Delmo Maestri, un uomo per la città

Domenicale Agostino Pietrasanta

DELSi sta esaurendo una stagione politica e culturale di Alessandria; solo pochi anni fa si è spento Cesarino Fissore, da alcuni decenni ci ha lasciati Giovanni Sisto, altri li hanno seguiti nel tempo (ricordo ancora Luciano Raschio), ora tocca a Delmo Maestri. Si tratta di una stagione di cui finalmente diventa possibile ragionare col distacco indispensabile al giudizio, una stagione cittadina, ma legata alla vicenda nazionale della prima repubblica, alla fine certamente più dignitosa della “seconda”.

Maestri viene dalla Resistenza, vi ha partecipato come attivo combattente, ma ne ha capito la forza politica dirompente, sia come riscatto sociale, sia come liberazione dalla prepotenza totalitaria e dunque come insegnamento per la democrazia; come combattente e come ogni combattente gli riusciva difficile, come riusciva difficile a Giovanni Sisto, accettarne i caratteri di guerra civile, nonostante la cospicua pubblicistica aperta da saggi critici di indubbio valore.

Aderì da subito al PCI, ma comprese ed accettò, con conseguente coerenza, la rappresentanza di tutti i partiti popolari. Quando, in Consiglio comunale prima e poi, dagli anni settanta, da Assessore alla cultura ed alla pubblica istruzione, ebbe a confrontarsi col gruppo consigliare DC, espresse una capacità di dialogo ferma, ma rispettosa e soprattutto riconoscente verso le capacità professionali ed umane dei suoi avversari. Veramente il bene comune della città veniva sempre conciliato con le sue opinioni di parte. Sul serio sapeva distinguere nell’avversario politico non solo le possibilità di dialogo, ma anche le risorse da condividere: l’idea di nemico non gli passava neppure per la testa. E collaborò, senza problemi con tutti quelli che, di qualsiasi parte politica, dimostravano interesse e sensibilità alla cultura ed all’importanza del relativo impatto sulla vita cittadina: la vicenda del teatro, di cui fu anche presidente (i protagonisti cambiano e non sempre in positivo), ne è dimostrazione e testimonianza.

Un capitolo che mi preme richiamare è dato dal recupero per Alessandria di tutto il “fondo Guazzotti”,una raccolta imponente di volumi specifici sulle questioni dello spettacolo; spiace che, per insistenza di troppi quel fondo sia finito nelle more dei disastri legati ai locali del teatro; si spera vivamente nel totale recupero, alla fine della bonifica.

La sua predisposizione al dialogo, ne fece un sincero e convinto ammiratore di alcune componenti della Chiesa alessandrina; ne coglieva tutte le riserve di presenza nella società, fino a collaborare in una commissione del Sinodo diocesano (1995/97), voluto dal vescovo Charrier e dal quale era stato chiamato a partecipare con Luciana Vogogna Martinetti, come uditore laico. Delle scelte di mons. Charrier e soprattutto delle sue capacità di lettura della realtà alessandrina era, alla lettera entusiasta. Non lo nascondeva e, nel periodo di crisi della politica, a metà degli anni novanta, mi dichiarò, in una telefonata fiume che non dimenticherò mai, che l’unico “uomo politico” di  Alessandria, era il vescovo: non certo come rappresentante di una dialettica di parte, ma come conoscitore dei segni che anche in città, i tempi andavano proponendo.

Se ne va un pezzo delle scarse ricchezze cittadine; se ne va un uomo che è stato a servizio della città.

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One thought on “Delmo Maestri, un uomo per la città

  1. Purtroppo, oggi, è morto il concetto stesso di Politica, attività di natura quanto mai elevata perché rivolta alla gestione dello Stato e dei Cittadini e difficile perché la stessa radice del termine presuppone di assecondare le esigenze di molti e, se possibile, ancorché quasi utopistico, di tutti. Il culto dell’individuo, unito al rampantismo ed al liberismo strisciante, ben diverso dalla libertà, ha portato alla scalata ai palazzi da parte di persone sciatte, il più delle volte con cultura e dirittura morale quanto meno discutibili, persone che vedono nell’altro un semplice avversario, parola che, nell’articolo che compare qui sopra, è utilizzata in un’accezione corrente, ma non pregnante rispetto alla situazione descritta, giacché, in allora, come, giustamente, scritto, tutti erano rappresentanti del popolo, indipendentemente dal partito d’appartenenza e nessuno si sarebbe mai permesso di bollare con epiteti ingiuriosi, nemmeno in privato, un altro rappresentante del popolo solo perché deteneva una tessera diversa dalla sua, mentre, ai giorni nostri, conta solo questo spirito di fazione e non vengono né ascoltate, né elaborate le proposte dell’altro: ben diverso dalla Nazione o dalle sue realtà geografiche di più piccole dimensioni gestita come un’Azienda dove tutti si debbono adeguare alle decisioni di un Presidente o di un Amministratore Delegato, avallate da un Consiglio d’Amministrazione da questi nominato.

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