Das auto

Angelo Marinoni

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La cronaca recente ha regalato uno degli scandali più gustati da certo pubblico italico, con la contraffazione dei valori delle emissioni dei gas di scarico da parte della Volkswagen tutta la peggiore retorica antitedesca sta vomitando qualunque tipo di bufala, penso che fra non molto leggeremo qualche elzeviro dove si rivela che la cancelliera Merkel bruciava delle gomme usate di vecchie “Golf” a Rodi per il solo gusto di inquinare l’aria greca.

Indiscutibilmente un’azione truffaldina va condannata, specie se proviene da uno dei principali gruppi industriali d’Europa, ma la vicenda non solleva, come spesso accade in Italia, i veri problemi della questione che esulano abbondantemente dalle cosiddette norme antinquinamento, di nulla efficacia.

La vicenda infatti rivela non tanto che la Touareg del 2015 inquina come quella del 2007, quanto che l’industria automobilistica europea, non solo quella tedesca, si autocertifica e si autoreferenzia e che, ancora una volta, si glissa il problema sulla legittimità di una politica industriale e dei trasporti che punti ancora sulla mobilità privata contro ogni logica scientifica, sociologica e ambientale con una tale convinzione da consentire alla industria stessa di certificare il proprio rispetto delle regole.

L’efficacia delle norme euro sulle emissioni è sotto gli occhi di tutti e francamente fra i primi che non hanno diritto di discuterne sono proprio gli americani che hanno per decenni snobbato tutte le convenzioni internazionali per la riduzione delle emissioni di gas serra, a partire da Kyoto, e che prima del retorico e pomposo proclama ambientalista esclusivamente verbale di Obama, sono stati orgogliosi inquinatori.

Ogni anno aumentano i valori delle categorie euro di emissione, siamo alla “sei”, ma il livello delle polveri e degli inquinanti nell’atmosfera delle città non è cambiato granché, e non perché la gente usa macchine vecchie, ma perché la gente viaggia in auto punto e basta. Invece di sghignazzare perché anche i tedeschi hanno dei cialtroni ai vertici di grosse realtà (con la differenza che da loro sono meno e vengono rimossi e non spostati con equivalenti onori) perché non ne approfittiamo per pensare seriamente alla conversione dell’industria automobilistica, a un serio organismo di controllo sui prodotti e a una politica per la mobilità che punti al sistema ferroviario e al trasporto pubblico?

Continuare a produrre strumenti di mobilità privata facendone addirittura dipendere la crescita industriale è uno degli errori più tragici del mondo occidentale: era del tutto evidente ben prima di questo scandalo e ora si fa lapalissiano.

La devastazione del territorio italiano negli anni Sessanta del secolo scorso e lo stato pessimo dei servizi pubblici e della qualità del vivere urbano in Italia è dipeso in maniera preponderante dall’appiattimento sulla politica industriale di una casa automobilistica che, drammaticamente si è mangiata anche tutte le altre del panorama nazionale e che ora che, finalmente aggiungo io, non è più un problema italiano, ci consente di pensare sul lungo periodo a un futuro dove la mobilità privata sia ridotta al necessario e non continui a essere il devastante cancro ambientale e, aggiungerei, urbanistico e sociale, che è ora.

Gli spunti di riflessioni che possiamo avere dallo scandalo Volkswagen sono moltissimi e possono portare a evoluzioni di portata storica verso un futuro degno, è vomitevole vederli invece ridotti alle vignette sulla Merkel e alla soddisfazione gretta e meschina del compiacimento verso l’insopportabile motto: tutto il mondo è paese.

Anche perché non è vero.

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One thought on “Das auto

  1. Purtroppo, il solo fiutare l’interesse economico spinge a violare qualunque regola, anche a costo di minare la salute o la stessa vita delle persone; veramente grave che, a compiere il fatto, sia l’auto del Popolo, nel senso letterale del termine, stante una grossa fetta dell’azionariato in mani pubbliche.
    Auspicabile, come, lodevolmente, segnalato nell’articolo, il rilancio del trasporto pubblico e, segnatamente, di quello ferroviario, che si può agevolmente giovare della trazione elettrica, ma, con l’idolatria dell’individuo, oggi, imperante, la faccenda è assai ardua.

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