Il settembre delle riforme?

Daniele Borioli (*)

senCercherò di spiegare le ragioni per cui sono contrario all’elezione diretta del nuovo Senato della Repubblica, sempre ammesso che la riforma costituzionale arrivi al suo approdo, prima in Parlamento e poi con il referendum confermativo.

Una premessa. Così come è fuorviante portare la discussione sul piano del “taglio delle poltrone”, altrettanto improprio è accreditare l’idea che l’alternativa tra elezione diretta ed elezione indiretta selezione il grado di “democraticità” del futuro assetto costituzionale.

Anzi, poiché i sostenitori dell’elezione diretta insistono molto sulle funzioni di “controllo e garanzia” che esso dovrebbe assumere, occorre evidenziare come già nel vigente ordinamento costituzionale italiano i principali organismi di garanzia, a cominciare dal Presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale, siano formati attraverso meccanismi elettivi indiretti.

Si può ricordare come gran parte delle democrazie sia fondata, quando non su sistemi monocamerali, su due Camere delle quali una sola eletta direttamente dai cittadini. E’così per la Francia, per la Germania, per l’Inghilterra, vale a dire con i Paesi europei che per dimensione e rango possono essere più facilmente accostati all’Italia.

Il sistema spagnolo, chiamata ad esempio dai sostenitori del Senato elettivo: è per l’appunto un’eccezione: zoppica come riferimento poiché solo una parte dei senatori spagnoli è eletta direttamente; accompagna l’originalità del sistema bicamerale con la prerogativa del premier  di sciogliere le Camere.

Conferisce, cioè, al capo dell’esecutivo un potere fortissimo. Proprio quello che i sostenitori nostrani del Senato elettivo vorrebbero evitare. C’è in questo una inspiegabile e inspiegata incongruenza, che non sappiamo se derivi da consapevole omissione o da superficiale conoscenza della questione.

Ma, al di là di queste considerazioni preliminari, la prima ragione per la quale sono contrario a reiterare il modello di un Senato eletto direttamente non è, evidentemente, dettata da alcun fastidio di per sé verso questa modalità di formazione di un’assemblea istituzionale.

Essa consiste, piuttosto, nell’esigenza di inquadrare il futuro assetto parlamentare in una visione coerente ed organica con il duplice obiettivo della riforma, fissato nelle sue grandi linee non da oggi ma già dalle tesi originarie dell’Ulivo (si veda a proposito la tesi n.4 del programma ulivista del 1995). Duplice obiettivo che si può così riassumere: a) superare il bicameralismo paritario; b) assegnare a una delle due Camere la funzione di rappresentanza delle istituzioni regionali e locali.

A rafforzamento di questa indicazione, nella tesi prima richiamata, si insisteva nettamente sul fatto che i componenti della futura “Camera delle Regioni” dovessero essere e mantenere, nell’esercizio della funzione parlamentare, lo status e i compiti di esponenti delle assemblee elettive di provenienza.

Naturalmente, rispetto a quell’impostazione, si può aver cambiato idea, ma qualificare il ritorno all’idea di un’elezione diretta del Senato post-riforma come un riallineamento allo spirito originario dell’Ulivo è davvero una curiosa storpiatura della realtà.

Peraltro, almeno una parte degli argomenti  “ad effetto”, che anche alcuni esponenti della minoranza PD usano, risulta davvero tanto demagogica quanto fragile sul piano sostanziale.

Si dice che con l’elezione indiretta avremmo un Senato di “nominati”, dimenticando che i componenti delle assemblee regionali vengono a loro volta eletti con suffragio universale diretto, e preferenze, dai cittadini. E godono, perciò, di una piena legittimazione democratica a svolgere, tra le altre le funzioni, anche quella, se costituzionalmente prevista, di elettorato attivo e passivo nella formazione della seconda assemblea parlamentare.

Il secondo argomento chiamato in causa mostra, in più, o una pessima conoscenza della storia recente di questo Paese o, ancor peggio, la volontà di far leva su argomenti banali e di facile presa. Accade quando, per squalificare preventivamente il rango di un Senato composto di consiglieri regionali, si evocano gli scandali che hanno coinvolto alcune Regioni italiane.

