Aziende pubbliche, sindacati e indirizzo politico

Angelo Marinoni

munIn Italia si stanno facendo significativi tentativi per mettere le cose a posto, indipendentemente dalle opinioni che ciascuno di noi ha sulle decisioni prese dal Governo è indubbio che per la prima volta qualcuno abbia smesso i panni del babysitter per indossare quelli che gli sono proprio ovvero di decisore della gestione della cosa pubblica.

Nuove regole e nuove idee si stanno affacciando nella vita nazionale e non mancano i favorevoli e i contrari, ma non è in questa sede che voglio esprimere la mia opinione, perché vorrei dare uno sguardo a quello che NON si fa nelle sfere più piccole della cosa pubblica, parlo della gestione amministrativa dei comuni e delle province: quest’ultime walking dead che pare debbano fare, in verità, ancora molta strada …

Alcuni comuni, normalmente quelli più grossi perché si possono avvantaggiare di numeri in valore assoluto maggiori, riescono a prendere delle decisioni di medio-lungo termine, come i centri più piccoli per la stessa ragione dal punto di vista concettuale e opposta dal punto di vista numerico, mentre i centri di media grandezza come possono essere Alessandria, Asti o Savona … per restare nella mia area di riferimento proprio non ce la fanno.

Le amministrazioni pubbliche non prendono decisioni ma mediano, gli amministratori sono dei mediatori fra un’associazione di categoria e un problema pubblico importante (commercianti vs pedonalizzazione), fra i sindacati e un problema pubblico importante (sindacati di categoria e progettazione di un modello di mobilità eccellente), fra associazioni intraprendenti e un problema pubblico importante (categorie di ambientalisti vs sistemazione di parchi e aree fluviali), solo per citare alcuni degli ambiti in cui la mediazione sostitutiva della Politica si manifesta con maggior frequenza.

Personalmente ho cambiato idea in più di una occasione da quando, maggiorenne per un soffio mi interessai alla politica attiva in ambito locale: rispetto a quegli anni (1993-1995) su alcuni temi ora sostengo tesi che allora consideravo eretiche, del resto provenivo da un humus politico dove il manicheismo la faceva ancora da padrone.

Ora, per esempio, sostengo le gare del trasporto ferroviario e vedo come una possibilità interessante la messa sul mercato delle ex-municipalizzate e una messa a gara della gestione del trasporto pubblico, ovviamente  dopo aver scritto un buon capitolato, cose che avrei considerato eretiche allora per motivi un po’ diversi per i quali lo sono considerate ora da un pezzo consistente del Sindacato con il quale noto si interfaccia il gestore del servizio ignorando totalmente il servizio stesso, il piano del traffico, la pedonalizzazione  insomma un progetto di città “smart”, per usare l’orrido anglicismo che viene preferito per definire intelligente qualcosa.

Spesso, quindi, la vita amministrativa delle città di media grandezza vive di mediazione e alla fine, per esempio, del problema del trasporto pubblico viene ridotto a una mediazione con il Sindacato sulle tutele dei contratti in essere, in particolare di quelli di secondo livello che nella categoria autoferrotranvieri hanno spesso aspetti, a mio modo di vedere, discutibili.

E’, invece, indiscutibile e ovvio che la tutela dei lavoratori, in primis la conservazione del posto, debba essere considerata una priorità, ma è un problema sindacale che il Sindacato dovrebbe affrontare con il datore di lavoro, ma non deve essere il Sindacato a scegliere il datore di lavoro o la politica industriale.

Nell’Italia della mediazione è stato partorito un mostro, ovvero una serie di imprese di diritto privato e capitale pubblico dove, normalmente, i vertici sono scelti dal politico di turno alla guida dell’ente proprietario, e il consiglio di amministrazione dalla componente privata, una sorta di socialismo alla cinese dove un’impresa pubblica di diritto privato che opera con strumenti privatistici resta comunque vincolata alle voluttà del potere politico gestore pubblico e a una contrattazione sindacale tipica di terziario statale: non è un gioco di parole, ma un obbrobrio giuridico italiano.

Quando una di queste creature giuridiche e tecnicamente imprenditoriali entra in crisi, e lo fanno praticamente tutte per ragioni ovvie rincarate dalla voluttà della politica locale italiana che raramente sa far servizio, figurarsi impresa, inizia una serrata discussione fra Sindacato e Ente locale proprietario e nei resoconti non si legge una riga sul servizio che dovrebbe essere svolto: nel caso del trasporto la discussione si fa complessa perché è disegnando il trasporto pubblico che si definisce l’assetto urbanistico, la politica della mobilità, il modello stesso di città. Si tratta di un problema enorme che non può esaurirsi in un contenzioso sindacale per quanto valide e rispettabili siano le argomentazioni avanzate dalle parti sociali.

Non si tratta solo di tenere aperto uno sportello, ma di decidere dove va e quando ci va un treno o un autobus per esempio, parliamo di decisioni forti nei numeri e forti nelle conseguenze che il tessuto produttivo e il tessuto sociale subiscono, parliamo di infrastrutture quindi spesso anche di opere d’arte e di strumenti per l’economia e la mobilità sostenibile.

