Questione meridionale e questione monferrina

Carlo Baviera

sudAncor prima delle vacanze è ritornato, forse solo per un breve periodo, il tema della questione meridionale. Tema riproposto, se non ricordo male, per l’aumento del divario fra Nord e Sud (cronica maggiore disoccupazione giovanile e ripresa di emigrazione). Altro motivo, la (anche in questo caso storica) impossibilità/incapacità di dare vita ad un serio sviluppo sia turistico che agricolo che industriale. Anche la <rete tra cattolici e democratici c3dem Costituzione Concilio Cittadinanza>, a cui questo sito aderisce, ha organizzato per il 25-27 settembre un Convegno sulla cittadinanza attiva e il rinnovamento della politica nel Sud.

Di questione meridionale se ne parla da dopo l’Unità d’Italia e da parte di non pochi esperti e studiosi; si è messa in atto più d’una ricetta (Ministeri ad hoc, Cassa del Mezzogiorno, SVIMEZ, ecc.) ma senza ottenere grandi risultati. Lo stesso Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, che custodisce i Bronzi di Riace, pare non sia riuscito a decollare.

Si dirà: sono tutte (iniziative, musei, industrie) cattedrali nel deserto. Isolate dall’Italia che conta. Può essere anche vero; ma questo isolamento non è una condanna o una decisone di origine divina. Dipende da scelte umane, politiche, ministeriali, strategiche.

Mi sono affiorati, riflettendo su queste cose, due pensieri. Il primo legato alle idee di don Luigi Sturzo riguardo al meridione e al regionalismo/federalismo. A proposito: che triste notare che nessuno si sia ricordato dell’anniversario della sua morte! Nemmeno chi si rifà al suo insegnamento.

Il secondo pensiero è legato alle critiche, alle delusioni, alle lamentazioni dei monferrini casalaschi quando vedono la propria terra <prosciugata> da quanto può aiutare uno sviluppo futuro e condizioni di ripresa rispetto alle crisi industriali, ambientali, sociali che da anni pesano su quest’area.

Tornando a Sturzo e al meridione, ricordo la lettura dei suoi scritti attorno alla visione di federalismo regionale, e di sviluppo delle aree meridionali. Quello slogan che rappresenta il suo pensiero in materia: il Meridione salvi il Meridione. Sturzo invitava le genti (e soprattutto le classi dirigenti) del sud a diventare promotori dello sviluppo economico e sociale, oltre che civile (“Basta con l’aspettare dal centro, dove i problemi locali sono visti troppo uniformemente, troppo burocraticamente, troppo politicamente [..] Deve finire la demagogia di dividere la miseria”). Non chiedeva quindi assistenzialismo statale, ma un’economia libera da vincoli burocratici e non condizionata dal centralismo per tenere la corruzione e il fenomeno mafioso distante dagli affari. Chiedeva, sì, interventi concreti e rapidi per le infrastrutture essenziali: porti, trasporti e vie di comunicazione, bonifiche; ma soprattutto desiderava che fossero gli imprenditori e gi istituti di credito, le associazioni economiche e  sindacali, gli enti locali ha farsi carico di un progetto e di iniziative per sviluppare la pesca, il turismo, l’industria per la trasformazione dei prodotti agricoli, senza attendere o implorare sostegni assistenziali da parte dello Stato e della mano pubblica.

Richiamava, soprattutto, ad un visione del Mediterraneo come area di commerci e di incontri positivi. Invitava a farne un centro, un incrocio che rappresentasse per l’Europa non una frontiera, ma una piazza. In questo anche in sintonia con La Pira, con il quale invece vi furono diversità di vedute profonde riguardo al sistema economico e all’intervento statale.

A me pare che, anche oggi dopo sessanta e più anni, non si sbaglierebbe di molto facendo ricorso ai suggerimenti che venivano da quel sacerdote (prestato alla politica ed esule per vent’anni a causa della sua avversione al fascismo) per tentare ancora una volta di recuperare l’area meridionale dello Stato italiano. Il federalismo regionale insieme ad un’autonomia solidale, un intervento regolato dal pubblico ma gestito e organizzato da imprenditori locali coraggiosi, completamento delle infrastrutture (porti, strade, acquedotti), burocrazia non invadente, sistema della giustizia rapido, sostegno alla pesca e al turismo (che non sia solo o tanto consumista). E anche quella visione europea che guardi al Mediterraneo in modo aperto, e che porti, al netto delle tragedie dei barconi, i Paesi che ne sono bagnati (almeno quelli europei) ad una maggiore collaborazione. So che esistono, anzi sono questione fondamentale, i non marginali argomenti della criminalità e della corruzione;  e quelli dell’azione scolastica e della cultura, dello sport, delle strutture per il gioco e il divertimenti, ma mi limito alla segnalazione.

