Per me ha rappresentato la cultura della partecipazione

Carlo Baviera

parSono tornato automaticamente indietro di una quarantina d’anni, e ho ritrovato (nella memoria e nelle carte conservate gelosamente) proposte, discussioni, lettere ai giornali, documenti, giornaletti che trattano di partecipazione e di Consigli di Circoscrizione. E su molto materiale, almeno quello non strettamente legato all’esperienza di Casale Monferrato, ci sono le “impronte”, possiamo chiamarle così, di Pier Giuseppe Alvigini.

Sì, perché egli stato uno dei riferimenti costanti, uno di coloro che si sono caratterizzati continuamente nel discorso sulla partecipazione popolare, e stimolo per la sua corretta interpretazione e applicazione.

Mite, ma sicuro di quanto sosteneva, appassionato dell’impegno dedicato alla città dove avrebbe anche contribuito a dare vita alla rete di volontariato “regala un sorriso”, in perfetta sintonia e continuità con le teorie partecipative.

Non l’ho molto frequentato, ma ho avuto la possibilità (la fortuna) di incrociarlo in quegli anni ’70 del secolo scorso, quando frequentavo la sede provinciale della DC alessandrina; in non molte riunioni, soprattutto se si parlava di Quartieri, se si discuteva, se si progettava. Dalle sue parole e dalla sua passione, ho imparato più che altrove, a distinguere decentramento da partecipazione, Consigli di Quartiere da altre Istituzioni rappresentative, principi ispiratori e ipotesi operative e organizzative.

Non a caso, come emerge da uno dei documenti del mio personale archivio cui accennavo (Documento presentato da lui a nome della rivista Convivenza al Convegno interregionale su Decentramento e Partecipazione – Alessandria 29/9/1974. Riportato in Convivenza anno VI n. 2 del 1974), affermava che “I Quartieri possono rivelarsi come un occasione storica assai più valida e più ampia del puro e semplice decentramento amministrativo comunale o della pura e semplice contestazione dal basso. […] I CdQ non solo devono guardarsi dal perseguire il potere di tipo tradizionale, ma anche evitare la tentazione di costituirsi quale potere di tipo nuovo.[…] Per configurarsi come proposte politiche quelle formulate dai Quartieri non possono presentarsi frammentate, o particolaristiche, o chiuse al solo tornaconto dei proponenti, o formulate con criterio campanilistico, ma aperte alle priorità che favorisce chi ha meno, rivolte alla globalità dei problemi. […] La partecipazione richiede un salto qualitativo”. Cose difficili da far capire e recepire a chi considerava (e considera ancora) le Circoscrizioni come piccoli Consigli Comunali, interessati prevalentemente ad asfalto e panchine od organizzazioni per Feste rionali.

Mi  aveva colpito, di Pier Giuseppe, quel suo modo di parlare particolare, un poco cantilenoso, e quella sciarpa che lo fasciava per proteggerlo dal freddo: questo me lo rendeva simpatico. Solidarizzavo con lui, perché più imbacuccato di lui.

Altro mi scorre tra le mani. Vedo avanzare Alvigini in tre rapidi flash., un cartoncino/invito, e l’opuscolo numero 5 di Alessandria quartieri – supplemento n. 2 al n. 1 del 1975 de Il Comune.  

Lo rivedo, dapprima, osservando una fotografia. E’ la copertina di Convivenza (anno VIII n. 1): vi è ripreso il pubblico presente ad un incontro pubblico. in primo piano proprio Alvigini con al suo fianco Umberto Venturelli. All’interno sono pubblicate le relazioni tenute al Corso di Formazione del Movimento Giovanile provinciale DC  tenutosi nel settembre 1976 a Ponzone d’Acqui. Fra i relatori vi era anche lui che sottolineava: “Partecipazione significa esistere ed operare non solo come individui o non solo come massa, ma come persone. Non quindi il benessere comune come risultante della massimizzazione dell’egoismo individuale o di gruppo” e legava la partecipazione alla convivenza civile quali elementi di sviluppo nel significato di progresso e crescita di  ogni aspetto del vivere umano.

Lo ritrovo su “Alessandria quartieri” n. 5 del 1975 dove, dopo aver ricordato che “il movimento partecipativo sembra ormai avviato, e non solo grazie ai primi Quartieri sorti, ma anche nell’ambito scolastico e sindacale”  si diceva convinto che la partecipazione dovesse trovare “i propri modi, la propria ragion d’essere, la propria cultura, il proprio significato, la propria originalità” al di là dei partiti e dei sindacati che l’avevano promossa e voluta.

Infine riemerge dal cartoncino-invito per il Convegno organizzato nel 1988 a Casale Monferrato sulle prospettive del decentramento e della partecipazione nei Comuni minori: fra le Comunicazioni il programma prevedeva quella del Dr. Pier Giuseppe Alvigini – in qualità di coordinatore  della Segreteria dei Presidenti  dei Consigli di Circoscrizione  di Alessandria. E’ il novembre 1988 si sta discutendo, sia in Parlamento, sia fra i Comuni e le Provincie, ma anche fra i cittadini sulle proposte di riforma delle Autonomie locali. Il tema di interesse della giornata riguardava soprattutto l’eventualità di limitare ai soli Comuni con oltre 100.000 abitanti l’obbligo di istituire Consigli di partecipazione popolare. Francamente non ricordo il contenuto del suo intervento; ma è significativo che fosse lui a rappresentare la partecipazione alessandrina, e che vi fosse un cittadino di una realtà che non era toccata dalla norma prevista a portare una parola di sostegno alla necessità che ogni realtà comunale potesse consentire alle persone una cittadinanza piena anche attraverso ad organismi di partecipazione. E ancor più, che continuasse, dopo una ventina d’anni dalle prime esperienze, a credere e battersi per la partecipazione; mentre molti di noi erano già delusi dell’evolversi (o dell’involvere) di tutte le modalità realizzate.

Forse il motivo, di un diverso giudizio,  derivava dal non avere colto da parte di molti il significato profondo della partecipazione democratica come complementare e non in contrapposizione al sistema di rappresentanza o per dividerne le responsabilità gestionali. Noi eravamo ancora attardati su una concezione parziale e limitata; lui procedeva su altri livelli e indicava strade nuove, strade che, se percorse in quegli anni, avrebbero accelerato il rinnovamento della politica.

Rinnovamento che non è ancora compiuto, anzi per certi versi si sta complicando sempre più.

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