Il sindacato che ci vuole

Daniele Borioli (*)

sin(Dopo l’intervento di Marco Ciani, Dove va il sindacato?, ospitiamo un gradito contributo del Senatore Borioli che, in parte replicando al precedente articolo, delinea alcune opinioni sul futuro auspicabile delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori).

Fare un ragionamento misurato e fondato sulle condizioni in cui si trovano oggi le organizzazioni sindacali, nel loro rapporto da un lato con i partiti e le istituzioni dall’altro con la società, è tutt’altro che semplice.

Anche perché i sindacati sono un “pezzo di società”, organizzato per l’interlocuzione con una controparte che, spesso, comprende, o si muove in stretta relazione con, la mano pubblica. Voglio però muovere dagli spunti di Marco Ciani e dire la mia opinione.

Faccio un esempio recente e a mia conoscenza diretta per farmi capire. Il Senato approva una riforma del codice degli appalti che, con l’obiettivo di portare trasparenza ed efficienza nel settore delle concessioni autostradali, obbliga i concessionari a mettere a gara lavori e forniture di beni e servizi necessari per gestire la concessione.

Uno dei grandi gruppi titolari delle concessioni autostradali annuncia che il provvedimento potrebbe mettere a rischio molti posti di lavoro, nelle aziende che, oggi in affidamento diretto, lavorano per lo stesso gruppo. I sindacati della categoria scioperano contro il gruppo ma al tempo stesso contro il Governo, chiedendo la modifica del provvedimento.

Ho solo citato, a mo’ d’esempio, un caso recente, emblematico delle contraddizioni che oggi, quasi sempre, si incontrano allorché ci si trova ad affrontare questioni complesse e, in qualche modo, necessitanti rotture anche brusche di continuità.

Di solito, in questi casi, le enunciazioni che gli stessi sindacati fanno proprie sul piano generale dei principi (ma naturalmente la riflessione non vale solo per il sindacato, bensì per tutti gli altri cosiddetti “corpi intermedi”), cozzano con le concrete funzioni di rappresentanza che le stesse organizzazioni svolgono a livello di categoria o di punto produttivo. Funzioni che sono assai spesso vincolate al dovere di tutelare prima di tutto le concrete condizioni dei lavoratori hic et nunc, anche a costo di flettere sul principio.

Si vuole un altro esempio? La vicenda del default del Comune di Alessandria causato dalla precedente amministrazione. Quel dissesto fu procurato, fra l’altro, da una scellerata politica di assunzioni, che gonfiò oltre misura e oltre ogni ragionevole esigenza industriale gli organici di alcune aziende pubbliche alessandrine.

Quando qualcuno si provò a formulare perplessità sulle ragioni che avevano portato i sindacati ad accettare quelle politiche, evidentemente e fatalmente destinate a “gonfiare la rana” sino al punto di farla esplodere, la risposta fu che compito del sindacato è, sempre e comunque, sostenere la crescita dell’occupazione.

Risposta sbagliata. Soprattutto nel pubblico, compito dei sindacati è fare in modo che la sacrosanta tensione verso l’occupazione sia calibrata in ragione delle esigenze di efficienza, economicità e produttività del servizio. Ciò al fine di garantire che la stessa occupazione sia stabile e non appoggiata su gambe destinate a crollare, con le conseguenze che su Alessandria abbiamo ben misurato.

Si potrebbe continuare con l’elenco, non per fare un processo ai sindacati (a uno dei quali, peraltro, rimango orgogliosamente iscritto), ma per evidenziare quali siano le questioni che stringono in un nodo sempre più difficile da sciogliere funzioni e visioni.

Vengo brevemente al caso Colosseo. Mi sarei sinceramente aspettato che Camusso (la segretaria del mio sindacato!) dicesse a commento: “la CGIL è una grande organizzazione, nella quale tuttavia non mancano dirigenti che non sempre sono capaci di valutare adeguatamente la situazione; è chiaro che episodi del genere danneggiano il Paese e, quindi, gli stessi lavoratori; bisognerà evitare che accadano ancora”.

