Minoranze, pluralismo, e occasione per l’Europa

Carlo Baviera

stuC’era una persona che, a causa della sua avversione al fascismo, si era dovuta rifugiare in Francia per poi passare in Inghilterra, vivendovi da esule per qualche anno. Infine si trasferì negli USA in attesa che tornasse la democrazia nel suo Paese.

Intanto, per guadagnarsi da vivere faceva il traduttore e scriveva saggi di sociologia e di politica. Uno di questi libri, pubblicato nel 1937, è intitolato <Morale e Politica>. Il suo autore sia chiama don Luigi Sturzo. Ho scoperto questo saggio visitando anni fa il Salone del Libro. Di tanto in tanto rileggo qualche pagina, per respirare un pensiero profondo e autorevole. E scoprire, sempre, che la storia anche se non si ripete allo stesso modo, ripropone argomenti, situazioni, atteggiamenti già incontrati nel passato. Ecco perché si dovrebbe avere anche la saggezza di tener conto di alcune riflessioni e di alcuni stimoli che si possono ricavare dal passato.

Ebbene, rileggendo alcune pagine, ho riassaporato considerazioni e approfondimenti alla voce <Popoli oppressi; nazionalità, minoranza, razze> che per un verso o per l’altro mi è sembrato molto attuale, sia per le vicende internazionali (scontri nel medio-oriente e in Stati dell’Africa, condizioni di emigranti e profughi, minoranze religiose o etniche), sia per gli scontri politici di casa nostra (minoranze parlamentari, e minoranze interne ai partiti).

A parte un linguaggio datato (ad esempio il termine <negri>) e situazioni a volte già risolte, si incontrano argomenti attualissimi: le considerazioni legate alle autonomie nazionali all’interno di organizzazioni Statali accentratrici (si parla di catalani, baschi, tirolesi, istriani, valloni, fiamminghi, irlandesi, ecc.) dicono della libertà di vedere le cose e di attualità.

Per intanto ci ricorda il cammino e la meta: “L’ideale per un’Europa abitata da popolazioni diverse, la cui mescolanza e i cui stati sono stati  fattori di civiltà, è una federazione”. La Federazione Europea che significa pluralismo, rispetto delle diverse culture, tradizioni, fedi. E la mescolanza come fattore di civiltà; alto che muri e respingimenti! Mi piace raccontare che l’ex Premier ungherese Guyrcsàny (come ci ha ricordato di recente Michele Serra) ha sfidato le leggi xenofobe di Orbàn ospitando in casa sua profughi, rischiando l’accusa di attività antipatriottiche. E sempre Serra, ricorda che solo quando è saltato il tappo ci si è accorti e indignati dell’atteggiamento del Governo ungherese, mentre quando giungevano allarmi da intellettuali contro le leggi discriminatorie e le modifiche costituzionali dal sapore antidemocratico, nessuno ha reagito; si arriva sempre quando i buoi sono scappati. Così pare che gli anticorpi non esistano più.

Poi (Sturzo) pone la questione del rispetto delle minoranze; “Dal punto di vista della moralità si può parlare di un vero diritto del gruppo etnico, religioso o storico, che differisce dallo Stato come una persona collettiva che abbia i suoi diritti e imponga i suoi doveri? E’ così che va posto il problema”. Si deve in pratica anche tenere conto dei diritti non solo individuali, ma anche dei gruppi, come ad esempio i corpi intermedi. “A cominciare dalla Rivoluzione francese, la concezione individualistica, distruggendo sul piano politico, tutti i gruppi particolari, pose l’individuo di fronte allo Stato. [..] L’individualismo di un secolo fa si basava su un principio etico: l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge” ma dice Sturzo che non essendo state estese le garanzie civili al piano sociale, né avendo riconosciuto le libertà politiche agli avversari dello Stato, cioè agli avversari politici, si videro oppressioni del lavoratore isolato da un lato e persecuzioni religiose e anticlericali  in nome del laicismo e del nazionalismo dall’altro. “La storia è inesorabile: l’omogeneità nazionale in uno Stato unico non riesce a sopprimere i nuclei che hanno o si conquistano una vita propria”.

Infine, il sacerdote clatino, afferma che “Le minoranze, possedendo fin da principio una coscienza collettiva, una tradizione familiare religiosa e culturale, non si lasciano assimilare. E’ più facile sterminare una popolazione che assorbirla”. Sembra in contraddizione con l’esaltazione della mescolanza quale fattore di civiltà. In questo caso intende affermare che non si può e non si deve annullare le differenze , ma utilizzarle per arricchire il dialogo e la convivenza.

