Il ruolo del sindacato, quando i diritti di tutti sembrano privilegi e i privilegi di pochi diventano diritti

Patrizia Nosengo

lav(Dopo l’articolo di Marco Ciani, Dove va il sindacato?, seguito del Senatore Daniele Borioli con Il sindacato che ci vuole, oggi interviene con la consueta autorevolezza la Professoressa Patrizia Nosengo, arricchendo il dibattito a più voci sul futuro di questi importanti corpi intermedi, attualmente posti da più parti sotto attacco).

Parlare di sindacato in Italia oggi è cosa, da un lato, estremamente complessa, dall’altro, estremamente facile: complessa, perché le condizioni storiche fortemente mutate in cui i sindacati oggi si trovano a operare sono contraddistinte da un sistematico attacco ai lavoratori, anche da parte di schieramenti politici che fino al secolo scorso li rappresentavano; facile, perché è evidente, a chiunque voglia prendere le mosse dalla lettera e dallo spirito della nostra Carta costituzionale, il ruolo fondamentale che i Padri fondatori della nostra Repubblica hanno voluto riconoscere al lavoro e alle sue organizzazioni.

Cominciamo, dunque, con il dire che, come ha lucidamente affermato Bauman, nell’ambito di quella “rivoluzione spaziale” che costituisce la globalizzazione si è generata una progressiva spaccatura verticale tra un alto e un basso delle società, tra una ristrettissima oligarchia – che ammassa nelle proprie mani la stragrande maggioranza della ricchezza mondiale – e le masse, sempre più passive e pauperizzate, in cui vanno confluendo non soltanto, come accadeva fino al secolo scorso, i poveri del Terzo e Quarto mondo e gli emarginati e i proletari dei Paesi industrializzati, ma anche la piccola e la media borghesia dell’Occidente. Nel silenzio generale della politica, che pare affetta da una vera e propria presbiopia rispetto a ciò che la circonda, i dati Istat e la testimonianza della Caritas sono, per quanto riguarda l’Italia, sconvolgenti: essi mostrano che negli anni più recenti, accanto alle tipologie tradizionali della povertà (individui marginalizzati, estranei al mercato del lavoro e pensionati al termine di un percorso lavorativo poco redditizio), si sono affacciati alla povertà assoluta famiglie di lavoratori dipendenti espulsi dal mercato del lavoro, o in cassa integrazione, o con redditi inadeguati al costo della vita, famiglie piccolo e medio borghesi mono-reddito e/o mono-genitoriali, single con lavoro di tipo impiegatizio, piccoli e medi imprenditori, piccoli commercianti e, ancor più recentemente, anche professionisti, vittime della crisi economica devastante che ci incalza dal 2008.

Osserva a tale proposito Luciano Gallino che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, la terza rivoluzione industriale ha generato una sistematica trasformazione dei produttori in esuberi, mentre la cosiddetta finanziarizzazione (“gigantesco progetto per generare denaro mediante denaro, riducendo al minimo la fase intermedia di produzione di merce, o, preferibilmente, saltandola per intero”) ha determinato la pauperizzazione dei consumatori, la conversione del capitalismo in sistema di produzione di redditi, anziché di merci e, di conseguenza, la trasformazione del futuro stesso in merce.

In tale contesto, l’enfatizzazione del consumismo e, quindi, della sfera privata in ambito sociale, il fatto che l’Unione Europea pratichi la democrazia in forme limitate e indirette, secondo soprattutto i diktat della Troika finanziaria, la spettacolarizzazione e la personalizzazione rilevante della politica, immiserita dai tanti talk show e dai mass media velinari, aumentano il disagio specifico di una nazione, come l’Italia, che possiede nella propria autobiografia – se vogliamo dirlo in termini gobettiani – la tendenza alla passività e all’indifferenza per la sfera pubblica, la chiusura di ciascuno nel particulare e la costante ricerca dell’uomo della Provvidenza, cui affidare i compiti di governo che dovrebbero appartenere ai cittadini. Inoltre, occorre concordare con Michelangelo Bovero, che, con felice scelta terminologica, ha affermato che le democrazie occidentali e anzitutto l’Italia non soltanto hanno secato la sfera della deliberazione da quella della partecipazione, trasformandosi in oligarchie, ma hanno altresì affidato le loro sorti non più alle aristocrazie autoritarie del passato, bensì a vere e proprie “cachistocrazie”, nelle quali il potere è gestito dai peggiori, ovvero dai mediocri.

Ecco, dunque, che le organizzazioni sindacali assumono oggi in Italia un ruolo ancor più fondamentale di quello del passato, allorché il personalismo cattolico e il pensiero socialista, in un virtuoso intreccio con le posizioni liberali classiche dei piccoli partiti laici, avevano saputo rispettare il dettato dell’art. 3 della Costituzione, secondo cui compito della nostra Repubblica è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono la fruizione effettiva e sostanziale dei diritti, in modo particolare del diritto di uguaglianza delle opportunità.

