Ottobre… tempo di catechismo!

Gian Piero Armano

geQuanto cerco di esporre in queste poche righe ho incominciato a pensarlo qualche domenica fa, quando la liturgia ha proposto il brano dell’Evangelo di Marco (9,30-37) che presenta come criterio per accedere al Regno di Dio, la figura del bambino posta da Gesù come modello. Questa figura non è un invito a concludere che il cristianesimo sia una religione infantile, ma è stato motivo per riflettere su una certa prassi che avviene in quasi tutte le parrocchie, a cominciare con il mese di ottobre, che è quella dell’inizio del catechismo per i ragazzi.

E’ una prassi che si modella sullo schema della scuola: quando le lezioni scolastiche finiscono, finisce anche il catechismo, con buona pace e sospiri di sollievo di coloro che si sono impegnati con generosità a svolgere il ruolo di catechisti.

Tale modalità è strutturata non sempre per formare, ma in funzione della 1^ comunione e della cresima: una volta ricevuta la 1^ comunione (e per molti è forse anche l’ultima), una volta ricevuta la cresima, sacramento dell’impegno nella testimonianza (ma per molti sacramento dell’abbandono non solo della pratica religiosa, ma della fede), si diventa “adulti” nel senso che finisce la formazione. La catechesi diventa così un’esperienza “da bottega”, da bambini e per bambini, cioè un’esperienza pratica che, in ultima analisi, genera ateismo o indifferenza.

Se mai il catechismo, invece di essere preparazione ad alcuni sacramenti, dovrebbe essere aiuto ad entrare nella Scrittura affinché la Parola di Dio accompagni la nostra vita quotidianamente. Se è soltanto preparazione per la 1^ comunione e per la cresima finisce per per essere una scadente verniciatura del messaggio cristiano, anziché apertura alle sollecitazioni che provengono dalla Parola di Dio e dalla storia. Non si tratta di inculcare nella mentalità e nella coscienza dei ragazzi esclusivamente cose da “sapere”, ma valori da “vivere” per tutta la vita.

Viene da pensare, allora, che le esperienze catechistiche attuali siano comunicazioni di poco o nulla, se poi comportano abbandoni, indifferenza, religiosità di facciata, reazioni di paura e di razzismo per la presenza di musulmani e immigrati nella “nostra” società. Da un lato si inneggia ai “valori cristiani” e alla “identità nazionale cattolica”, ma dall’altro si è fuori dalla fede, fuori dalla storia in quanto ci accontentiamo di una religione a cui apparteniamo per nascita e non per scelta, una religione fondata su chiusura ed egoismo, fatta di esteriorità e di comportamenti che non hanno nulla a che fare con i valori espressi dalla Parola di Dio.

Diventa così urgente un ritorno all’essenzialità, alla semplicità di vita che aiuti a scoprire Dio e la sua paternità, con l’aiuto della sua Parola.

Ecco allora l’immagine del bambino richiamata nel brano evangelico citato all’inizio: il bambino che non ha preconcetti, che si abbandona nelle braccia dei suoi genitori, modello significativo ai tempi di Gesù quando il bambino nella società ebraica era una nullità e giuridicamente non contava nulla.

“Essere come bambini” non è uno slogan, ma significa vivere la semplicità delle relazioni, la disponibilità dell’incontrare gli altri, l’apertura per tutto ciò che è nuovo, la libertà da pregiudizi e prevenzioni, vivere e saper vivere con gli altri.

Le esperienze catechistiche, così come sono vissute oggi, quali messaggi introducono nelle coscienze dei ragazzi? Se tutto viene finalizzato alla 1^ comunione e alla cresima, scadenze quasi obbligate nella mentalità di molti genitori la cui maturazione nella fede è rimasta ferma agli anni della loro esperienza catechistica, come potrà essere coinvolta dalla Parola di Dio la vita dei piccoli che frequentano il catechismo? Che esempi di fede vissuta troveranno attorno a loro? Quanto sono presenti le condizioni per far parte del Regno di Dio nel mondo degli adulti (genitori, sacerdoti, realtà parrocchiali, oratori…) evidenziate in Marco 9,35: bisogna farsi servitori di tutti o in Marco 9,37: bisogna stare dalla parte dei disprezzati e questo comporta contestare il potere che fa sempre gli interessi dei forti?

Domande inquietanti che, forse, occorre che si pongano tutti coloro che sono coinvolti nelle esperienze catechistiche che prendono avvio in questo mese di ottobre.

Tonino Bello, il “vescovo del grembiule”, nel 1992 scriveva ai catechisti della sua diocesi, prendendo lo spunto da una canzone di Gino Paoli “Il cielo in una stanza”, queste parole: “So, però, che il ‘cielo in una stanza’ deve divenire la sigla morale di ogni uomo di buona volontà che si batte per la pace, che non vuole farsi catturare dall’effimero, che teme di lasciarsi imprigionare dai problemi di campanile, e che intende fuggire la seduzione, tutta moderna, del ‘piccolo è bello’ (…) Se è così ti offro un’ultima suggestione: aprirsi alla mondialità significa educarsi alla convivialità delle differenze”.

Crescere nella fede, attraverso l’esperienza catechistica lunga quanto una vita, dovrebbe avere questo traguardo che è poi quello di Dio.

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