Dimenticando come le Camere elette nel 1992 furono sciolte due anni dopo, nell’infuriare della bufera di tangentopoli, ed erano composte da una percentuale insuperata di indagati per le più diverse tipologie di reati, tutti quanti eletti direttamente dal popolo sovrano. A dire che l’elezione diretta tutto è meno che un vaccino contro la corruzione.

Tuttavia, steso il velo necessario a coprire le parti meno edificanti della contesa, resta invece solido l’argomento relativo alla natura del nuovo Senato: che in quanto luogo di rappresentanza delle istituzioni regionali e locali eleva la loro stessa funzione, nell’ambito delle Repubblica di cui sono parte costitutiva insieme allo Stato (così recita la Costituzione), includendola direttamente nel  rango dell’attività parlamentare, dal quale oggi sono escluse, seppure con compiti specifici e circoscritti.

Su questo terreno, la proposta “di mediazione” formulata dal capogruppo Pd al Senato e da alcuni ministri è a mio parere saggia nel suo tentare di tenere saldo questo principio, nel contempo prevedendo che all’atto delle elezioni regionali siano contestualmente ed espressamente indicati agli elettori quanti, fra i consiglieri regionali, sono anche candidati ad essere componenti del Senato.

Un meccanismo trasparente, che attribuirebbe ai cittadini sovranità di scelta, tenendola rigorosamente collegata alla funzione di rappresentanza dell’istituzione regionale attribuita ai “nuovi senatori”. Un meccanismo incomprensibilmente respinto con particolare quanto immotivato vigore dalla parte più intransigente della minoranza dem.

Il Presidente emerito, Giorgio Napolitano, ha ben evidenziato le ragioni per le quali l’elezione diretta e a sé stante dei Senatori snaturerebbe il senso della riforma. Riprendo il suo ragionamento, che condivido totalmente.

L’elezione diretta dei senatori, post-riforma, su liste politiche, di partito o di coalizione (su questo punto ritornerò), restituirebbe un’Assemblea parlamentare composta di 100 membri, dotati di una fortissima legittimazione popolare, ben più solida di quella portata in dote dai 630 deputati, e tuttavia privati del potere politico fondamentale: quello di concedere o revocare la fiducia al Governo.

Si darebbe vita così a una bizzarra creatura, dotata di un fortissimo mandato di rappresentanza popolare e impedita di fatto ad esercitarlo. In virtù di questo mandato, i cittadini si sentirebbero legittimamente e comprensibilmente titolati a investire i senatori di tutte le problematiche legate alle attività di governo e legislative, ben oltre i limitati compiti assegnati al Senato dalla Costituzione riformata.

Lo scenario più probabile è quello di un corto circuito istituzionale, che porterebbe fatalmente il nuovo Senato verso la tendenza di esorbitare dalle proprie funzioni, per riprendersi sul campo quello spazio di rappresentanza politica che il dettato neo-costituzionale gli avrebbe formalmente sottratto.

Il rischio concreto è l’insorgere di un nuovo fronte di contenzioso e di conflitto tra i due rami del Parlamento: con il risultato di complicare e ingarbugliare ancor più di oggi quelle procedure legislative che la riforma vorrebbe semplificare.

Volendo, con l’esercizio di una provocazione logica, tornare al modello spagnolo che i sostenitori del Senato elettivo evocano ad esempio, potremmo dire che l’unico modo di temperare questo rischio sarebbe quello di fare come in Spagna: attribuire al Presidente del Consiglio la potestà di sciogliere le Camere, usando questa arma come moral suasion avverso eventuali atteggiamenti ostruzionistici.

Ma non mi pare ci sia disponibilità da parte dei “filoiberici” nostrani ad accedere a questa suggestione.

La verità è che l’unico esito coerente del mantenimento dell’elezione diretta del nuovo Senato, se non si vogliono fare pasticci, sarebbe il mantenimento di un bicameralismo se non proprio “perfetto”, quantomeno fondato sul mantenimento a entrambe le Camere del compito politico fondamentale: dare o togliere la fiducia al Governo.

Un esito che potrebbe essere riassunto nel titolo “molto rumore per nulla”.

Sono vecchio abbastanza della politica per sapere quanto spesso accada che gli esiti più strampalati siano quelli alla fine prevalenti. Non fa male, tuttavia, finché è possibile, cercare di evitarlo.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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