Coalizione mon (dis)amour

Daniele Borioli (*)

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Dalla polvere del tormentone che accompagna i lavori in corso per la riforma costituzionale, affiora di quando in quando, oltre al tema delle modalità di elezione del nuovo Senato, quello della legge elettorale e del premio di maggioranza.

Sono molti, nel centrodestra, quello di opposizione e quello oggi alleato di governo, nella sinistra e nella stessa minoranza PD, coloro che sostengono l’opportunità, se non la necessità, di modificare l’Italicum, e di rendere possibile l’accesso al bonus per la governabilità alle coalizioni e non solo ai partiti.

I moventi che portano a questa posizione sono molteplici. Alcuni riconducono il loro ragionamento alla cura degli “equilibri democratici”: facendo riferimento al rischio che, in un sistema politicamente frammentato in più poli e afflitto da un crescente astensionismo, il premio al partito porti a una distorsione del rapporto tra governabilità e rappresentanza.

Naturalmente, com’è ovvio che accade, i moventi nobili convivono sempre, in materia elettorale, con le convenienze. E ciò non deve suscitare scandalo.

Per il centrodestra di governo, questa opzione si comprende alla luce della plausibile estrema debolezza di un progetto autonomo, appannato per di più dalle incertezze sulla futura collocazione. Rispetto a questo scenario, la possibilità di giocare il proprio pacchetto di voti sulla partita maggioritaria aggiunge potenzialmente valore a NCD.

Per il centrodestra di opposizione, una soluzione di questo genere è decisiva per evitare di dover affrontare in prima battuta il nodo dell’alleanza/competizione tra Forza Italia e Lega Nord per la conquista del primato politico e della leadership del campo.

Per il centrosinistra, la questione è più complessa. Formazioni quali Sel, il neonato movimento di Civati, ciò che si svilupperà, se si svilupperà, l’esperienza di Coalizione Sociale, i rinati Verdi, più le eventuali altre forze che dovessero affollarsi in quella parte del campo, l’atout da spendere al secondo turno può moltiplicare un peso a rischio di residualità.

Su quest’ultimo punto si determina anche un possibile nesso con il travaglio in corso nel PD a proposito delle riforme. E’ evidente, infatti, detto senza scandalo e senza malizia, che un premio di maggioranza attribuito alla coalizione, potrebbe rendere più semplice il percorso di chi, sentendosi sempre più stretto nel PD di oggi, sta valutando l’opzione di uscirne, o per aggregarsi a qualche altro cantiere già in corso nella sinistra, o per dar vita a una nuova autonoma formazione.

Un fenomeno, quest’ultimo, difficile da quantificare, da me certo non auspicato, ma, al di là delle reiterate dichiarazioni di Bersani sull’intenzione di “non lasciare la casa”, certamente presente in alcuni esponenti della minoranza democratica.

Inquadrato così il campo di gioco e i contendenti in lizza, voglio spiegare, come ho già fatto per la riforma del Senato, perché io ritengo un errore politico il ritorno alla logica delle coalizioni, almeno in questa fase.

Precisando, tuttavia, che a differenza della questione inerente l’elezione dei nuovi senatori, la cui elezione diretta, avulsa dall’elezione dei consiglieri regionali, considererei gravemente distorsiva del futuro assetto bicamerale, che affida al nuovo Senato la funzione primaria di rappresentanza delle istituzioni regionali e locali, sull’alternativa premio di partito/premio di coalizione non muovo da un principio ma da una valutazione di opportunità.

Perché, dunque, considero inopportuno tornare a dare un peso rilevante alle coalizioni attraverso il premio di maggioranza? La ragione è semplice: ha a che fare con la storia concreta della cosiddetta “Seconda Repubblica” e, in essa, con la storia “gloriosa e tragica” degli schieramenti che l’hanno animata.

Il fallimento sostanziale della “Seconda Repubblica”, e del bipolarismo che l’ha lungamente improntata nel passato ventennio, è in gran parte anche il fallimento del “bipolarismo coalizionale”.

Scorriamo brevemente i fatti. Dopo il disastro della “gioiosa macchina da guerra” dei Progressisti, nel 1994, l’astuto artificio messo in moto da Berlusconi, vincitore delle elezioni con due coalizioni diverse, la Lega al Nord e Alleanza Nazionale al Centro-Sud, fu spazzato via rapidamente dalla retromarcia di Bossi, che al grido “mai con i fascisti”, abbandonò il Cavaliere e lo disarcionò.

Sull’esplosione del centrodestra, l’Ulivo costruì la sua epopea, divenuta nel 1996 anche mito fondativo in ragione della opulenta vittoria elettorale, per la quale fu tuttavia decisiva la frantumazione delle destre, presentatesi divise all’appuntamento.

Quella vittoria, a ben vedere e come la storia ha dimostrato, conteneva in sé un tarlo destinato a produrre rapidamente i suoi effetti: il peso rilevante di una sinistra radicale antiriformista, che affossò Romano Prodi su un punto, quello delle 35 ore. Che osservato oggi, alla luce della precarizzazione che ha investito il lavoro nel nuovo millennio, del vertiginoso aumento della disoccupazione degli ultimi anni, del costante deficit di produttività che affligge il nostro Paese, appare addirittura grottesco.

Il paradosso prodotto da quel passaggio fu che, per sopravvivere sino al 2001, il centrosinistra fu costretto, anticipando uno dei vizi più deleteri della successiva stagione berlusconiana, a fare esercizio di trasformismo parlamentare, andando a cercare consensi nel Parlamento tra alcuni di coloro che alle elezioni del 1996 si erano presentati con la destra.

