Per 70 anni a favore delle donne monferrine

Carlo Baviera

mazContesto sociale in cui operò Giovannina Mazzone

Nel momento in cui si celebrano i cento anni dell’Istituto Nostra Signora di Lourdes, legato all’opera di Giovannina Mazzone, è utile evidenziare e meglio inquadrare il suo operato (e alcune sue realizzazioni) nel contesto sociale a cavallo tra il XIX e XX secolo, e anche all’interno delle vicende e delle attività del movimento sociale cattolico della nostra Diocesi, ricordando che lei è sempre stata attenta alle situazioni di povertà e di chi era inserito in attività lavorative.

“Nell’800 e nel ‘900, nacquero, per iniziativa delle organizzazioni di ispirazione cristiana, società operaie e banche cattoliche e casse rurali, cooperative di produzione e consumo, unioni agricole e professionali, assicurazioni e, infine, associazioni di operai, artigiani, lavoratori della terra. Un cristiano non può essere inerte; deve annunziare e testimoniare la sua fede incarnandola nella storia”[1]. Questo ha fatto Giovannina Mazzone, non è rimasta inerte, in anni particolarmente travagliati e di profonda trasformazione.

Giovannina Mazzone nacque e crebbe negli anni successivi all’Unità d’Italia. Quando iniziò il suo impegno parrocchiale, di giovane che si mette al servizio, si era già aperta la “questione romana” con Roma Capitale del nuovo Stato. I cattolici italiani diedero vita all’Opera dei Congressi Cattolici, organizzazione che si articolava a livello diocesano e che aveva come scopo di tutelare i diritti della Chiesa, ridotti ai minimi termini dopo l’unificazione italiana, e di promuoverne le opere caritative (dopo il loro scioglimento imposto dalla legislazione antiecclesiastica) e la propria visione riguardo all’educazione, alla famiglia, alle manifestazioni di pietà popolare, alla presenza di Istituti religiosi e al loro servizio assistenziale o scolastico, coordinando le attività promosse dalle associazioni del mondo cattolico. Nelle Diocesi italiane, dopo l’unificazione del Paese e la presa di Porta Pia, l’attenzione alle problematiche sociali non era ancora affrontata con la chiarezza di oggi, circa la distinzione dei compiti che attengono all’attività pastorale e a quella più propriamente politico economica; né era separata la prospettiva che oggi definiremmo di volontariato o di impegno civile, rispetto a quella più propriamente politica-elettorale. Per anni le cose sono state “confuse” (o sovrapposte) negli scopi e nell’uso degli strumenti, ma l’iniziativa cattolico sociale è stata ugualmente rilevante e significativa sia per chiarire quali fossero gli obiettivi di uno Stato democratico, sia nel contribuire a far maturare, pur se nel confronto a volte molto aspro con altre culture, la collaborazione delle forze popolari per il bene comune.

Solo a ‘900 inoltrato si distinsero meglio i diversi piani d’azione (spirituale e temporale) e la distinzione dei compiti tra gerarchia e laici. I cattolici comunque furono molto operativi sul piano caritativo, educativo, economico sociale e cooperativo, e attraverso le associazioni aderenti all’Opera dei Congressi, lavoravano per l’ottenimento di riforme sociali, il rispetto degli operai nelle aziende, fondavano cooperative, banche, società di mutuo soccorso, organizzazioni professionali, scuole per l’istruzione popolare, giornali.

L’Opera dei Congressi Cattolici si sviluppò con ritardo a Casale Monferrato, a causa del legame del Monferrato con la tradizione sabauda e conservatrice; infatti quando sorse la “questione romana”, anche nella nostra Diocesi, come in larga parte del Piemonte, si era più inclini a capire le ragioni della monarchia, rispetto ad altre Regioni. Perciò le Società operaie cattoliche sorsero anche qui con carattere autonomo, al di fuori dell’Opera dei Congressi. Solo dopo qualche anno, per volontà del nuovo Vescovo Ferrè, i cattolici si impegnarono nella organizzazione e nello sviluppo di società operaie e di attività cattoliche, affiliate all’Opera, attente alla realtà sociale e caritativa (fu fondata la Società Operaia di Tonco, a Casale Monferrato la Società di Buone Opere e Beneficenza, e a Mirabello la Società Operaia Cattolica di Mutuo Soccorso “S. Giuseppe”).

In questo contesto, la Signorina Mazzone, si dedicò all’attività catechistica (Nel 1868 Mons. Ferrè aveva scritto un Compendio della Dottrina Cristiana ad uso della Diocesi di Casale, e continuerà anche successivamente a richiamare i parroci, che “è fatto obbligo di istituire in ogni Parrocchia la Pia Società dei Fratelli e Sorelle della Dottrina Cristiana”). E, attraverso l’attività con le Dame di S. Vincenzo della Parrocchia di S. Stefano, prestò la propria attenzione a favore di chi era più in difficoltà; successivamente questa attenzione si rivolgerà in particolare a sostegno delle donne e delle lavoratrici, e del loro riscatto in un periodo in cui l’emancipazione femminile era di là da venire, regolata da una cultura che non riconosceva loro diritti, possibilità, considerazione.

Situazione sociale di fine ‘800

In quegli anni il Monferrato era ancora la zona più viticola del Piemonte, dove erano approdati gli studiosi più illustri come gli Ottavi, agronomi di livello internazionale.

I dati riportati da una Indagine Agraria relativa al Circondario di Casale M. del 1878 segnalano che, “all’interno di una popolazione del Circondario di 144.217 abitanti, i quattro quinti appartenevano alla popolazione rurale. Il territorio veniva distinto in 2 zone: quella a Poggio (60.000 ettari) e quella a Piano (18.000 ettari). Nel piano si fabbricava cacio, burro e vi erano latterie sociali. Sui poggi la produzione vegetale, di uve, granelle, frutta, legumi variava da £ 300 a £ 500 a ettaro, in rari casi a £ 1.000, mentre nel piano variava da £ 250 a 400. La spesa media di coltura, escluso il fitto, le imposte, il lavoro degli animali era di circa £ 250 per ettaro. Sui poggi dominava la piccola proprietà. Nel piano il grande possesso era anche di oltre  200 ettari. Gran parte dei fondi rurali gravati da ipoteche, soprattutto le piccole proprietà, perché acquistate a credito, difficilmente rimborsabile col ricavo della loro rendita. Imposte: fra l’erariale, la provinciale, la comunale circa 36 £ ad ettaro (approssimativamente un quarto del reddito netto). Il salario dei braccianti: in inverno, nel piano £ 1 al giorno, sui poggi £ 1,40; nelle altre stagioni, nel piano da £ 2 fino a 3,50 al giorno, sui poggi da £ 2,50 a 3,50 e più e inoltre un litro di vino. Quasi tutti i piccoli possessori sapevano leggere e scrivere. Gli schiavandai (salariati agricoli) erano per lo più illetterati. In tutti i Comuni del Circondario vi erano scuole elementari (frequentatissime d’inverno, a maggio quasi spopolate)”.