Certamente ha ragione Marco Ciani, quando rammenta su queste pagine l’opportunità di mantenere una distinzione tra i sindacati confederali, portatori di diversi orizzonti culturali non facilmente omologabili; e tuttavia è fondamentale che la diversità dei principi d’ispirazione di ciascuno di essi non sia d’intralcio all’opera comune – quanto mai cogente nel contesto economico e politico attuale – di ferma risposta alla depredazione un atto dei ceti operai e dei ceti medi.

Soltanto i sindacati, infatti, possono elaborare un progetto di società e di economia alternativo alla troppo rigida politica di austerità dell’Unione Europea. Soltanto i sindacati possono inglobare nella loro opera di tutela dei lavoratori i paesi del Terzo e Quarto mondo che, con la delocalizzazione delle industrie occidentali, hanno visto d’un tratto la conversione della loro manodopera in servaggio spietatamente sfruttato, che costituisce un modello vizioso per le imprese rimaste in Occidente. Soltanto i sindacati, come bene sottolinea lo storico Brunello Mantelli, possono garantire l’organizzazione del mondo del lavoro e delle sue rivendicazioni all’interno di un quadro democratico di confronto pacifico, eludendo le tentazioni di ribellismo violento emergenti tra le classi lavoratrici e le masse di disoccupati, come dimostrano i recenti fatti avvenuti in Francia. Soltanto i sindacati possono richiamare la nostra cachistocrazia al rispetto della Costituzione, che, come rammenta Zagrebelsky, vuole la nostra Repubblica fondata sul lavoro e, quindi, pretende che la politica sia funzionale al lavoro e non il lavoro alla politica. Soltanto i sindacati possono porre un freno alla vocazione depredatoria irrazionale di chi – si pensi al caso Fiat – pretende di tornare a ritmi e modi di sfruttamento dei lavoratori degni della prima fase della prima rivoluzione industriale. Soltanto i sindacati, infine, possono costituire oggi, nella generale disaffezione alla politica e nel prevalere di decisionismo e autoritarismo nella gestione del potere, il luogo della partecipazione collettiva alla democrazia e dell’educazione alla cittadinanza attiva.

Certamente, ciò non significa che il mondo sindacale non debba cambiare. Occorre rivedere i modi di selezione delle classi dirigenti, che anche nel sindacato tendono a divenire casta; e occorre che il sindacato sappia considerare come mondo del lavoro anche la sfera delle attività imprenditoriali, professionali e commerciali.

Ciò che invece i sindacati non debbono assolutamente fare è piegarsi alle richieste strumentali della politica, che troppo spesso adopera l’arma – per usare una dizione di Luciano Canfora – del “terrorismo dell’indignazione”, per costringere al cedimento l’ultimo baluardo contro le politiche scellerate della Finanza internazionale. I nostri politici si indignano (fingono di indignarsi) per il dissenso sindacale dinanzi a leggi discutibili, per l’esercizio dei diritti di sciopero e assemblea dei lavoratori, per l’indicazione di alternative alle proposte dei partiti, per la lotta a favore della dignità e della sicurezza del lavoro. In molti pretendono di persuaderci che i diritti di tutti sono privilegi e i privilegi di pochi sono diritti. Pretendono di scardinare quella contrattazione collettiva che, sola, consente ai lavoratori di avere un peso reale, giacché in tanto la contrattazione è più debole, in quanto è più circoscritta. Pretendono di gabellare per nuovo e quindi giusto ciò che è vecchio e ingiusto, vale a dire la sudditanza di tanti a pochi. E, soprattutto, pretendono di indicare come conflitto sociale fondamentale quello generazionale, come se sottrarre diritti ai più anziani potesse restituire diritti ai più giovani.

Con pacate e interessanti argomentazioni, il senatore Borioli afferma su queste pagine la necessità di riportare il sindacato all’autentica rappresentanza dei lavoratori. Forse sarebbe tuttavia necessario aggiungere ciò che scrive Giorgio Airaudo: “Dobbiamo riportare nella politica […] la rappresentanza, e con questa la cittadinanza del lavoro, per uscire da quella solitudine che, per troppo tempo, in questo paese, ha trasformato in fantasmi le donne e gli uomini che lavorano.”

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3 thoughts on “Il ruolo del sindacato, quando i diritti di tutti sembrano privilegi e i privilegi di pochi diventano diritti

  1. Complimenti vivissimi per l’ennesimo scritto dal quale si evince una deplorevole tendenza a svilire l’Uomo, ma, parimenti, nulla per contrastarla, specie da parte politica, la quale è vittima del vile denaro.
    All’ottima lettura del Gallino, qui citata, mi pregio di aggiungere “Shock economy” di Naomi Klein e “La fine dell’uguaglianza” di Vittorio Emanuele Parsi.

  2. Pingback: Il sindacato visto da un manager | Appunti Alessandrini

  3. Pingback: Sindacato e marea antisindacale | Appunti Alessandrini

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