Alessandria, stazione e dintorni

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Se la stazione piange i dintorni non ridono; chiunque, sceso dal treno, entri per al prima volta in Alessandria, nella convinzione si tratti di “città d’arte”, avverte le prime perplessità, sempre non arrivi a chiedersi se non abbia sbagliato fermata. I giardini, storico emblema di una ormai devastata accoglienza, presentano un aspetto inverecondo, per incuria, sporcizia e inquietanti segnali di scarsa sicurezza. Non insisto ovviamente su cose che sono sotto gli occhi di tutti; aggiungo solo, ma probabilmente è un mio incorreggibile “chiodo fisso” che almeno sulla sicurezza si potrebbe subito fare di più: basterebbe che i vigili urbani solerti “rilevatori” dei divieti di parcheggio, delle infrazioni censurabili con relativa multa, scegliendo delle priorità, controllassero un po’ di più il comportamento di chi frequenta la zona.

C’è però, al margine dell’area interessata, qualcosa che costituisce un vero “pugno nello stomaco” anche per chi non sia dotato “emunctae naris” (di naso sopraffino). L’area comprende tre fabbricati, già destinati a varia attività commerciale e di ristoro, nonché piacevoli adunate, che abbandonati alla più incredibile incuria, sono ridotti a ruderi impresentabili, luoghi aperti allo sconcio della sporcizia più degradante.

Succede ora che l’Amministrazione comunale, della quale non sempre abbiamo sottolineato le “sorti progressive”, dopo aver lavorato alla sistemazione dei bilanci, con risultati ritenuti non sempre cospicui, tenti di far ripartire la città e di renderla un pochettino (non esageriamo!) più presentabile. Decide così di programmare una tappa di riqualificazione urbana, e di rispondere, di conseguenza alle più svariate sollecitazioni per mettere ordine e sicurezza nell’area in parola: lo fa con l’obiettivo di una adeguata ristrutturazione dei tre fabbricati e lo fa con un criterio che, fino a prova contraria, sembra marcare le prassi della trasparenza. Viene indetta una gara pubblica per il diritto di superficie e per un periodo ritenuto congruo di anni trenta, in modo che i futuri assegnatari intravvedano anche adeguati interessi di investimento. Il tutto per una base d’asta complessiva, per i tre fabbricati, di oltre duecento cinquanta mila euro (per la precisione 270.300) ed un prezzo di canone annuo aggiuntivo di circa quarantacinquemila euro. Ci sarebbe da ribadire (giova ripetere), cosa non marginale, che si procederà con una gara ad evidenza pubblica mentre, fino ad ora, ma si tratta di tempi ormai trapassati, la concessione avveniva con trattativa privata; inoltre la scelta di non installare giochi (tipo slot machine) segna anche, a mio sommesso parere (qualcuno potrà averne legittimamente uno diverso), una precisa scelta educativa.

Fin qui, a spanne, i fatti. Ciò che però ha fatto più notizia è quanto è avvenuto nelle sedute del Consiglio comunale che ha approvato il progetto, predisposto dalla giunta. Non si è dibattuto nel merito della questione, ma sul fatto che la dirigenza di riferimento, per la predisposizione dei bandi (non per la gestione delle gare) ha chiesto il supporto di una consulenza esterna. Ora, personalmente ho sempre criticato il ricorso sistematico a tali consulenze, in presenza di dirigenti giuridicamente ed…economicamente qualificati, senza escludere che si possano verificare le ovvie eccezioni; resta però lo spazio per alcune considerazioni che di tutto il mio ragionamento sono quello che più mi interessa, dal momento che sul resto hanno già detto (quasi) tutto.

Prima considerazione. Vi sembra ragionevole che si faccia opposizione su temi sia pure rilevanti, ma spesso marginali rispetto al problema che si vuole risolvere? Capisco: se la giunta, felicemente (?) regnante, risolvesse il problema della visibilità dei dintorni della stazione verrebbe meno per l’opposizione un ben significativo e dirompente cavallo di propaganda elettorale: capisco. Ma a chi mai può sembrare logico il governo di una città che invece di badare al bene comune, guarda alle urne prossime venture? Peraltro, mi risulta che gran parte dell’opposizione, fatta di consiglieri di cui non condivido le opzioni di parte, ma ai quali riconosco un qualche senso delle istituzioni, non hanno seguito il radicalismo delle “punte di attacco”.

Seconda considerazione. Giunta e maggioranza sembrano essersi stupite se non dal fatto della consulenza, almeno della sua entità, sessantamila euro (60.000), peraltro a carico dei futuri vincitori dell’appalto. Mi chiedo di conseguenza come sia possibile che un consigliere di opposizione sia puntualmente informato di un dettaglio (si fa per dire) sconosciuto alla giunta; si tratta di straordinaria sagacia o posso pensar male, rischiando anche di indovinare?

Terza e decisiva considerazione. Si tratta di un caso emblematico dei criteri secondo cui l’autonomia della dirigenza (sulla cui legittimità non pongo dubbio) mette in mora il primato della politica e dunque di coloro che sono stati eletti e, ancora dunque, della democrazia. La subalternità della politica, legata inevitabilmente al suo conclamato discredito, provoca di questi effetti che agiscono continuamente, come un fiume carsico che ogni tanto deborda alla superficie; al confronto, il decisionismo di Renzi è roba da dilettanti.

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