Una città che si ama

Angelo Marinoni

Alessandria2

Recentemente ho avuto modo di raggiungere Alessandria con amici di Milano e lasciata l’auto in Piazza Garibaldi li ho accompagnati in un breve tour per far venire l’ora di cena. Sono rimasti subito colpiti dalla scenografica piazza, già Piazza Savona; il portico, l’ariosità degli spazi e quell’eleganza che l’Ottocento maturo seppe dare all’architettura. Ovviamente nota dolente immediatamente saltata agli occhi è la spianata di auto senza una panchina o un parchetto centrale, non sarebbe stato necessario sacrificare tutti i parcheggi, ma l’assenza di un’area verde e pedonale che sapesse dare visibilità a quella bella piazza è un vero peccato, come quelle sezioni diversamente manutenute dalle altre.

Ho detto loro che Piazza Garibaldi ben rappresentava l’Alessandria che avrebbero visto, bella senza sapere di esserlo, un po’ sostenuta e arrogante nel non accettare consigli e quindi incapace di vestirsi a modo e un po’ sciatta come una persona affascinante che si trascura.

Siamo entrati in Piazza Marconi dove l’area verde, un po’ caotica, c’è, ma la piazza è più piccola e alzando il naso, superati i portici che derivano dalla piazza maggiore, abbiamo contemplato il palazzo della Meridiana, ben ristrutturato e rappresentante una buona ostentazione di un Settecento alessandrino significativo e significante nell’architettura,

L’inquadratura data dal Palazzo della Meridiana che segna il passo delle vie San Lorenzo e San Giacomo della Vittoria ha meritato una sosta e ne sono stato lieto; ho poi deciso di imboccare Via San Giacomo per passare davanti a due gioielli, la chiesa di San Giacomo chiusa e il palazzo che fa angolo con via XXIV maggio.

Quella chiesa stretta fra palazzi di semplice ma buona architettura ricorda un giardino abbandonato, viene la voglia di spingere la porta e si rimane contrariati nel trovarla chiusa e constatarne un assurdo abbandono, si percepisce fastidio di polvere invece di quel profumo d’incenso che ti avvolge quando apri con cura, come bussando, la porta di una chiesa.

L’austero palazzo di mattoni, sede di vari professionisti, ottimamente restaurato potrebbe essere un orgoglio cittadino, ma si limita a giocare il ruolo di bella presenza, già importante in un contesto dove la maggior parte dei giocatori siede distratta e annoiata con la maglia a impolverarsi in un armadio.

Con l’occasione di cercare un locale anche vegano (e trovandolo in vendita) siamo capitati davanti alla chiesa di San Francesco, l’ex-ospedale militare che forse meglio di tutti rappresenta la violenza che Alessandria ha subito nel corso della sua non banale storia, a partire dalle devastazioni di Napoleone, passando per la sciatteria edilizia degli anni Sessanta e Settanta per arrivare all’incoscienza di sé di questi anni. Ne ho brevemente raccontato la storia e mi sono sovvenuto del recente articolo che ne descriveva l’impossibilità a una visita della meravigliosa navata centrale. Alzando lo sguardo ho fatto notare la decorazione laterale romanica che fa capolino in un contesto che non farebbe dare da sguardo distratto destino diverso di una serie di colpi di palla di ferro.

Da lì piazza della Libertà si apre e, per fortuna, prima dell’immenso parcheggio ha fatto mostra di se’ Palazzo di Rosso e Palazzo Ghilini, anche qui è stato notato il parcheggio e come una città che avrebbe molto da raccontare sia diventata serva muta delle sue automobili.

Santa Maria del Carmine si presenta da sola, seppure regolarmente chiusa mi ha inorgoglito con la sua quattrocentesca superbia, ma è stato il passaggio in Via Migliara e poi Via Milano con la sua finestra di Via Bissati a rivelare una città bella, dall’architettura imponente con palazzi decorati, portali settecenteschi e eleganza ottocentesca che fanno capolino negli scorci che si vedono agli incroci delle vie minori.

