di sangue parigino, tutto procederà come prima.

La terza e ultima considerazione riguarda il versante interno. I riflessi che questo nuovo e raccapricciante atto terroristico avrà nel nostro Paese: sulle politiche di accoglienza dei profughi, così come su quelle finalizzate all’inclusione delle diverse comunità non italiane presenti sul nostro territorio.

Sinceramente, mi auguro dal profondo del cuore che in questo momento difficile, nel quale appare evidente come anche l’Italia sia potenzialmente sotto attacco, ed esposta anche geograficamente al rischio di attentati sul proprio territorio, prevalgano il senso di unità nazionale e di responsabilità che le classi dirigenti devono saper mettere in atto per evitare che la paura si trasformi in ostilità, o peggio ancora in xenofobia, razzismo, caccia preventiva “all’untore”.

Sarebbe però ingenuo non vedere che il rischio c’è. Anche perché reputo assai improbabile che le forze della xenofobia, dell’inospitalità, della paura dell’immigrazione, che hanno fatto della paura il proprio giacimento di consensi, vogliano perdere la “ghiotta” occasione che si presenta davanti a loro.

Ecco perché, proprio per difendere strenuamente quel modello di civiltà e di accoglienza, per preservare quella prospettiva di integrazione e inclusione nella cittadinanza, che distingue la nostra cultura e i valori cui essa fa riferimento,dall’ideologia di barbarie permanente verso cui vuol trascinarci l’Isis,  è necessario che le forze responsabili della nazione si uniscano in un progetto di “saldezza democratica”, in grado di coinvolgere trasversalmente le forze di governo e di opposizione.

In questa direzione vanno gli sforzi che già in queste prime ore sta mettendo in campo il Presidente del Consiglio e che nei prossimi giorni saranno ulteriormente precisati.

Certo, la saldezza democratica ha, purtroppo, alcuni prezzi da pagare. I controlli di sicurezza, alle frontiere e nei posti sensibili, anche in ragione dell’imminente Giubileo, andranno ulteriormente rafforzati. E questo può darsi comporti sacrifici sul fronte delle libertà individuali, anche rispetto alla fluidità di movimenti che sino ad oggi abbiamo conosciuto negli spostamenti interni all’UE.

Soprattutto, credo occorra che anche i settori progressisti e di sinistra dello schieramento politico si facciano promotori di un nuovo paradigma di approccio alle tematiche dell’accoglienza e dell’immigrazione. Nuovo paradigma che non può e non deve mutuare le parole d’ordine dell’odio e della paura declinate dalle destre estreme, ma deve puntare su altri fattori.

Penso in primo luogo all’esigenza, non differibile di coinvolgere nella lotta contro il terrorismo di matrice islamista, e le sue infiltrazioni nel nostro Paese, le stesse componenti sane e operose delle comunità islamiche presenti in Italia. Componenti che rappresentano la stragrande maggioranza dei musulmani attivi sul nostro territorio, e che con grande incisività possono concorrere a stroncare sul nascere la presenza di cellule jihadiste, collaborando fattivamente a sorvegliare sull’educazione dei propri figli, a isolare e denunciare alle autorità i casi sospetti.

Qualcuno la fa già, ma ancora troppo estese sono probabilmente le aree in cui il dissenso dall’estremismo fondamentalista islamico, che anche in Italia sappiamo trova luoghi di propaganda e proselitismo, si limita alla dissociazione passiva. Un primo passo, oggi non più sufficiente.

Di fronte a un’emergenza che invece richiama alla mente il coraggio civile di Guido Rossa che, negli anni bui del terrorismo brigatista, comprese come solo la collaborazione attiva con lo Stato di quella stessa classe operaia cui le BR rivolgevano i propri messaggi avrebbe potuto alla fine sconfiggere alla radice la malapianta del terrore.

Qualcosa del genere vale anche oggi. Prosciugare i bacini del terrorismo islamico, trasformandoli in luoghi attivi di difesa dei valori di civiltà universali, che la nostra cultura rappresenta e ai quali sono legati ormai anche i destini dei figli degli immigrati dal mondo arabo, è la miglior ricetta per uccidere la bestia del “Califfo” e vincere la dura battaglia che ci impegnerà nei prossimi anni.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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2 thoughts on “Parigi vive ancora

  1. In passato, le guerre erano combattute tra Nazioni o blocchi di Nazioni, talora con la motivazione ufficiale di restituire alle popolazioni un legittimo territorio, ma, più spesso, per mere ragioni economiche. Quella di oggi non è una guerra da intendersi nel significato usuale del termine, ma, come, giustamente, osservato, mera azione terroristica mirata a destabilizzare una civiltà, dove, peraltro, questo termine, tende, almeno in alcuni casi, ad assumere connotazione quanto meno dubbia, giacché non si possono definire civili i popoli che fanno del denaro la propria bandiera e che tendono, financo mediante l’emanazione di leggi, ad aumentare le disuguaglianze sociali anziché a ridurle. Desta tuttavia scalpore che una razza come quella Araba, che ha dato al mondo il sistema numerico posizionale, l’Algebra e la Chimica perda la propria reputazione per alcuni suoi scellerati esponenti.
    Se il terrorismo deve essere combattuto con metodiche militari delle più energiche ed, al contempo, delle più raffinate, una volta passata l’emergenza, occorre fare in modo che a governare il mondo sia in Diritto, inteso quale Jus superiorem non recognoscens, alla maniera dei nostri Padri Romani, non già la violenza, specie in nome del denaro o, peggio, della religione.

  2. Condivido la parte finale. Poi richiamo al giusto invito di Edgar Morin della necessità di “imporre la pace”. Ora tutti ripetono solo parole di guerra, di ritorsione; e anche i più equilibrati e con buon senso ci dicono già che l’opzione delle armi non va esclusa. Ma detta così, significa che ormai ci siamo incamminati a concedere via libera ai generali e agli strateghi militari. Inoltre quando giungevano dal Medio Oriente richieste di intervento per essere difesi (ricordiamo i “nazareni” obbligati a fuggire o sgozzati) nulla si è mosso, proprio ritenendo le armi l’ultima opzione. Adesso che scoppia l’Europa ci svegliamo e invochiamo la legittima difesa. In ultimo ricordo, avendolo letto in un Post pubblicato su FB, che “solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza”. Ricordiamoci, quindi, come Occidente le nostre responsabilità. E non assecondiamo il militarismo di ritorno che cova da tempo sotto le ceneri e non vede l’ora di ritornare a usare le armi ferme dal 1945. La pace la si difende seminando la pace.

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