 

Lo sviluppo delle Industrie del cemento e il lavoro nelle cave portava all’espandersi di nuovi lavori e alla trasformazione della realtà economica. La figura del “cavatore” è protagonista del lavoro dell’uomo in miniera. Il panorama economico e sociale subisce grandi trasformazioni. Poco alla volta diventano modesti gli investimenti nei settori vitivinicolo ed enologico, a differenza dell’Astigiano, inoltre “Quando in Francia il flagello della filossera distrusse l’80% dei vigneti, i nostri contadini ebbero richieste di vino da tutto il mondo, ma non furono in grado di soddisfarle. Così a loro insaputa si preparavano a diventare cavatori e minatori [2].

Quindi dal punto di vista economico per Casale e il suo territorio comprensoriale erano anni “di diffusa e dolorosa miseria a livello popolare: epidemie di malaria, accattonaggio e coltellate di briganti erano familiari. L’agricoltura monferrina è in stato di decadenza, particolarmente per un sistema di diffuso latifondo cha abbandona spesso i terreni in condizioni di scarso rendimento. .. Né sono migliori le condizioni di uomini, donne e ragazzi costretti a lavorare nelle cave casalesi dalle quali si estrae il materiale per la giovane industria cementiera che si va sviluppando” [3].

Erano gli anni in cui venivano inaugurate le <cucine economiche> a favore dei poveri, in cui “di bambini scrofolosi è piena la città, e sono i pochi che restano sui tanti che nascono” [4], di monelli e soprattutto delinquenti ubriachi che imperversavano, di atti vandalici (furti, incendi dolosi sui fienili, tagli di vite a scopo di vendetta: “tutte le notti nel Monferrato avvengono vili distruzioni che diluiscono il patrimonio viticolo” [5]), di emigrazioni massicce in cerca di fortuna e lavoro.

Queste condizioni di difficoltà sociali ed economiche, in non pochi casi di vera miseria, nonostante fossero floride le industrie della calce e del cemento, portò alle prime rivendicazioni operaie. A Casale il primo sciopero organizzato dagli spalatori di neve, fallì per l’arrivo di <crumiri> dai paesi; lo sciopero si estese poi agli operai delle Fonderie Bazzi e vi fu una “rivolta delle rastrellatrici di fieno che giungono dall’Oltre Po. Si rifiutano di pagare il dazio. .. le donne travolgono il casello daziario, i gabellieri e le guardie di servizio” [6].

In questo periodo sono da notare anche trasformazioni in città: abbattimento del ponte di corde e costruzione di uno in ferro, inaugurazione dell’utilizzo della luce elettrica in Via Roma, presentazione delle prime automobili.

 

In campo cattolico, incominciò poco alla volta a delinearsi una presa di coscienza, più convinta e sicura, della questione sociale, soprattutto con l’emanazione dell’Enciclica di Leone XIII “Rerum Novarum” (15/5/1891) sulla questione operaia, che portava ad un’attenzione specifica, da parte della Chiesa, per le questioni emergenti. Alla redazione di quel documento diede un contributo il Beato Prof. Giuseppe Toniolo. E quel testo è stato un riferimento costante per l’impegno “pubblico” dei credenti. In questo modo si abbandonavano anche i legami o le simpatie per un sistema politico tradizionale e si entrava in campo aperto rispetto alle nuove esigenze e situazioni che i tempi richiedevano, e si dava vita ad iniziative più adeguate alle necessità del momento. Guardando all’opera di Giovannina Mazzone noi possiamo riscontrare non solo attenzioni e risposte di tipo caritativo/assistenziale, ma anche uno spirito e una sollecitudine di tipo sociale. Se ogni forma di bene la attraeva, anche il bene pubblico vi rientrava.

L’elenco dell’operato “sociale” di Giovannina Mazzone è puntualmente inserito in questa ottica.

L’ attività catechistica la convinse della necessità di un Oratorio anche per allontanare le ragazze dai pericoli di tristi divertimenti[7]. Verrà ricordato come uno dei primi Oratori femminili italiani. Tra le finalità dell’oratorio, sia religiose che sociali, vi era quello di “sovvenire anche nei loro (delle giovinette) bisogni materiali con sussidi, collocamenti a lavoro, acquisto di piccole cognizioni utili alle loro condizioni (per esempio disegno per le ricamatrici, di aritmetica per le garzoncelle, di francese per le maestrine e signorine)” [8]. Per realizzare queste finalità creò corsi specifici per le domestiche e per le operaie.

Nel 1893 prese forma quello che sarà il Convitto per accogliere le studentesse del circondario frequentanti le scuole casalesi, quando le si fece intendere “che molte giovani che venivano in città per gli studi, si fermavano a prendere i pasti nei caffè, nelle osterie non sempre di buona fama” [9].

Iniziò così il suo impegno per il riscatto della donna, delle giovani, delle lavoratrici. È questo ciò che la caratterizza maggiormente. In particolare perché è stata tra le prime a operare per l’emancipazione femminile, promuovendone il ruolo nella società. Le sue (della Mazzone) tante iniziative aiutano a far comprendere che la donna andava aiutata perché doppiamente debole (in quanto donna e in quanto lavoratrice). La passione civile e il riscatto sociale diventavano parte dell’opera evangelizzatrice. E questo ha fatto non come sindacalista o come politica, non come rappresentante di associazioni di categoria; in lei vi era uno spirito missionario, di apostolato, un desiderio di portare Dio alle persone e aprirle alla misericordia del Salvatore. Lo si evince  anche da una testimonianza a firma Ernestina Valterza: “La giovane signorina Mazzone è forte e tenace, non teme di far sentire la sua voce sia nel campo politico che nel campo di lavoro. Difende senza timore ogni sorta di lavoratrice; la donna non è un oggetto, ma una persona alla quale devono essere riconosciuti i suoi diritti. Sono momenti duri per la povera gente sfruttata dai padroni, avidi di guadagno”. Ed è pure interessante la lettera del novembre 1886 all’amica e collaboratrice Adelaide Gonella (“mi gettai con grande ardore alla consolazione che mi si concedeva generosamente di fare il catechismo parrocchiale. Ma che è mai e come può bastarmi una mezz’ora d’impegno festivo? Di qui l’idea mia fissa d’impegnare le mie sostanze tutte al bene delle fanciulle povere, troppo esposte ai pericoli e senza alcun mezzo di sussistenza per sostenersi, perché niun mestiere, niuna via è loro aperta, né laboratorio, né oratorio festivo, nessuna industria, nulla”).