Evidentemente le mia capacità di telepatica influenza sulla leader  della CGIL sono pressoché nulle. Ed è andata diversamente. Non approvo la fretta con cui Renzi ne ha tratto una conclusione polemica e tranciante verso “questi sindacati” e ho apprezzato di più le parole di Franceschini.  Ma è vero che Camusso ha perso una buona occasione per difendere l’immagine della sua organizzazione agli occhi dell’opinione pubblica.

Voglio essere chiaro su un punto. Nessuno mette in discussione il diritto dei lavoratori di riunirsi in assemblea. Ma sanno anche i bambini che esistono modi di farlo senza compromettere lo svolgimento di servizi fondamentali nell’interesse del Paese.

E che sia un interesse fondamentale del Paese, e dei lavoratori, valorizzare sul piano turistico i beni culturali straordinari di cui dispone, è un fatto inequivocabile. Così come è inequivocabile che per un settore quale il turismo, che vive molto di immagine ed efficacia di promozione, una figuraccia come quella registrata ieri sul Colosseo, l’altro ieri su Pompei e via discorrendo, rischia se ulteriormente ripetuta di produrre un danno assimilabile al disastro Volkswagen di questi giorni per la Germania.

Questo tipo di vicende è, nell’insieme, spia di una difficoltà delle organizzazioni non di “ammorbidire la linea”, cosa che nessuno chiede:  ma di saper interpretare l’esigenza di cambiamento e di provare nuove strade. Cosa che invece, come nota Ciani, è accaduta in altre epoche. Quando la CGIL di Lama fu per lungo tempo alla testa, pur nel suo rapporto “collaterale” con PCI e PSI, di una dinamica modernamente riformatrice, capace di incalzare e precedere i partiti della sinistra.

Vorrei allora concludere il mio ragionamento con due spunti. Il primo riguarda il riferimento che spesso si fa, a mio giudizio non del tutto appropriatamente, alla stagione sindacale guidata da Sergio Cofferati. Quella di Cofferati fu, è vero, una fase sindacale passata alla storia per la grande manifestazione per la difesa dell’articolo 18. Ma c’era in quella difesa un progetto ben più ampio: di sindacato dei diritti, che muoveva da quella difesa per allargare l’inclusione sociale a chi non disponeva delle protezioni previste nello Statuto dei Lavoratori.

Chi è venuto dopo, quella battaglia non l’ha voluta o saputa far progredire, e in qualche modo ha lasciato che il passo sindacale procedesse lungo le strade conosciute della difesa dei diritti esistenti, nonostante fosse ogni giorno più evidente quanto quelle strade divaricassero dai sentieri stretti e pieni di buche e trappole dei “non garantiti”.

E’ mio personale giudizio, naturalmente discutibile. Ma io penso che se l’arrocco di Cofferati portava il segno di chi affila le armi per una grande controffensiva finalizzata a conquistare campi nuovi, questo arrocco, dopo Cofferati, si è isterilito nel segno della conservazione. Con conseguenze evidenti nelle stesse tensioni interne, tra sindacati e nel principale di essi. E del resto, pur non essendo certo io un tifoso di Landini, non sarà di sicuro per caso che la sua leadership sia emersa con tanta imponenza.

Infine, una considerazione sulla vicenda del Jobs Act. Poteva essere un’occasione per il sindacato, di incalzare il Governo su una riforma radicale del modello di rappresentanze e di tutela degli interessi del lavoro. Nel segno del pieno coinvolgimento dei lavoratori nella gestione aziendale. Un modo per entrare a piedi giunti e in posizione determinante nelle dinamiche di un capitalismo come quello italiano, certo non esente da debolezze e storture.

Non è successo. E si è scelta la strada della “resistenza”. Sapendo che i rapporti di forza nel Paese, e non solo nello schieramento politico, l’avrebbero resa assai ardua da portare a compimento con successo. E’ stato un errore. Ma c’è tempo per rimediare. Io faccio il tifo perché accada, convinto come sono che di un sindacato forte (e nella forza incorporo anche la capacità di innovare obiettivi, metodi e funzioni) c’è quanto mai bisogno.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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3 thoughts on “Il sindacato che ci vuole

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