Mantenere in esercizio un’impresa di capitale pubblico fallimentare e non in grado di sopravvivere né di garantire un servizio adeguato non ha alcun senso, sarebbe solo un modo costosissimo di trasformare un’impresa in un servizio sociale.

Di fronte alla crisi di questo modello imprenditoriale e alle singole disavventure, in certi casi reiterate negli anni per scelte, è vero, di cui la forza lavoro non ha responsabilità (ma la classe sindacale talvolta si’) la politica dovrà fare delle scelte e indirizzarsi verso un’impostazione dell’assetto urbanistico e della mobilità e quindi decidere se gestire direttamente il trasporto pubblico o metterne a gara la gestione, a quel punto tocca al sindacato discutere con il gestore del servizio e giustamente pretendere che non vi siano penalizzazioni per i lavoratori uscenti dalla vecchia realtà imprenditoriale pubblica o privata.

In effetti questa applicazione allucinante dell’esclusione della Politica e della qualità del servizio dalle discussioni dei decisori (almeno teorici) si manifesta anche verso grosse imprese private che reiterano le loro inefficienze e i loro buchi di bilancio e forti di un consistente numero di dipendenti pompano risorse pubbliche che non le spettano per tirare avanti, pena la sospensione del servizio.

E’ successo anche questo in Italia, anzi succede spesso e alcune imprese sono anni che vanno avanti in questo modo in barba a quelle autenticamente private che vengono stritolate dalla stretta creditizia, da un mercato sovrabbondante di “furbi” e dalla concorrenza sleale di imprese come quelle descritte.

Le pulsioni positive stanno cominciando a farsi vedere anche nella politica locale, il programma delle gare del servizio ferroviario della giunta regionale ne è un esempio, come è un esempio di quanto descritto la sollevazione sindacale che si è levata in difesa di diritti già tutelati dalla normativa vigente nazionale e europea e con argomentazioni che tenderebbero a voler lasciare immutato uno status quo dei servizi e della programmazione inaccettabile, seppure proprio e figlio della politica industriale dell’attuale gestore monopolista.

Eventuali simili pulsioni di ricostruzione del sistema trasporto anche negli ambiti della dimensione comunale o suburbana andrebbero accolti con molto entusiasmo non solo dalla cittadinanza destinataria e finanziatrice, ma anche dallo stesso Sindacato che non potrebbe che rasserenarsi di fronte o a una realtà industriale in grado di creare e soddisfare domanda e quindi garantire sicurezza dell’impiego e adeguata remuneratività del lavoro, o di fronte a un gestore totalmente pubblico in grado di svolgere un servizio efficiente rispettando le normative e i rapporti di lavoro senza che la contrattazione di secondo livello non ne influenzi l’organizzazione minandone l’efficacia.

Pretendere un congelamento dello status quo è improponibile e inaccettabile per tutto il sistema sociale e economico, specie in un settore come il trasporto che è vitale; la stessa improponibilità è insita nella volontà di riproporre le stesse strade che si sono battute negli ultimi anni con pervicacia tale da portare al collasso l’intero sistema trasporti, spesso relegato a costosissimo scuolabus e immerso in un contesto di insostenibilità ambientale e economica della mobilità di passeggeri e merci, attualmente con un equilibrio drammaticamente spostato verso la mobilità individuale e il trasporto merci su gomma, in netto contrasto non solo al buon senso, ma anche con tutti i protocolli internazionali, il Libro bianco dei Trasporti e la Convenzione delle Alpi.

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2 thoughts on “Aziende pubbliche, sindacati e indirizzo politico

  1. Un gravissimo errore – il primo, in ordine di tempo – è stato quello di voler considerare l’esercizio dei servizi di pubblica utilità un’impresa come tutte le altre, con tanto di finalità di lucro; per utilizzare un albionismo, tanto in voga, aver permesso di essere business, con tutto quanto di negativo questo comporta. Ad aggravare il tutto, è arrivata la trasformazione degli Uffici pubblici preposti in Società per Azioni, le quali, essendo di Diritto privato, non hanno alcuna limitazione nell’emolumento conferito alle persone che ricoprono le cariche sociali, peraltro, previste dalla legge. Ancora una volta, per creare progresso, occorre tornare all’antico, ma, parimenti, occorre educare la popolazione in generale e coloro i quali si dedicheranno a prestare servizi pubblici in particolare, a quell’integrità morale, a quella dedizione al servizio ed al popolo in nome del quale lo si gestisce, a quella serietà professionale imprescindibili, ma il tempo per compiere tale operazione è lungo ed il cammino è arduo e faticoso, dopo quasi mezzo secolo d’indottrinamento basato sul culto dell’individuo e sul trascurare o, financo, sul disprezzare la Società e le sue Istituzioni.

  2. Pingback: Sindacato e marea antisindacale | Appunti Alessandrini

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