Può essere utile confrontare le realizzazioni attuate nei primi anni di attività della signorina Mazzone, con altre iniziative “sociali” a favore delle donne, significative per quel periodo.

Le suore Domenicane iniziarono ad operare nella città di Casale nel 1881 (esattamente il 29/3) dedicandosi inizialmente “ai malati di ogni condizione”. Iniziarono con l’assistenza ai malati presso le famiglie. Dopo alcuni spostamenti della sede (quella iniziale era in Via Mellana, poi si trasferirono in Via della Rovere iniziando l’Asilo infantile, e successivamente trovarono alloggio in via Rivetta – Palazzo Massa – nel 1890; presto dovettero ancora traslocare in via Vidua), “trovandosi vicino alla Chiesa di S. Domenico, le suore affittarono una parte del Chiostro e lì organizzarono le scuole elementari e il laboratorio per le ragazze”.[10]

Nel 1889 venne fondato il Ritiro della Madonnina per raccogliere (dandovi assistenza) le giovani persone di servizio.

Tutto il resto era rivolto soprattutto ai maschi (sia operai, che contadini, che artigiani).

Queste le Società esistenti in quegli stessi anni e appartenenti al Movimento Cattolico della Diocesi di Casale Monferrato, come rilevate dalla IV Adunanza regionale piemontese dell’Opera (tenutasi a Torino il 18 e 19/4/1894):

Società Operaia Cattolica a Casale, Mirabello, Giarole, Lu, Conzano, Rosignano, Grazzano, Borgo S. Martino, Montemagno, Terranova, Frassinello, Cassa Rurale di prestiti in Camagna, Casorzo, Marcorengo, Lu, Cooperativa di produzione lavoro e consumo a Borgo S. Martino, Circolo dei Contadini a Mirabello, Conferenza s. Vincenzo de Paoli, Oratorio festivo per i ragazzi e giovani apprendisti, e tre per le ragazze, Biblioteca del Seminario aperta al pubblico, una biblioteca circolante nella Parrocchia dell’Addolorata; Società dei Luigini nella Parrocchia di S. Ilario; scuola di religione per giovani studenti del Liceo, Ginnasio e Scuole Tecniche; l’opera dei catechismi serali ai giovani operai.

Solo nel 1896 si sarebbe costituito il Comitato Diocesano dell’Opera dei Congressi cattolici.

Il 31 maggio 1896 durante la I^ Adunanza diocesana dell’Opera, al Santuario di Crea si insistette in particolare sulla necessità di costituire sezioni giovanili, oratori e ricreatori festivi, e aumentare le casse rurali. Venne affrontato anche l’argomento della stampa cattolica (esisteva il Corriere di Casale, che nel 1922 sarebbe stato sostituito da La Vita Casalese).

E nel 1897 fu approvato lo Statuto della Federazione Cattolica Agricola.

Il nuovo secolo: la città si trasforma, nascono nuove emergenze

Si guardava con speranza al secolo XX con la presunzione di un progresso illimitato. Però il secolo precedente si era chiuso con moti popolari per il pane  e le cannonate di Bava Beccaris, vicenda che dice come la povertà dominasse ancora in molte realtà. E si ebbe l’uccisione del Re Umberto I, causa di  una serie di violenze che attraverseranno il secolo, con addirittura due Guerre Mondiali.

E pochi anni dopo (1908), il terribile terremoto di Reggio Calabria e Messina riporterà a misurarsi ancora con la realtà a volte tragica.

A Casale si portò a termine l’abbattimento delle Porte di accesso al concentrico, dei bastioni, e dei rivellini del Castello e si costruì il Foro Boario (Mercato Pavia). Si svilupparono in questo modo le aree immediatamente fuori dal concentrico urbano (al Ronzone e Priocco si intensificò la presenza e la produzione delle industrie del cemento). Anche Porta Milano cominciò a crescere dopo l’abbattimento della Porta omonima e con la costruzione del cavalcavia e del Casermone. Mentre al Valentino (1904) iniziò, da parte dei salesiani, la costruzione di due palazzine di cui una per la cappella, punto di partenza per lo sviluppo futuro del complesso odierno.

Solo nel 1913 arriverà in città l’acqua potabile.

“Gli stabilimenti cementiferi lavoravano a pieno regime con turni ininterrotti, specie nelle numerose cave di marna collinari. Gli operai non avevano (e probabilmente neppure gli imprenditori) alcuna percezione delle malattie professionali derivate da questa attività, anche se la città, diventata nel frattempo Capitale italiana del cemento, e le circostanti campagne erano visibilmente imbiancate … In città brulicavano negozi, laboratori artigianali, rivenditori di ogni genere di prodotti, .., fabbri, sarte, ricamatrici, stiratrici, .. sellai, cestai, zoccolai .., e l’analfabetismo era ancora largamente diffuso”  [11].

Nel 1907 inizierà la lavorazione la fabbrica dell’Eternit (anche il nome dice della visione di crescita infinita che ubriacava il nuovo secolo): occasione di lavoro, di reddito, di sviluppo economico, ma anche profonda ferita per le malattie professionali e l’inquinamento atmosferico e ambientale, e per la lunga interminabile tragedia prodotta del mesotelioma, malattia causata dall’amianto.

Per quanto riguarda le condizioni economico-sociali è utile rifarsi anche alla Lettera pastorale di Mons. Gavotti per la quaresima 1909: “molte famiglie si trovano in condizioni poco liete, o per la crisi vinicola che affligge queste regioni o, in qualche luogo particolare, per la crisi dell’industria; ne prendo motivo per osservare come in molti casi, la mancanza o la diminuzione dei guadagni, non apporterebbe così tristi conseguenze, se nei giorni dell’abbondanza si fosse stati più previdenti. La previdenza manca [..]. Di fronte a questo male sento il dovere di pronunziare una parola [..] e raccomando ben volentieri ancora una volta quella benefica istituzione che è la Cassa Nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”.

