Riciclare ma non troppo

Dario Fornaro

ricTitolo della paginata di Repubblica  (23.10 us., a firma E.Dusi): “Ecco i paradossi della differenziata – Se arrivasse al 70% sarebbe insostenibile”. Come tutte le tesi controcorrente, potrebbe pure rivelarsi utile e benvenuta al dibattito,se il preciso enunciato giornalistico fosse anche seguito da dati e ragionamenti meno avventurosamente esibiti. Viene ricordata, per riscontri, una ricerca di Nomisma Energia del 2014 (proveremo a rintracciarla) e sono citati diversi esperti in materia, tra i quali un economista della nostra Università (UPO) che si potrà eventualmente sentire in merito. Il fatto si è che – a parte taluni ambientalisti appassionati cultori di una improbabile società a  zero rifiuti – non è una novità,  in campo scientifico-economico, che in determinati progetti i costi marginali, per approssimare traguardi assai ambiziosi, possano crescere a ritmi iperbolici man mano che ci  si avvicina alla meta. Proprio nel campo “rifiuti- riciclo-smaltimento” era da tempo segnalata, convenzionalmente, una quota-allerta  di recupero-riciclo attorno al 70% della raccolta urbana. Allerta proprio in previsione dell’ impennata della curva-costi da affrontare  da quell’intorno in poi e da raffrontare con l’andamento dei benefici, raggiunti e prospettici.

A che pro, dunque, questo allarme sulle tariffe  RSU, quando  le medie attuali di riciclo sono ancora  molto distanti dalla cosiddetta quota di insostenibilità e allorché crescono i tentativi di comuni e consorzi, di affinare le raccolte differenziate, anche con il ricorso – se del caso riveduto e corretto tecnologicamente – del prelievo domiciliare o porta-a-porta?  Perché legittimare, sia pure indirettamente, i comportamenti di quelle Amministrazioni (un nome a caso: Alessandria vecchia gestione) che, tanto per “portarsi avanti con le cautele” hanno optato per depotenziare, in concreto, la raccolta differenziata  e ripristinare sistemi arcaici  di raccolta rifiuti?

A parte le beghe politiche locali, non è pretestuoso intravedere, sullo sfondo, il ripresentarsi del mai sopito conflitto d’interesse tra i protagonisti del ciclo-rifiuti. Certo, influisce anche la gara, talora demenziale, a “fare e disfare” che impegna formule politiche succedutesi in fiero contrasto, ma l’estensione e la tempistica di certi allarmi inducono a sospettare che si tratti di grandi interessi (ecologici, economici,con relative sponsorizzazioni) che si affrontano, sul tavolo e sotto il tavolo, sollecitando alleanze dell’opinione pubblica e, più ancora, dei cittadini-contribuenti.

Fino a che la raccolta differenziata resta in proporzione modesta, rispetto alla massa dei rifiuti urbani, il problema rimane modesto a sua volta. Ma al crescere della  quota di separazione-differenziazione della raccolta e alla correlativa diminuzione proporzionale  della raccolta “tal quale” (generici,indifferenziati) da avviare direttamente a smaltimento finale, il business degli impianti a ciò dedicati (discariche, inceneritori) comincia a soffrire il contenimento  dell’afflusso di “materia prima”. Elementare: quel che si recupera/ricicla,  di massima non si seppellisce o si incenerisce. Per gli inceneritori (pardon: termovalorizzatori) il nocumento può essere duplice: meno afflusso di rifiuti in genere e meno afflusso di materiali che favoriscono, con il loro potenziale termico, il processo di combustione dei forni.

In tempi di riproposizione attiva degli impianti di incenerimento tra gli investimenti  da incentivare, per “sbloccare” l’economia nazionale in affanno, la  crescita parallela e ulteriore della  quota rifiuti avviata al recupero/riciclo rappresenterebbe minori prospettive di lavoro, e di utili, per gli impianti, tra l’altro costosissimi, di incenerimento.  Non sembra dunque del tutto stravagante supporre perciò che campagne del tipo: “la raccolta  differenziata vi seppellirà (di costi”)  siano del tutto casuali e innocenti. Opportuno tenere d’occhio eventuali seguiti mediatici.

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