Passando al secondo pensiero (Monferrato uguale al Meridione?) credo che, pur nella diversità delle condizioni (il Casalese non ha Istituti di Credito locali; non ha più nemmeno delegazioni comprensoriali delle associazioni imprenditoriali, di categoria e sindacali; non ha assemblee legislative; non ha sedi universitarie), il Casalese abbia la stessa necessità di riprendere in mano il proprio destino.

Non si può continuare, attraverso alle ripetute lamentele, piangere sul latte versato, sulle istituzioni che ci vengono sottratte. L’ultima sarà la targhetta di Sede Legale dell’ASL di Alessandria: cosa anche logica visto che ormai di dirigenti non se ne vedono, e tutti siedono e decidono da altre parti. La Sede Legale presupponeva una presenza fisica perlomeno settimanale e i momenti decisionali. Questo non c’è stato e, forse, non si è voluto che fosse.

Però anche per il Casalese l’impegno dovrebbe essere “Il Monferrato salvi il Monferrato”. Cosa intendo? Che gli Amministratori locali, i Parlamentari e i Consiglieri Regionali e Provinciali  monferrini, gli imprenditori e le rappresentanze sindacali, i Direttori dei settimanali locali, coloro che presiedono Enti, le associazioni di volontariato, quelle sportive e quelle culturali si diano uno strumento Direttivo; e insieme si decida due/tre cose essenziali per il futuro dell’economia (trasporti e comunicazioni; strutture per il turismo; formazione di livello per l’artigianato; ecc.). E anche, per quanto impervia sia la cosa, pensare ad una alleanza con uno o più Istituti di Credito che “sposino” Casale e il Monferrato sostenendone i progetti più urgenti. Chiedere, invece, a Regione ed Enti Pubblici di promuovere e pubblicizzare le risorse del territorio. Ricette preparate negli ultimi anni ce ne sono, basta riprenderle in mano e valutare priorità e possibili percorsi, senza campanilismi, ma senza supine accettazioni delle logiche superiori. Anche la Diocesi meno di due anni fa aveva avanzato (attraverso all’Agenda di Speranza per il Monferrato) le proprie proposte.

Sento già le critiche a quanto suggerito: cose generiche, inutili, in quanto alcuni politici sono allineati con le decisioni torinesi o alessandrine, ed altri a contestarle a prescindere; non siamo autonomi al punto da sottrarci alle scelte generali volte sempre più ad accorpare servizi e istituzioni; servono azioni più decise compreso l’astenersi dal voto se non si è presi seriamente in considerazione; finchè non si cambia Provincia saremo considerati un’area insignificante; e via criticando.

Soluzioni facili e percorsi semplici, soprattutto di questi tempi, non ne esistono. Parafrasando Sturzo ci vuole unione tra i monferrini per gli interessi del Monferrato e “i Partiti sono necessari [..] ma quando la difesa degli interessi (della nostra area) così trascurati e danneggiati, lo esigono, non ci sono partiti che possano comandarci di tradirli (quegli interessi)”. Bisogna quindi rischiare, darsi un’identità. Qual è la nostra? Che tipo di industria si favorisce? Siamo solo un grande centro per ipermercati? Siamo individuabili per qualche settore artigianale? Siamo solo meta di un po’ di turisti del sabato e della domenica? Possiamo essere zona che sa valorizzare la presenza e l’integrazione dell’immigrazione? Si è in grado di portare nel casalese un’azienda che impieghi qualche decina di lavoratori e abbia una possibilità di futuro?

L’importante è che ci convinciamo di due cose: possiamo anche decidere di cambiare collocazione provinciale (con Vercelli vedova di Biella con cui ci troveremmo nel mezzo delle risaie e presumibilmente perdendo i Paesi collinari dell’UNESCO e del vino? Oppure con Asti per una Provincia vitivinicola e collinare, turistica ma tagliata fuori dalle grandi comunicazioni e da quanto ci potrebbe essere di nuovo sviluppo industriale?) ma saremo sempre nelle condizioni di <sudditanza> ad un Capoluogo e all’accentramento di servizi e Uffici Pubblici. Due: qualunque sia il futuro, qualunque cosa accada, qualunque sia il livello e la capacità dei nostri rappresentanti politici e delle classi dirigenti, il Monferrato deve preoccuparsi di salvare il Monferrato. In parole più povere dobbiamo essere noi a organizzare il nostro futuro, ad intraprendere nuovi percorsi, a scoprire attività che tengano in vita questa comunità, prima che il gerbido si estenda e copra una storia che ha avuto più momenti significativi. Nessuno farà regali; tutto dovremo conquistarci. Borghesia e giovani desiderosi di intraprendere: sono loro a dover battere un colpo, senza attendersi dal pubblico ciò che il pubblico non è in grado di dare.

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