Provocazioni pericolose

Domenicale Agostino Pietrasanta

reCapisco: voleva essere una provocazione. Però ci sono delle provocazioni più ambigue che ambivalenti, non tanto in sé, ma per le situazioni, gli eventi, le prospettive che finiscono per evocare. Così, quando Renzi, contrariato per le opposizioni alla sua riforma del Senato della Repubblica, sbotta ad affermare che lui sta facendo ciò che da settant’anni altri non era riuscito a fare, si va a mettere in un inevitabile e prevedibile vespaio; non solo, ma offre ai suoi irriducibili avversari la comprensibile opportunità di contrapporgli che settant’anni fa, le norme che lui vuole riformare ora, neppure erano state ancora scritte, anzi neppure esisteva l’Assemblea (la Costituente) che le avrebbe predisposte.

Va bene, concediamo: gli è scappata, ma il Presidente del Consiglio non se le può far scappare, come l’agente Scatarella nella fiction del commissario Montalbano; e soprattutto non può comportarsi a suon di battute da trivio su questioni di una serietà politica e di cultura istituzionale di straordinaria rilevanza.

Ora non entro nel merito delle disposizioni riformatrici proposte dall’esecutivo; altri in questa sede, lo ha fatto, anche da sponde opposte; ciò che voglio richiamare è proprio il pericolo indotto da certi “sbadati” (Renzi mi permetta) riferimenti. Per quanto, appartenente a generazioni molto più giovani, chi presiede il governo della Repubblica dovrebbe tener presente cosa ha significato, settant’anni fa appunto, l’azione di una classe politica, culturalmente e politicamente plurale che si confrontò su un documento fondante le istituzioni democratiche, dopo l’esperienza del totalitarismo.

Non solo: va tenuto presente che quel confronto emergeva e risultava da una vicenda, la Resistenza, che se non fosse stato per le distorsioni di classe e di parte, avrebbe potuto rappresentare una possibile tappa per l’unità di una nazione che purtroppo non è mai stata acquisita come tale. Settant’anni fa, col dovuto rispetto per il debordante presidente, non mancavano speranze e di tali speranze non vorrei né riforme, né banalizzazioni, sia pure e sperabilmente involontarie. C’era la speranza non solo di ribadire il diritto individuale della persona, ma anche il diritto delle comunità, secondo un criterio fisiologico, responsabilmente instaurato da forze politiche, sia pure e fortunatamente in confronto dialettico e non bloccate nella rissa e nella confusione. C’era la speranza di rendere effettive le realizzazioni dei diritti con la formazione aperta a tutti e con le risorse adeguate per i più deboli. C’era la speranza di un’effettiva laicità delle istituzioni, grazie alla pari dignità delle culture religiose, istituzionali, economiche e politiche in confronto.

Sinceramente, si riformino pure le strutture inadeguate, si tenga presente, soprattutto nel caso in agenda, che non si possono più protrarre gli iter delle leggi, a fronte di un bicameralismo ormai discutibile; però si faccia anche opportuno spazio a questioni più importanti. Non si dimentichi che ci sono speranze ed obiettivi che non sono riformabili: fanno parte della domanda di senso della vita e dei rapporti democratici.

Stiamo attenti alle provocazioni: bene spesso sono pericolose, quando i protagonisti che le propongono sono straordinariamente responsabili (!?) della cosa pubblica.

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One thought on “Provocazioni pericolose

  1. Stiamo assistendo alla nascita di una dittatura da parte di un’Istituzione che dovrebbe avere il compito di far osservare le leggi che il Parlamento approva: al Governo, infatti, compete potere esecutivo, non già legislativo, fatte salve le debite eccezioni da applicarsi in caso d’urgenza; tuttavia, in un clima, come quello odierno, dove comandano gli interessi economici, in maniera addirittura più che proporzionale alla loro stessa entità, il Renzi, messo alla Presidenza del Consiglio da parte dei prefati potentati (Marchionne ebbe a dire: “lo abbiamo messo noi!”) non può fare altro che comportarsi da fantoccio al loro servizio e da macchina schiacciasassi nei confronti della popolazione e del Diritto.
    Che il bicameralismo sia superato è tutto da dimostrare: innanzi tutto, la composizione delle due Camere è diversa, avendosi un Deputato di almeno venticinque anni ogni ottantamila abitanti ed un Senatore di almeno quarant’anni ogni duecentomila abitanti, con il limite minimo di sei Senatori per Regione, eccezion fatta per l’unico Valdostano e, pertanto, la rappresentanza regionale è già garantita dalla Costituzione attuale.
    Come ha scritto sopra l’illustre Relatore, un tempo, c’era la speranza non solo di ribadire il diritto individuale della persona, ma anche il diritto delle comunità, secondo un criterio fisiologico, responsabilmente instaurato da forze politiche, sia pure e fortunatamente in confronto dialettico e non bloccate nella rissa e nella confusione. C’era la speranza di rendere effettive le realizzazioni dei diritti con la formazione aperta a tutti e con le risorse adeguate per i più deboli. C’era la speranza di un’effettiva laicità delle istituzioni, grazie alla pari dignità delle culture religiose, istituzionali, economiche e politiche in confronto. Oggi, tutto questo è stato smantellato od è in via di rapido smantellamento, poiché risulterebbe d’ostacolo a chi, già fortunato, intende accaparrarsi ancora ricchezze, anche a spese del necessario altrui.

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