Chiesa casa del Padre

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Non credo, per loro buona pace, che Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, abbiano pubblicato i loro rispettivi volumi per aiutare le riforme che papa Francesco sta promuovendo per una Chiesa “povera per i poveri”. E tuttavia capisco le loro buone ragioni; non solo perché, soprattutto per dei cristiani, preti o laici poco importa, certe cose bisognerebbe non farle anziché non dirle, ma anche perché, dal punto di vista del giornalismo, la notizia, se adeguatamente controllata e confermata, non può essere oggetto di secretazione, anche se lo strumento informativo risulti malavitoso e giudicato dallo stesso papa, un reato.

Ciò posto, al di là della bagarre scandalistica che fa notizia e cassa, mi pare di intravvedere tre reazioni che mi permetto di elencare, probabilmente scontentando sia a “destra” che a “sinistra”; ma quando abbiamo pensato ad AP lo abbiamo fatto senza preoccuparci di facili consensi.

La prima reazione è di chi vorrebbe giustificare ciò che nella Chiesa sta accadendo; o almeno di quietare e sopire. Si tratta di una reazione tanto volonterosa, quanto inefficace. Capisco che a fronte di un patrimonio immobiliare che è risultato di una lunga storia, ora una dismissione non sia facilmente praticabile e capisco anche che lasciare inabitati alloggi di parecchie centinaia di metri quadri potrebbe comportare effetti devastanti: capisco. Tuttavia ci sono esempi che dimostrano che si potrebbe anche fare. Papa Francesco lo ha fatto; vescovi di diverse parti del mondo lo hanno fatto lasciando le dimore episcopali ai senza/tetto o ospitando poveri ed emarginati dando vita ad una convivenza probabilmente più evangelica che facile; parroci di diverse parrocchie non hanno paura di dare ospitalità a chi non avrebbe casa e magari lo hanno fatto senza guardare a distinzioni culturali e religiose. Se talora si aprono problemi non sarà difficile rispondere che per essere risolti i problemi debbono emergere e non essere rimossi. Ciò però che lascia perplessi è l’uso che sembra farsi del denaro destinato ai poveri, agli ammalati, agli emarginati della storia di un’umanità che lascia spesso ai margini i più deboli. Su questo, reverendissimi padri, lo scandalo del popolo cristiano e di tutti gli uomini amati da Dio è grande e rendono difficile l’annuncio di un Vangelo spesso contraddetto dai comportamenti posti in essere.

C’è però, per arrivare ad un secondo appunto, un’altra giustificazione, assai diversa, se non contrapposta alla prima. Forse si tratta di un ragionamento che riguarda coloro che condividono la mia fede, ma che mi permetto di offrire a tutti i miei lettori. Succede di cercare nelle miserie umane della Chiesa proprio degli alibi al nostro comportamento. Don Primo Mazzolari, nei suoi ragionamenti sulla Chiesa lo richiamava con valutazioni persino impietose, quando parlando degli apostoli, scelti direttamente dal Cristo, ricordava che, nel momento della difficoltà, uno di loro ha tradito, un altro ha rinnegato e gli altri sono scappati. Non se ne esce; se usiamo delle debolezze delle fragilità, persino dei delitti dell’uomo, per giudicare una Chiesa che, al contrario è la casa del Padre, sia pure offerta a tutta l’umanità, finiamo in un vicolo cieco: ciò non giustifica nulla, lo abbiamo anticipato, ma non giustifica neppure un giudizio globale sulla Chiesa; al massimo lo spiega.

Forse infine, c’è un terzo punto che mi viene suggerito dalle dichiarazioni di un parroco romano, di uno di quei preti cioè che stanno sulle frontiere della vita e che non si ritraggono se, constatate le loro difficoltà con una popolazione che manca del necessario, decidono di “mandare a quel paese”, (ma l’espressione è stata molto più colorita) chi, vescovo o prete, vive nel lusso. Secondo lui (e quanto gli do ragione!) parlando di certe agiatezze, resta chiaro che “la Chiesa non è quella”.

Giusto e, sia chiaro, lo constatiamo anche nella nostra Chiesa locale. Ci sono parrocchie che, al mattino offrono la colazione a chiunque si presenti e, da tempo provocano lunghe processioni di affamati che bussano ad una porta aperta per l’esempio cristiano presentato a tutti, anche a chi non condividendo nessuna fede, non esita a dare il suo contributo; “dare da mangiare agli affamati” discrimine del giudizio che non mi risulta abbia trovato posto nell’elenco dei “principi non negoziabili”. Ci sono parroci, sempre nella Chiesa locale che sono letteralmente sommersi dalle bollette della luce, dai ratei di riscaldamento di parrocchiani che non possono farvi fronte e rischiano di rimanere nudi dell’indispensabile; “vestire gli ignudi” (principio negoziabile, o no?). Ci sono parroci che ospitano al limite delle possibilità e della capienza dei loro alloggi chi rimane senza un tetto perché sempre straniero per la nostra abituale opulenza, sia pure nella crisi; “accogliere lo straniero”: per quanto mi sforzi non lo trovo nei “principi non negoziabili”.

Eppure è vero: per fortuna non mi sento di dire c’è un’altra Chiesa; dico piuttosto, anche questa è la Chiesa! Quella che non esclude nessuno, non i poveri, non i deboli, non gli emarginati e neppure quelli che non condividono la fede dei cristiani e dei credenti e neppure (vedi un po’!) gli anziani.

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