I tempi in cui Casale Monferrato rappresentava un importante centro risorgimentale ed era la seconda città del Regno di Sardegna, si erano chiusi con la costituzione dell’Unità d’Italia, diventando uno dei tanti centri della penisola. Se si guarda il quadro delle gerarchie demografiche urbane in Piemonte tra 1861 e 2001 si nota come Casale Monferrato fosse nel 1861 la quarta città, dopo Torino Alessandria e Asti, con 26.755 abitanti; nel 1901 è al quinto posto, preceduta anche da Novara, pur essendo aumentata a 31.370 abitanti; nel 1931 con 37.468 abitanti è superata anche da Vercelli; nel 1951 occupa l’ottavo posto (ab. 37.415); nel 1981 passa al tredicesimo posto anche aumentando gli abitanti (41.899); nel 2001 occupa la quindicesima posizione iniziando l’inversione demografica (35.244 ab.); nel 2008 però era risalita al quattordicesimo posto con 36.039 abitanti[12]. Al 31/12/2014 si trovava in sedicesima posizione con 34.706 abitanti.

A livello nazionale si era costituito e consolidato, all’interno dell’Opera dei Congressi, il Movimento della Democrazia Cristiana facente capo al sacerdote marchigiano Romolo Murri. Nel 1899 aveva pubblicato, in occasione delle elezioni amministrative, il “Programma di Torino” documento progettuale  in attesa di passare  all’iniziativa politica. Il nuovo movimento aveva esponenti ed aderenti anche in Piemonte. La divisione tra intransigenti e la corrente facente capo a Murri si verificò anche in Diocesi, e non solo tra il laicato. Nella Diocesi di Casale la propaganda murriana fu svolta soprattutto da sacerdoti venuti da fuori: in particolare Mons. L. Dardano parroco di Broni, che si dedicò anche alla diffusione delle Unioni Professionali, e dall’alessandrino don G. Carrà.[13]

Si deve notare che il movimento sociale cattolico monferrino era caratterizzato dall’impegno, soprattutto, dei piccoli e medi proprietari, per far fronte a quelle che si ritenevano minacce di sovversione e antireligiose, ma anche agli eccessi del liberalismo economico.

Perciò, anche a livello locale la voce dei “cristiano-democratici” si fece sentire: anche se non ebbe grande sviluppo.

Queste novità però, almeno a livello culturale e di assunzione di responsabilità, influirono sui più attenti e preparati. È interessante leggere pochi passaggi del Discorso dal titolo “La democrazia e il cristianesimo” tenuto dal Sac. Giuseppe Oldano per la benedizione della bandiera della Cassa Rurale Federata di Ottiglio 21 maggio 1905 (sette mesi prima del Discorso di Caltagirone di don Luigi Sturzo, seppure dopo un anno dallo scioglimento imposto alla esperienza democratico cristiana), per rendersi conto di come alcuni avessero già una coscienza democratica e sociale:

“Noi cristiani dunque non possiamo aver paura delle ascensioni popolari: esse son contenute in germe nel Vangelo: non possiamo avversare la democrazia: essa è nata dal cristianesimo: l’amiamo perché è nostra. Fra il cristianesimo e la democrazia passa una relazione intima ed essenziale. Col cristianesimo si discende alla democrazia e colla democrazia si ascende al cristianesimo. fratelli, vi è la lotta alta delle idee: vi è il combattimento generoso per lo sterminio dell’errore e del pregiudizio: un combattimento che è un’attività civile e santa d’amore e di sacrifizio: in una parola: l’apostolato. … Il cristianesimo nostro … dobbiamo viverlo e farlo prorompere nella vita sociale come un’onda santa di bene. … “Una volta era lecito a noi disinteressarci della vita sociale, i governi eran dispotici ed al pubblico bene dovevan pensare le classi privilegiate. Ma ora che ogni cittadino è re o almeno il tramite per cui si comunica il potere, potremo noi sottrarci alla responsabilità della vita pubblica e non sentirne nella nostra coscienza il peso e la sollecitudine? Disinteressarci della vita pubblica o peggio ancora abbandonarla al laicismo ed all’incredulità, non solo è incoscienza indegna di uomini civili, ma è delitto contro Dio e l’umanità … Il nostro posto dunque dev’essere tanto nel mondo come nel tempio. Cristiani dunque, cristiani sociali e cristiani del secolo XX. Il mondo non ci seguirà e predicheremo al deserto se non saremo dei nostri tempi; ed ogni nostra iniziativa si infrangerà e cadrà miseramente, se di fronte alle aspirazioni dell’età moderna noi terremo un’attitudine ostile. … Quando la nostra attività si collochi sulla via dei miglioramenti sociali, del progresso, della giustizia e della solidarietà, … allora la nostra parola troverà i cuori preparati ad accoglierla”[14].

Nel 1901 la II^ Adunanza diocesana dell’Opera si svolse presso i locali del Seminario; nel suo intervento l’avv. Rondolino sottolineò: “È tempo che i cattolici esercitino la loro influenza anche nel campo economico-sociale. Le Unioni Professionali sono le più efficaci all’uopo e devono contrapporsi alle Leghe di resistenza dei socialisti”. Sull’onda delle dichiarazioni di Rondolino, anche a Casale M., si sarebbe ricostituita nell’agosto 1904 la Federazione Cattolica Agricola e a Cuccaro la Cassa Rurale “S. Apollonia”.

Intanto nel 1903 giunse, come Vescovo, a Casale Monferrato Mons. Lodovico Gavotti, molto aperto all’azione sociale e all’impegno a favore delle classi lavoratrici. Fu subito ricostituita l’Unione Artistica Operaia Cattolica “S. Giuseppe” di Casale M. Nel 1904 si ebbe l’apertura del primo Segretariato del Popolo. Nello stesso anno, il 21 e 22 novembre si tennero adunanze per istituire la Banca Diocesana e la rimessa in funzione della Federazione Cattolica Agricola; si costituirono anche le Cantine Sociali (1906), Cooperative di consumo (1909), e l’Istituto del Piccolo Credito Casalese (1906 – ved. Lettera Circolare al clero 12/11/1906).

