Francesco e la pena di morte

Domenicale Agostino Pietrasanta

sedNel suo intervento al Congresso USA, papa Francesco, in un passaggio, non certo gradito a tutti i rappresentanti, ha chiesto, sia pure con garbo e delicatezza, l’abolizione della pena di morte; tra le varie e molteplici argomentazioni del pontefice, questa richiesta, unitamente a quella sul commercio delle armi, ha fatto particolare notizia. Riporto testualmente “…sostengo ai vari livelli l’abolizione globale della pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore, dal momento che ogni vita è sacra ed ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare della riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini.”

Conta la richiesta, ma conta anche e forse soprattutto la motivazione: nessuno è arbitro della vita altrui e dunque la pena di morte non è ammissibile in via di principio e secondo una ragione etica non solo per valutazioni di tipo pratico e neppure per una evoluzione, sia pure encomiabile, della cultura giuridica: l’eccezione non è ammessa.

Eppure, mai come in questo caso si coglie, l’inevitabile contestualizzazione della realizzazione di un principio, indipendentemente dalla sua rilevanza etica e, sia detto di passaggio, a buon intendimento di coloro che hanno formulato la teoria dei “principi non negoziabili”. La stessa Chiesa con l’evoluzione del suo insegnamento, in specifica materia, costituisce un esempio lampante. Nel corso della sua storia la legittimità della pena di morte è stata spesso sostenuta ed il contesto in cui veniva a operare non poteva se non indicare la presa d’atto della precitata dichiarazione di legittimità.

Basteranno schematici richiami. Tommaso D’Aquino, scelto per secoli dal magistero come il riferimento dottrinale più cospicuo, non aveva dubbi ed in un citatissimo passo della “Summa theologica” propone “…se un uomo è pericoloso alla comunità e la corrompe a causa di un qualche crimine o peccato, giustamente e lodevolmente lo si uccide per preservare il bene comune”; evidentemente nessun dubbio: non solo la pena di morte è giusta, ma anche lodevole. Le successive affermazioni e raccomandazioni all’atteggiamento moderato in materia, in via di principio non sempre hanno trovato riscontro nella pratica e nella prassi della Chiesa che ha spesso applicato, sia pure in via indiretta (il braccio secolare), la pena in parola.

Ancora agli albori del secolo scorso, il Catechismo di Pio X non si allontanava molto dalle indicazioni di Tommaso. Nonostante l’insegnamento di Cesare Beccaria ed i cospicui apporti della cultura giuridica laica e cristiana, quel Catechismo, proponeva con moderazione, “…E’ lecito uccidere il prossimo quando si combatte una guerra giusta, quando si esegue, per ordine dell’autorità suprema, la condanna a morte in pena di grave delitto; e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro ingiusto aggressore”. Sarà pure evidente la preoccupazione di evitare ogni arbitrio (per ordine dell’autorità suprema), sarà pure lodevole l’invito alla moderazione (legittima difesa), ma il principio viene ribadito.

Nel corso del secolo, sia per effetto dei disastri indotti dai totalitarismi e dei relativi danni inferti anche alla Chiesa, sia per le ribadite dottrine ecclesiali sui diritti della persona, il magistero si è gradualmente allontanato dall’idea di una proponibilità della pena di morte; e tuttavia, ancora nel Catechismo della Chiesa cattolica del 1992 si lascia una porta aperta, “…l’insegnamento tradizionale della Chiesa…non esclude, in caso di estrema necessità, la pena di morte”. Però dopo la “Evangelium vitae” del 1995 (Giovanni Paolo II), lo stesso Catechismo, in seconda edizione si adegua e l’opzione si fa molto più limitativa: la pena di morte può essere applicata solo “…in casi di assoluta necessità, quando la difesa della società non fosse altrimenti possibile; questi casi però sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”. Ora invece non ci sono più dubbi: la sacralità della vita umana non può ammettere,in nessun caso, la sua soppressione.

A nessuno venga il dubbio di una tentazione erudita al fondo della schematica carellata; si tratta solo di sottolineare che non c’è principio, per quanto sacrosanto, che non comporti, nella sua applicazione la fatica indotta dai contesti storici di riferimento. Qui però, e prima di concludere c’è un ulteriore richiamo. Papa Francesco e dunque la Chiesa in cui l’autorità del papa si esprime, non si oppone alla pena di morte per le prove inequivocabili della sua inefficace deterrenza; non si oppone per la sua irrevocabilità, anche a fronte della riabilitazione, a futura memoria del “giustiziato”; non si oppone per la scarsa considerazione del principio contrattualistico per cui nessuno sarebbe disposto a rinunciare al diritto individuale della vita, in vista del bene comune. Si oppone per un principio etico, sacrale e, come tale non negoziabile; e si oppone alla fine di un faticoso cammino della storia della Chiesa.

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