Chiesa, cattolicesimo politico e unioni civili

Domenicale Agostino Pietrasanta

baruNon mi stupisce l’insistenza con cui la Chiesa italiana richiama l’identità e la salvaguardia istituzionale della famiglia; anzi concordo (può talora succedere) con l’eminenza Bagnasco quando ribadisce che non tutte le forme di convivenza possono essere omologate istituzionalmente alla famiglia. Non sono però sicuro che l’opinione corrente e la stessa elaborazione concettuale degli osservatori più attenti, non esclusi i contestatori della Conferenza episcopale italiana (CEI), colgano il significato che una simile impostazione trae dalla tradizione del cattolicesimo politico, né tanto meno le ragioni di cultura giuridica che ne sostiene la validazione, a mio avviso, ancora attuale.

Una attenta lettura, né apologetica, né polemica, delle ragioni di coloro che contestano la CEI su specifica questione, coglie la preoccupazione di salvaguardia del diritto individuale e rileva la propensione della Chiesa a limitarne la reale portata; in effetti il riconoscimento di tale diritto costituisce una base essenziale alla democrazia, tanto più che su di esso si fonda la promozione del merito della persona ed il superamento del privilegio di casta. Si tratta di una grande conquista della cultura giuridica contemporanea, anche se spesso la realtà dei fatti ha umiliato la tensione etica del principio.

Ora, mi sembra di poter precisare che tutte le opzioni laiche dell’età contemporanea hanno fondato la dialettica democratica sui due poli del diritto individuale e (in alternativa) delle prerogative dello Stato; sono due poli (in via di principio tra loro dialettici) che nella realtà spesso hanno tentato di convivere, prevalendo ora l’uno, ora l’altro a seconda delle parti politiche che si imponevano nel governo delle istituzioni.

Questo vale per le opzioni laiche. La prospettiva tradizionale del Movimento cattolico, soprattutto italiano (MC) ha introdotto nella dialettica Stato/individuo i cosiddetti corpi intermedi rilevandone la identità istituzionale. Se, in un primo momento il MC ha usato di questa categoria anche in senso polemico (l’opposizione cattolica all’unità nazionale) Luigi Sturzo ed il cattolicesimo democratico ormai maturo del primo dopo/guerra, hanno intravisto e teorizzato la possibilità di identità istituzionali non assimilabili allo Stato, ma ad esso non contrapposti come gli enti locali e la famiglia; anzi col passare del tempo e grazie agli insegnamenti che anche i disastri del totalitarismo hanno determinato, in una consistente ala del cattolicesimo politico si è fatta sempre più chiara l’idea che i due tradizionali pilastri della dialettica democratica (diritto individuale/prerogative dello Stato) fossero insufficienti. Si tratta della cosiddetta terza via che non riguarda solo il versante economico, come spesso si sottolinea con surrettizia insistenza, ma anche il livello delle istituzioni democratiche. Tanto che nella Carta costituzionale possono coesistere gli artt. 3 e 29: difesa dei diritti inalienabile della persona e della famiglia nella sua identità istituzionale; ma per l’appunto si tratta di conquiste riconosciute del gruppo guidato in Costituente da Giuseppe Dossetti.

Qui sta la ragione storicamente realizzata di una salvaguardia della democrazia attraverso l’identità di istituti che, con espressione un po’ infelice, sono chiamati corpi intermedi: sussistono ed è bene preservarli, senza intaccare il diritto individuale: coesistono ed è bene coesistano anche per evitare ogni tentazione di totalitarismo e di anarchia. E dunque le forme di convivenza vanno sempre preservate, ma le specifiche identità sono diverse, perché diversa ne è stata la genesi storica.

Due aggiunte che si risolvono in due domande ai responsabili della CEI che vogliono scendere sul terreno del confronto evitando la contrapposizione. Come mai la “guerra” ai defunti DICO che, per farla breve, avrebbero salvaguardato i diritti di tutte la convivenze senza omologarle all’istituto familiare? Forse l’eminenza Ruini potrebbe rispondere.

C’è però una seconda e più importante domanda: se la tradizione del cattolicesimo democratico è riuscita a proporre una cultura giuridica tanto cospicua sui corpi intermedi da giustificare ancora oggi una difesa della famiglia, quale è stata l’attenzione dei vertici ecclesiastici per la summentovata  tradizione del pensiero politico?

Un po’ di amarezza mi sembra ben giustificata.

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