Mentre in ottemperanza con le disposizioni nuove circa l’organizzazione cattolica, in data 10/11/1906, Mons. Gavotti comunicava la costituzione della nuova Direzione Diocesana (o Comitato Diocesano) di Azione Cattolica.

E’ interessante leggere le risposte fornite dai Parroci della Diocesi per la Visita Pastorale del 1904, ai quesiti sotto la voce: Azione Cattolica e Democratico cristiana.[15]

Da notare che nel maggio del 1909 si tenne a Casale M. il Primo Congresso Nazionale delle Cantine Sociali, per stimolare lo spirito cooperativo anche nel settore agricolo, vincendo quella che viene chiamata “il parassita degli agricoltori”: la frode.

La Signorina Mazzone, da parte sua, proseguiva nelle attività rivolgendosi principalmente alle donne. Nel 1902 nacquero l’Unione delle spose e madri cristiane e l’Unione delle Maestre, mentre nel 1905 si avviò l’attività della sezione casalese dell’Opera per la Protezione della Giovane. L’annuncio ufficiale fu dato da Mons. Gavotti con una Lettera Circolare al clero del 22/6/1906: “da alcuni mesi è stato costituito un Comitato locale, con sede in via Trevisio 23, della benemerita Opera per la protezione della giovane per una azione a vantaggio della gioventù femminile, esposta a vari pericoli per ragioni di lavoro, di viaggio, di inesperienza, di debolezza, di lusinghe, di inganni, e per la difesa e tutela della dignità della donna”.

Lo stesso impegno di addestramento ai lavori domestici e di istruzione generale utile per chi faticava nelle fabbriche si realizzò a favore delle fornaciaie (addette alle fornaci della calce), a cui si dedicò come era avvenuto con le domestiche, le ortolane, le cucitrici, e le artigiane[16]. Su sollecitazione di Mons. Gavotti, colpito dalla promiscuità e dal linguaggio non proprio da educande ascoltato passando nei pressi di una fornace, la Mazzone si sentì spinta a intervenire: le invitò in quello che riteneva essere un ritrovo accogliente dove poter avere anche un po’ d’istruzione e di addestramento ai lavori domestici di cucito; il gruppo poco alla volta s’infittì, e le fornaciaie rappresentarono uno dei settori di riscatto religioso e sociale.

Insieme all’impegno a sostegno di operaie, mondine, impiegate, sono da ricordare le attività svolte dall’Istituto fuori diocesi e la sensibilità e attenzione dimostrate a seguito del terremoto a Messina e in Calabria del 1908, accettando l’affidamento di un’orfanella Peppina Maiolo (che morirà stroncata da un male a 17 anni).

L’originalità di questa figura femminile è rappresentata dal fatto che, ben prima del Concilio Vaticano II, una giovane laica si sia assunta le sue responsabilità battesimali, attuando l’impegno laicale a tutto campo. Donna di preghiera, di profonda spiritualità, ma proprio per questo capace di assumersi responsabilità e di essere attenta e capace di rispondere alle necessità del proprio tempo. Questo era la Mazzone. In lei si realizzava l’impegno laicale che sarà sollecitato dal Concilio Vaticano II: infatti fino al 1915 non prenderà forma l’Istituto Religioso, che però non ne rallenterà l’azione di carattere sociale; la vedrà attiva anche nella nascita della sezione locale della gioventù femminile di Azione Cattolica; e porterà le sue “figlie” ad assumere nuove iniziative anche a XX secolo inoltrato.

Ancora una testimonianza della  Prof. E. Valterza: “Ha meditato sulle parole «Raccogliete gli avanzi, perché nulla vada perduto». Diceva alle sue figliole «non abbandonate le persone malate, handicappate. [..] Andava alla ricerca degli scarti»” .

Questo la rende attuale, in linea col magistero di Francesco.

La figura della «Tota Mansôn» è attuale, anche perché quel che fece non era solo pragmatismo o efficienza, rincorsa alle tendenze del momento, né solo all’interno della sua Opera: era anche aperta all’esterno, sentiva di doversi informare, desiderava confrontarsi, approfittava delle occasioni per recepire suggerimenti o per proporne. Ha avuto relazioni di amicizia e scambio di opinioni con Madre Grillo Michel e don Orione. Anche l’aiuto prestato alle attività educative e assistenziali a Genova, Biella, Premia, ecc. confermano che ebbe non soltanto un ruolo localistico, ma per impegno, cultura, formazione, rapporti di amicizia, partecipazione ad eventi, e animo missionario anche un ruolo e un rilievo esterni.

E’ poi da segnalare la sua partecipazione a Convegni e a congressi dei cattolici italiani per capire il “nuovo” del suo tempo, e anche per essere a volte protagonista.

Poiché anche l’azione sociale richiede, come altri settori di impegno, competenza e aggiornamento, si aggiornava e si teneva informata (ad una consorella scriveva nel 1933: “Urge, nella nostra condizione tenersi al corrente di tutto e istruirsi il più possibile”).

Eccola allora a Pisa al Congresso nazionale dell’Opera di Protezione della giovane e ne seguirà, come già accennato, la costituzione della sezione locale. In un successivo Congresso dell’Opera tenutosi a Torino nel 1911 “caldeggia la promozione di unioni professionali per infermiere, stiratrici, maestre, sarte, domestiche, fornaciaie”[17]; di conseguenza provvederà a creare in Casale Monferrato le prime scuole di studio per le operaie con corsi di italiano, francese, canto, religione; nel 1912 organizzerà l’Unione delle domestiche, seguita dall’impegno profuso per far fiorire il movimento cattolico femminile.

In quanto alle Settimane Sociali, le biografie riportano una presenza a Milano nel 1926 [ma in questa città si sono tenute assisi nel 1913 (Le libertà civili dei cattolici) e nel 1928 (La vera unità religiosa), mentre nel 1926 si tennero a Genova (La famiglia cristiana)]; non è da escludere qualche sua presenza a questi incontri, considerando i suoi interessi, e gli argomenti ivi affrontati.

Nel 1914 invece partecipò al Congresso Nazionale di Livorno (sempre dell’Opera di Protezione della Giovane), cui prese parte anche il Beato Giuseppe Toniolo. Sottolineò il problema delle mondariso[18], prive di assistenza morale, sociale, sanitaria, sindacale; in quegli anni si dedicherà, insieme alla consorelle, anche all’apostolato e alla promozione sociale di questa categoria femminile.