A questo punto due veloci considerazioni. La prima è che, pur di fronte alle positive novità che l’Unione Europea comincia a mettere in campo a proposito di accoglienza, di snellimento di procedure burocratiche, di aiuto al raggiungimento delle mete finali desiderate dai migranti, e alle tante dimostrazioni di apertura e di soccorso da parte delle popolazioni civili, non possiamo fermarci a migliorare la gestione dell’emergenza, alla solo pur fondamentale accoglienza, alla normale protezione dei profughi. Si deve pensare, progettare e cominciare a realizzare una società diversa, nuovi modi di organizzare la comunità, una visione nuova di convivenza e di lavoro. Bisogna organizzare in modo diverso il sistema di vita cui siamo abituati. Altrimenti ha ragione chi dice che fisicamente mancano spazi per accogliere tutti o che sono, anche se non prima, gli italiani (e gli europei) a dover essere aiutati. Deve nascere la cosiddetta società della convivenza dei diversi, la società pluralista che dà spazio alla società civile, all’economia civile e di comunione.

Se non si cambiano alcuni paradigmi, alcune regole, alcune convinzioni, è chiaro che sarà una guerra tra poveri. E’ la torta a dover essere cambiata, non solo a dover essere distribuita diversamente; è la torta che va realizzata con altri prodotti e cotta in modo diverso. Quella delle nuove migrazioni può essere (anzi è) un’occasione irripetibile per rigenerare questa vecchia e assonnata Europa (in particolare le nostre aree del Piemonte orientale); ripresa della natalità, nuove forze lavoro e nuovi lavori, più consumi, più produzione (se produzione e consumi sono etici, di interesse pubblico, utili alle persone anziché all’ingiusto guadagno); necessità di implementazione di servizi, di trasporti; maggior confronto di idee, di progetti, scambio di opinioni, di arricchimento culturale, ecc. Dobbiamo sempre ricordare che il territorio su cui siamo nati non è nostro in modo esclusivo e assoluto. Si deve riorganizzare, perciò,  tutto un nuovo modo di vedere e di vivere.

E veniamo alla seconda considerazione; molto più nostrana, di minor importanza, ma non meno irrilevante, considerando anche il progressivo abbandono dei partiti di origine (vale per ogni forza politica) da parte di gruppi e di singoli e il comporsi di nuovi assemblaggi politici. Riguarda, questa seconda considerazione, le minoranze all’interno di comunità, associazioni, partiti, delle stesse chiese (può sembrare un’eresia, ma il pluralismo, la diversità di carismi sono propri delle fedi, anche se le religioni non contemplano minoranze come inteso in senso politico e istituzionale). Uso le parole di Sturzo (anche se si riferivano alla vita delle nazioni e degli Stati, nel caso specifico della Svizzera) per rendere il senso: “Unità non garantita da un’omogeneità dovuta al livellamento e all’oppressione [..] Vi si è giunti grazie ad un’unione equilibrata tra la libertà, [..] il rispetto delle tradizioni culturali, religiose e linguistiche di ciascun gruppo” mentre si sottolinea, criticandone l’ipotesi, che in altri casi “la persona che afferma i nuovi diritti diventa colpevole del delitto di lesa Patria”.

Si tratta di capire, quando si discute tra noi all’interno di Comunità ecclesiali, associazioni, partiti se coloro che sostengono posizioni più articolate e minoritarie rispetto alle dirigenze e alle leadership operano solo come guastatori, come interessati solo a conquistare spazi e visibilità, come bastiancontrari oppure se chi detiene il potere individua sempre e comunque la lesa maestà (la lesa Patria) in ogni dissenso, anche motivato e valido.

I miei maestri politici fra gli insegnamenti che mi hanno lasciato parlavano di necessità di pluralismo (non di anarchia o di ostruzionismo) all’interno dei partiti, perché quella che è la visione e la vita di un partito quella sarà la visione e la vita con cui si organizza la società. Ecco perché se non torna un reale e onesto pluralismo nelle piccole comunità e nelle forze politiche, sarà difficile preparare e costruire uno Stato e a livello superiore una Federazione che siano rispettosi, capaci di integrazione, custodi di convivenza come necessario alla società di domani, al mondo nuovo che si sta realizzando e che niente potrà arrestare.

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