Abbiamo osservato che guardando in alto si scoprono i mondi affascinanti che ignoriamo, costretti come cavalli dal paraocchi ai percorsi talvolta poco apprezzati del nostro quotidiano.

Meta finale del percorso era Santa Maria di Castello dove un altro ristorante, contrariamente a quello che diceva il sito, si rivelò chiuso, ma la chiesa è bella seppure il contesto abbia ancora molto da fare per essere dignitoso e quello che è un angolo di potenziale potenza urbanistica è ora un gioiello avvolto dalle ortiche.

Sulla strada del ritorno mi sono velocemente soffermato su Piazza Santo Stefano e poi Via San Lorenzo, ma il tempo ci era tiranno. Mancava ancora molto, ma quel terzo scarso della città storica che ho fatto scorrere agli occhi degli amici aveva fatto guadagnare alla città la definizione di bella da parte di persone che non vi erano mai stati e che se la immaginavano un piccolo centro circondato da una larga macchia di palazzi moderni.

La riflessione che mi è derivata dalla velocissima incursione in Alessandria è amara: la città non si piace e non si piace perché non si guarda quindi si veste male, si trascura e fa della sciatteria rassegnata un modo d’esistere, per consolarsi non si nega vizi pessimi e pericolosi ed ecco che vi sono parcheggi ovunque, palazzi moderni del pessimo gusto della seconda metà del Novecento incastrati in contesti storici e una viabilità al servizio dell’automobile.

Ho immaginato allora una Piazza Garibaldi uniformemente restaurata con aree verdi e panchine che introduce a una ampia area pedonale attraversata da una direttrice a traffico molto limitato dove una linea di trasporto pubblico ad alta frequenza operata con mezzi elettrici porta le persone velocemente da un capo all’altro, da un parcheggio esterno all’altro, dove passano anche le linee urbane e suburbane esterne magari razionalizzate e sinergiche con il trasporto intercomunale e ferroviario.

Ho immaginato che la classe dirigente tutta, politica, culturale e imprenditoriale, dovrebbe avere il coraggio di dire alla gente di guardare in alto e non solo davanti a se, di andare a piedi, usare la bici, abituarsi al mezzo pubblico e rendersi conto che il proprio tempo è importante, ma non così indispensabile al mondo per sacrificargli le città e il vivere urbano di tutti e che quindi ci si può impiegare dieci minuti in più ad andare o venire dal lavoro o da un appuntamento.

Il coraggio di ampie aree a traffico molto limitato e pedonali renderebbe solo giustizia alla bellezza degli spazi che Alessandria ha ereditato da un Settecento e un Ottocento prodighi di bella architettura.

Esiste poi momenti in cui l’Alessandria medioevale regalerebbe molto ed è ora che si spostino le risorse da progetti minori alla valorizzazione e diffusione di quel patrimonio (cosa resta dell’officina di Umiliati e del chiostro di San Rocco? possibile che San Francesco debba restare un’intuizione di attenti osservatori? Lo scavo del vecchio Duomo vale sei parcheggi in più laddove le macchine con una gestione urbanistica dignitosa non dovrebbero nemmeno arrivare?).

Ho letto con un certo orrore che il nuovo ponte sul Tanaro diventa un simbolo di Alessandria, a parte le mie valutazioni sull’inutilità della opera attuale e sull’insensatezza della demolizione di quella preesistente, quantomeno nei modi adottati che esulano da questo intervento, urlo, non solo sottolineo, che Alessandria ha moltissimi simboli di pregio architettonico ben superiore a un normale moderno ponte sul fiume.

Non solo la Pubblica Amministrazione, ma la cittadinanza per prima deve alzare il naso e guardarsi intorno, avere il coraggio di pretendere un quotidiano migliore, semplicemente più bello, e avere il coraggio di rinunciare a piccole abitudini che apparentemente lo migliorano, ma che, in verità, lo rendono mediocre.

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