Questo impegno non è isolato, ma svolto in raccordo con altre realtà; ed è  attestato da una breve relazione della ASSOCIAZIONE CATTOLICA INTERNAZIONALE AL SERVIZIO DELLA GIOVANE (Protezione della Giovane): “Nel 1914, sempre previa un’inchiesta inizia l’assistenza alle mondariso, che viene svolta soprattutto dai comitati di Novara, Mantova, Piacenza, Vercelli, Casale e Milano e dopo la guerra in collaborazione con il costituito Comitato di Emigrazione e Lavoro[19].

Tra 24 maggio e 25 aprile …. e oltre

A livello nazionale, dopo la guerra di Libia, sembrava prevalere la posizione neutralista di fronte al conflitto esploso nel cuore dell’Europa. Anche il nuovo Pontefice, Benedetto XV, operava per contrastare lo scontro bellico. Nonostante le speranze di molti, l’irredentismo e una logica di interessi politici e territoriali da acquisire, portò anche l’esercito italiano a “raggiunger la frontiera”. Con l’entrata in guerra, oltre all’impoverimento di braccia soprattutto nel settore agricolo, alla perdita di giovani vite o a mutilazioni permanenti, si creava la necessità di dare accoglienza ai profughi costretti ad abbandonare le zone di battaglia.

Durante gli anni della I guerra mondiale operava a Casale anche un Ospedale di Riserva per i militari. Sul numero del  13 agosto 1915 dell’Elettore si legge che “Avuto sentore che l’Ospedale di riserva delle nostre scuole di Piazza Castello” in cui operava presso malati e feriti il cav. Emiliano Brignone  medico terranovese era carente di guanciali e lenzuola, quella popolazione “con ammirevole slancio, ne apprestò più di cento (centodieci)”. E sempre come Ospedale di Riserva per i militari veniva adibito pure l’Edificio scolastico di Terranova.[20]

Per oltre cinquant’anni della sua vita la «Tota MansÔn» e le sue collaboratrici  hanno operato come laiche; e anche dopo la professione religiosa, nel 1915,  lo spirito di apostolato continua a contemplare la vicinanza, il sostegno, il riscatto dei poveri,  delle lavoratrici e, come ovvio, anche di quanti sono prostrati dalla guerra.

Nel periodo della guerra 15/18, infatti,  arrivarono nei centri di raccolta delle retrovie (uno ad Oropa) i profughi causati dalla guerra, “inutile strage”. Subito si rispose alle richieste di aiuto, con l’invio ad Oropa di due appartenenti all’Istituto. Anche l’Oratorio di via Trevigi diventerà Centro di accoglienza e si assistettero e confortarono le persone che vi approdarono.

Nello stesso periodo anche altri, in Diocesi, si mobilitarono per la solidarietà alle truppe. Leggiamo su un bollettino del Circolo Pio X del 1921 che “Nel 1911 si iniziò la Cassa di Risparmio interna che fu fiorentissima sino all’inizio della guerra quando i risparmi tornarono ai Soci partenti per la milizia. Nel 1915 coll’Unione Artistico Operaia, essendone presidente il Sig. Parodi Gabriele, ebbe principio la Casa del Soldato. Nel 1916 si iniziava l’opera per spedizione pacchi di cibi e indumenti invernali ai soldati”.

Con l’avvento di Papa Benedetto XV, si allargarono spazi per una ripresa delle attività laicale e sociale. Fu costituita una Giunta Permanente dell’Azione Cattolica (25 febbraio 1915, presidente Giuseppe Dalla Torre, segretario don Luigi Sturzo). L’autonomia del movimento economico-sociale cattolico fu pubblicamente affermata da Benedetto XV nel 1919, con conseguente fondazione della Confederazione italiana dei lavoratori (1918) e del Partito Popolare Italiano (di don Sturzo – 1919), che era nato senza opposizioni da parte del Vaticano.

Nel 1909 nacque in Italia l’Unione Donne Cattoliche, che si affermò soprattutto col fiorire della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, voluta dal Card. Ferrari di Milano e realizzato da Armida Barelli a fine 1918. Nel 1919 la Barelli venne a Casale per fondare il nuovo ramo femminile della A.C. e la Mazzone fu nominata Segretaria di propaganda della Gioventù Femminile diocesana e il suo Circolo di Cultura fondato nel 1909 aderì alla nuova associazione adottandone gli statuti. Il Circolo di cultura già da tempo operava secondo quello che sarebbe stato lo spirito dell’Azione Cattolica e si dedicava anche allo studio della Rerum Novarum e delle questioni relative al lavoro e alle questioni sociali. La sede della G.F. era in Via Trevigi; dove si incontravano anche i Giovani di AC (molti erano provenienti dal quartiere Ronzone, animati da don Emilio Buzio, che sarà il fondatore del Circolo Pio X).

Fu quello il periodo fecondo della Gioventù femminile, altra occasione per seminare e operare in favore delle donne e delle giovani. Giovannina (ormai quasi sessantenne, ma con lo spirito giovanile) vi si dedicò con tenacia e passione[21].

E poterono riprendere anche i Convegni detti dell’Ascensione da lei promossi: “si parla di missione della donna nei tempi moderni, di problemi della scuola cristiana”, e “nel 1927 e 1928 vi partecipa anche l’apostola delle operaie Rina Bianchi. Nelle riunioni del Circolo di cultura si approfondisce la conoscenza della Rerum Novarum”.

Finita la guerra si ebbe la breve stagione del Partito Popolare di Sturzo che anche nel Monferrato ebbe un buon seguito. Si portavano avanti gli obiettivi del movimento sociale dei cattolici.

Nel 1921 si tenne a Casale un grande raduno della gioventù cattolica piemontese. Il numero unico del bollettino del circolo Pio X dell’ottobre 1921 prevedeva nell’ordine del Convegno: la Messa in S. Filippo dei Circoli cittadini (gli organizzatori erano la Federazione Cattolica e i Circoli don Bosco, il S. Luigi, il S. Stefano, il Toniolo, e il Pio X); ricevimento degli intervenuti alle porte della città, corteo alla Cattedrale, Messa e benedizione delle bandiere, pranzo in Seminario, corteo col SS. Sacramento e benedizione solenne in Piazza dell’Addolorata, corteo al Valentino, discorsi, deposizione di una corona di fiori nella Cripta dei caduti.