Il fenomeno si rese piuttosto evidente anche dalle nostre parti, dove Ombretta Fumagalli Carulli, eletta al Senato per Forza Italia, divenne poi Sottosegretario alla Protezione Civile del Governo D’Alema.

Tra il 2001 e il 2006 abbiamo conosciuto forse l’unico periodo di relativa stabilità del sistema bipolare coalizionale, guidato però dal centrodestra berlusconiano, che proprio in quel quinquennio costruì le principali deformazioni “berlusconiane” del sistema politico-istituzionale, incorrendo anch’esso, tuttavia, in un processo di logoramento che, alla fine, sembrò aprire la strada a una solida alternativa di centrosinistra.

Come sia andata la vicenda dell’Unione, “semivincitrice” delle elezioni del 2006 e ridotta a governare in costante affanno per un biennio che oggi ricordiamo tutti con disperazione: connotato dalla rocambolesca immagine dei ministri della sinistra radicale, da un lato in marcia contro il proprio governo e dall’altro comodamente seduti a fianco di Mastella.

Furono proprio i “compagni Mastella e Ferrero”, che ritrovando improvvisa sintonia affondarono per la seconda volta Romano Prodi, ponendo fine definitiva all’esperienza politica nazionale del Professore.

Una mano, forse inconsapevole, al realizzarsi di quell’esito, la diedero anche in quel frangente DS e Margherita, che nel momento in cui il Governo arrancava tra le secche e gli scogli insidiosi della frantumazione politica decisero di portare lo sguardo oltre, dando vita al Partito Democratico.

Il quale, è bene ricordarlo, nacque proprio sulla presa d’atto del fallimento del bipolarismo coalizionale, presentandosi sulla scena come “partito a vocazione maggioritaria”, orientato cioè a fare proprio della conquista del Governo la propria ragione d’essere e a informare al tema della “governabilità” la propria azione riformatrice in campo istituzionale e costituzionale.

Questo atto genetico, che distingue nettamente e radicalmente il PD dalle formazioni che l’hanno preceduto, e in particolare da quelle riconducibili all’esperienza storica della sinistra italiana, appare talvolta dimenticato da parti consistenti del gruppo dirigente democratico.

Eppure, fu proprio quello il nodo su cui allora si discusse e ci si confrontò, in particolare nei congressi dei Democratici di Sinistra, che non a caso su di esso si divisero, si contarono e in, parte non grandissima ma significativa, si persero.

La scelta costitutiva del PD fu portata dal primo suo Segretario, Walter Veltroni, alle coerenti conseguenze. Le elezioni del 2008 furono condotte dal PD in pressoché totale solitudine, con l’unica, per la verità un po’ bizzarra eccezione di Di Pietro, che giurò sarebbe entrato nel Partito dopo la tornata elettorale, salvo naturalmente mancare il giuramento.

Anche comprensibilmente, sulle ceneri di una sconfitta elettorale forse inevitabile, e tuttavia molto aspramente giudicata da gran parte del gruppo dirigente del PD nazionale e locale (me compreso all’epoca), si consumò anche il declino politico di Veltroni. E si impose, dopo la segreteria di transizione di Franceschini, la leadership di Bersani.

Che ha avuto a mio giudizio, un essenziale e grave limite, quello di avere, per tutta la durata del suo mandato, messo in discussione alcuni dei capisaldi fondativi del Partito Democratico, senza mai procedere a trasformarlo come pure la maggioranza di cui disponeva gli avrebbe consentito. Un tema quest’ultimo, su cui varrà la pena ritornare con più attenzione in qualche altro intervento.

In vista delle elezioni del 2013, il PD ha riorientato, senza tuttavia rimettere in discussione alcuno dei suoi pilastri statutari, la propria azione dalla vocazione maggioritaria alla vocazione coalizionale. Una strada da me al tempo condivisa, ma sulla quale occorre pure, oggi, alla luce di quanto successo in questa XVII Legislatura, una qualche riflessione critica.

Costruita con grande enfasi, “Italia Bene Comune” ha partorito un ben striminzito frutto, tanto in termini elettorali, per il disastroso risultato di Sel e per il poco brillante risultato del PD, quanto in termini politici. Che possiamo rubricare sotto la definizione della “catastrofe”.

Si sono versati fiumi di inchiostro sulle diatribe interne al PD, nei vari convulsi e poco edificanti passaggi che hanno accompagnato l’avvio della legislatura, sulla vicenda del Quirinale e sui tentativi di dialogo con il M5S per la formazione di un Governo a guida Bersani.

Meno ci si è soffermati a considerare il più evidente degli elementi politici: Nichi Vendola e Sel hanno affossato “Italia Bene Comune”, e Bersani che la guidava, sin dalla prima riunione dei “grandi elettori” al Capranica. Quando, dopo aver garantito sino a un’ora prima l’appoggio del suo partito alla candidatura di Franco Marini, dichiarò pubblicamente la propria inversione di rotta e l’abbandono della nave.

Non solo nella stagione del Governo Renzi, ma anche nella precedente stagione del Governo Letta, ben più solidamente e convintamente appoggiato da Bersani e dalla minoranza democratica, Sel non ha mai voluto condividere con il PD alcuno dei delicatissimi passaggi che stanno connotando questo frangente politico.

Davvero si pensa che il ritorno alla coalizione, magari utile a conquistare qualche unità percentuale aggiuntiva di voto in occasione delle scadenze elettorali, possa conferire stabilità e trasparenza politica al sistema italiano. Fossi al posto di chi nel PD oggi sostiene questo approdo, ci penserei bene, molte volte.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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