In una testimonianza degli anni ’80 del secolo scorso, il Sen. Giuseppe Brusasca ricorda che con la Tota Mansôn ”organizzammo insieme lo sciopero delle persone di servizio dopo la prima guerra mondiale. Una protesta collettiva che suscitò un enorme scandalo nella cosiddetta società bene di Casale”, ma che ottenne un trattamento meno disumano per tante giovani provenienti da famiglie contadine povere. Questo fatto ci ricorda che stava iniziando un periodo turbolento. Nel dopoguerra, nonostante una iniziale affermazione anche elettorale dei socialisti e dei cattolici popolari, le violenze delle squadracce fasciste strumentalizzeranno le nuove difficoltà economiche, il riaprirsi dei conflitti sociali, il diffondersi della paura per gli scioperi, per creare il clima favorevole alla nascente dittatura.

Nel Circondario di Casale gli addetti all’agricoltura erano all’epoca il 47,7%, quelli del settore industriale il 13,4%.

A Casale, nel marzo 1919, esplose la protesta per il caroviveri; si chiedeva di calmierare i prezzi dei generi alimentari di prima necessità. Vi furono anche proteste contro i bottegai e i commercianti (il costo della vita era 4 volte quella del 1913). Le classi sociali più povere e penalizzate dalla guerra e da condizioni di lavoro sovente disumane rivendicavano miglioramenti di orario, di salario, e controllo dei prezzi.

“A terrorizzare ancor di più le classi medie e la borghesia imprenditoriale, agraria e industriale, sono le agitazioni e lo sciopero di solidarietà con la rivoluzione russa. L’affermazione dei socialisti in Comune provocarono la reazione squadrista e una serie di violenze contro rappresentanti o i giornali socialisti; il 1920 inizia con uno degli scioperi maggiori: quello dei braccianti fissi e avventizi delle campagne. Allo sciopero nelle campagne si affianca quello delle fabbriche di città[22]. Seguiranno le occupazioni delle fabbriche nei capoluoghi e ciò porterà la borghesia imprenditoriale a fondare i primi fasci; Casale sarà uno dei centri maggiori per i collegamenti con il quadrumviro della Marcia su Roma Cesare Maria De Vecchi nato in questa città.

Siamo al prologo della dittatura; iniziò il periodo delle violenze e poi, col consolidamento del regime, dell’autarchia, dando l’illusione di un ritorno alla normalità e alla ripresa economica. Erano gli anni delle bonifiche in aree paludose, di costruzione di opere pubbliche come scuole e ospedali (compreso il nostro Santo Spirito); si migliorerà l’iniziale sistema previdenziale e assistenziale, i treni arrivavano in orario, e anche l’Italia avrà un “posto al sole” con la costituzione dell’Impero coloniale, che comprendeva Etiopia, Somalia, Eritrea, Libia, Dodecaneso, Albania. Mancavano <solo> libertà di espressione, pluralismo politico, un Parlamento e un Governo eletti con voto segreto dal popolo; erano stati sciolti tutti i Partiti Politici e i sindacati; vi erano esuli, imprigionati per motivi politici, e si cresceva una generazione di giovani da usare per una eventuale guerra imperiale. In questo clima cresceva l’antifascismo, anche tra i cattolici (famosi gli scontri con l’Azione Cattolica, i cui circoli vennero distrutti) e all’interno dell’Università Cattolica, della FUCI (Mons. Montini ne era l’Assistente), e dei Laureati cattolici si preparava una classe dirigente democratica per ricostruire lo Stato.

Anche il nuovo Vescovo Albino Pella fu tiepido con la dittatura e, nonostante il Concordato, rimase sempre su posizioni distanti dal regime. In questo clima la Mazzone fondò a Mirabello Monferrato un laboratorio (la sua attività terminò nel 1929). Questo fu trasferito a Casale Monf. per dare, dopo l’apertura della Maniseta, accoglienza di ogni tipo alle setaiole, e assistenza alle famiglie dei dintorni col nome di Opera Santa Teresa del Bambino Gesù in via Negri.  Quest’opera operò anche per l’integrazione delle famiglie profughe giuliano-dalmate giunte nel 1947 a Casale M. e ospitate nella Cansa ex deposito dell’aeronautica militare.[23]

Nel 1938 ebbe avvio il Gruppo impiegate.

Inoltre è importante e da non dimenticare mai che, durante gli anni dell’ultimo conflitto, a Casa Mazzone si incontrarono clandestinamente, attorno a Giuseppe Brusasca, i capi partigiani del Monferrato per i primi contatti che avrebbero portato alla nascita del Comitato di Liberazione Alta Italia, e divenne centro di protezione di perseguitati e di ebrei da mettere in salvo anche con il sostegno del nuovo Vescovo Angrisani: di questo trattano altri.

Siamo ormai nel secondo dopoguerra, gli ultimi anni di Giovannina Mazzone. E’ ormai immobile per la malattia, ma le iniziative dell’Istituto proseguono.  Ha inizio il periodo di abbandono delle campagne per cercare l’occupazione nelle industrie cittadine. La popolazione della Diocesi, attratta dalle offerte lavorative delle industrie automobilistiche torinesi, comincia ad essere in costante irreversibile declino. Servivano nuove figure di lavoratori. Così, nel 1952 venne inaugurato (sempre in Casa Mazzone) l’Istituto Tecnico femminile, che opererà per vent’anni; e ad esso si affiancò per molti anni una Scuola Media Femminile.

La signorina Mazzone, per i casalesi di oggi, anche all’interno del mondo ecclesiale, rappresenta la Fondatrice di un Convitto, poi di un Istituto Religioso, di una Congregazione di religiose, che ha compiuto opere di bene e oggi opera anche nella Missione in Benin; è bene ricordare a tutti che è stata all’avanguardia nell’affrontare i problemi del suo tempo, e per certi versi ci indica come porci di fronte alle questioni che ci troviamo davanti anche oggi e ci interroga sulla nostra capacità di dare risposte adeguate. Ha letto gli snodi sociali di quel periodo e ha saputo intervenire in concreto. In questo consiste la sua modernità.

Molto vasta la sua opera e quella delle sue collaboratrici: opera che è continuata dopo la sua morte, mettendo a disposizione le strutture per Corsi di Formazione gestiti dalla Regione Piemonte, e per un doposcuola, e con le Missioni in terra africana. Opera tanto vasta che ci interroga sulle capacità che siamo in grado di dimostrare di fronte a emergenze altrettanto importanti, in molti settori, ma che sembrano vedere molti di noi timidi nell’assumerci le responsabilità del momento. Guardare a Giovannina Mazzone, perciò, è anche in questa occasione uno stimolo e ci offre la possibilità di un esame di coscienza come singoli, come associazioni, come comunità Diocesana, come comunità civile.

Oggi, come accennato, continua in Africa, attraverso la missione della Congregazione, l’azione di evangelizzazione che fu suo impegno costante e convinto; sappiamo che l’evangelizzazione comporta anche la promozione umana, ed è anche questo il compito che l’attività missionaria è chiamata a svolgere. Perciò, promuovere la dignità delle persone, delle donne, anche in terra di missione conferma e continua lo spirito di riscatto sociale con cui Giovannina Mazzone ha saputo interpretare le esigenze del proprio tempo.

[1] Presentazione di Mons. Catella alla Ricerca “potremo noi sottrarci alle responsabilità? – inizi della presenza sociale cattolica in Diocesi di Casale Monferrato tra ‘800 e ‘900” – Carlo Baviera giugno 2012

[2] Ved. Riccardo Coppo – ATTI E RASSEGNA TECNICA DELLA SOCIETÀ DEGLI INGEGNERI

E DEGLI ARCHITETTI IN TORINO N.S. A. 65 – N. 2 – APRILE 2011

[3] Felice Moscone – Giovannina Mazzone, un dono per la Chiesa casalese, pag.37

[4] G.Serrafero – Cronache casalesi, pag.229

[5] Id. pag.231 (14.000 sono i tagli di vite in 6 mesi: Serrafero, pag.234)

[6] Id. pag.212

[7] Ved. p. Ejnaudi – Luce Fiamma Voce La vita e le opere di G. Mazzone, pag. 46

[8] Giovannina Mazzone, un dono alla Chiesa casalese – Mons. Felice Moscone – Tipografia Barberis pag. 29

[9] Luce Fiamma Voce – p. Giovanni Ejnaudi, pag. 52/53

[10] “Annunciamo le meraviglie di Dio” libretto per il centenario della presenza in Casale Monferrato della Comunità delle suore Domenicane 1881-1981 – dallo scritto di Suor M. Gambirasio, pag. 13.

Ved. anche intervento di Sr. M. Elvira Bonacorsi  O.P. 29/5/2015

[11] Giorgio Mesturini – I Salesiani A Casale Monferrato e dintorni – pag.14

[12] Fonte Carlo Beltrame: Il mutamento delle gerarchie urbane in Piemonte tra il 1861 e il 2008. (gennaio 2010)

[13] ved. R. Lanzavecchia – Opera dei Congressi e Movimento Sociale Cattolico nella Diocesi di Casale Monf., 1874-1904, – pag. 122

[14] Ricerca “potremo noi sottrarci alle responsabilità? – inizi della presenza sociale cattolica in Diocesi di Casale Monferrato tra ‘800 e ‘900” – Carlo Baviera giugno 2012Allegato B

[15] Carlo Baviera – “potremo noi sottrarci alla responsabilità” – allegato A, pag.35

[16] Luce Fiamma Voce – p. Giovanni Ejnaudi, pag. 159

[17] P. Giovanni Ejnaudi “Luce Fiamma Voce” – pag 296. Mentre Mons. Felice Moscone – Giovannina Mazzone – 1984 – pag. 38 si dice che sostenne queste tesi alla Settimana dell’Opera dei Congressi. Ma essendo, questa, sciolta dal 1904 potrebbe anche trattarsi eventualmente del Congresso tenuto a Torino, l’8 e il 9 settembre 1911, dalle Leghe del lavoro piemontesi, in cui si caldeggiò la fondazione di leghe locali su base professionale. – Vedere “La Voce dell’Operaio”, anno 36, n. 38 del 17 settembre 1911, p. 2)

[18] Le mondine erano lavoratrici stagionali delle risaie. Il lavoro si svolgeva durante il periodo di allagamento dei campi, effettuato dalla fine di aprile agli inizi di giugno per proteggere le delicate piantine del riso dallo sbalzo termico tra il giorno e la notte, durante le prime fasi del loro sviluppo. Il lavoro consisteva nel trapianto in risaia delle piantine e nella monda e nello stare per intere giornate con l’acqua fino alle ginocchia, a piedi nudi e con la schiena curva per togliere le erbacce infestanti che crescevano nelle risaie e che disturbavano la crescita delle piantine di riso. L’orario era pesante e la retribuzione delle donne molto inferiore a quella degli uomini. La principale rivendicazione, mirava a limitare ad otto ore la giornata lavorativa e riuscì ad ottenere alcuni risultati tra il 1906 e il 1909

[19] Vedere breve storia dell’Associazione che inizialmente si chiamava “Opera Cattolica Italiana della Protezione della Giovane”.

[20] M.Cavagnolo- G.Martinotti – Terranova nelle vicende storiche del Monferrato – pag.174

[21] ad un’ex allieva scrive nel ’31 “L’Azione Cattolica è il farmaco è il germoglio che il Signore ha certo suscitato per rigenerare un poco questa povera umanità

[22] F. Meni – Quando i tetti erano bianchi – pag.15 e 16

[23] Testimonianza Claudio D. da Istit. Storico per la Resist. “A fianco della CANSA c’era un istituto religioso, l’Opera di Santa Teresa, che era stata fondata intorno agli anni Trenta da un ordine di suore laiche che non hanno una particolare professione di fede. Questo centro si occupava in pratica dell’assistenza alle giovani operaie della Manifattura Seta che c’era qui a Casale e che impiegava migliaia di persona, una roba impressionante. E questo istituto religioso era nato appunto per prendersi un po’ cura della salute spirituale di queste ragazze, per cui chi veniva dai paesi poteva dormire lì. Era una specie di convitto. E lì queste suore avevano fatto una scuola materna e subito dopo la guerra avevano messo una scuola elementare. Perché ho detto sta cosa dell’opera Santa Teresa? Perché ha fatto un po’ da collante: in questo istituto c’era infatti una direttrice che era una donna che guardava lontano, e che con il tempo è riuscita a mettere insieme queste famiglie e a farle accettare dal contesto che gli stava intorno, facendo appunto la scuola materna che mettesse a contatto i genitori e queste cose qui, che han fatto si che gli istriani non si sentissero isolati e messi in un angolo.”

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