Funerale di mafia

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Non ne parlerei neppure: certe vicende dovrebbero essere sepolte nella più ferrea delle indifferenze, dal momento che, ne sono certo, la bagarre di informazione che si è verificata sul teatrone dei funerali di Vittorio Casamonica, è precisamente ciò che i clan mafiosi si aspettavano e si auguravano. La notizia fa visibilità e, nel contempo, perverso prestigio; cose che fanno sempre comodo, anche e forse soprattutto a chi, organizzato a dovere, vive fuori della legalità.

Ora però che tutti ne hanno parlato e tutti ne parlano, forse, anche i miei cinque affezionati lettori locali saranno curiosi di sapere cosa ne penso; ed io non mi posso evitare la “grana”.

La sceneggiata è, senza dubbio, nauseabonda e, nel contempo offensiva della comune sensibilità di qualunque persona onesta e di semplice buon senso; però è fin troppo evidente che ci sono delle responsabilità e sono anche responsabilità “diffuse”.

Cominciamo dalle più semplici. Personalmente non riesco a credere che il parroco celebrante non si sia accorto di nulla, mentre gli attaccavano una gigantografia sulla facciata della Chiesa; né riesco a credere che non fosse precisamente informato delle “pregresse” attività del defunto. Non che voglia, io credente, sostenere che non si dovesse celebrare l’Eucarestia; anzi ho sempre ritenuto impropria la scelta di non accogliere in Chiesa un qualsiasi defunto per cui ne sia stato richiesto il funerale religioso. Ciò posto come mai si è accettato di celebrare le esequie in una parrocchia diversa da quella della residenza del Casamonica? Non è venuto, non è sorto qualche dubbio? E se qualche dubbio fosse sorto non si poteva avvisare il Vicariato perché intervenisse con una dichiarazione di dissenso da ogni manifestazione celebrativa delle “eroiche virtù” del defunto? Mentre mi faccio queste domande, la tentazione del pensar male si fa impellente e non c’è bisogno di Giulio Andreotti per completare il sillogismo.

Ciò detto però sarebbe il colmo se, sul versante ecclesiastico, dovesse pagare solo il parroco perché nonostante l’indiscusso impegno dei pontefici, di alcuni vescovi e di parecchi preti contro i clan mafiosi, si è radicata nella prassi pastorale, l’impressione che certi comportamenti non sono assimilabili ai “principi non negoziabili”. Inutile sostenere, magari con ragione, che non si possono assimilare casi tra loro diversi, purtroppo il fedele comune ricorda i funerali negati a Welby e ricorda la sepoltura di De Pedis (ricordate?) in Sant’Apollinare. Questa sensazione, questa mentalità si radica e si oppone ad ogni intervento pastorale e questa ultima vicenda resta devastante, anche se si ricorda che Giovanni Paolo II ha rischiato grosso per le denunce ai mafiosi e se si richiama l’esplicita scomunica di Papa Francesco.

E tuttavia c’è ben altro. La questura dice di non averne saputo nulla; con le informazioni che, in genere sono disponibili alle forze dell’ordine si fa fatica a credere, ma ammesso che sia vero, quand’anche fosse vero, rimarrei sconcertato. Si combinano sceneggiate da stadio, si preparano carri trainati da tre coppie di cavalli bardati, si prenota un elicottero, si informano inevitabilmente parecchie centinaia di persone non escluse quelle che montano enormi gigantografie e tutto questo senza che la questura ne venga a conoscenza? Evitiamo almeno il ridicolo: le dimissioni del questore potrebbero, almeno in parte, salvare molte facce.

Il ministro degli interni (ineffabile Angelino!) si arrabatta a chiedere informazioni al prefetto, il quale deve verificare (?!) ed anche qui ci si riserva di provvedere, mentre l’unico che paga è l’elicotterista che ha lanciato petali di rosa sulla bara. Non è che altre due dimissioni, ministro e prefetto, potrebbero correggere in parte lo sconcerto dell’opinione pubblica?

Resta il fatto che personalmente, incorreggibile osservatore dei comportamenti pubblici, ciò che mi ha amareggiato maggiormente è stato il concorso di popolo alla celebrazione non dell’Eucarestia, ma dei fasti di una vita discutibile anche nel giudizio verso un morto. Tutte quelle braccia protese nell’omaggio mi hanno detto che certe cose sono pure frutto di un contesto e di una mentalità assolutoria che non tocca solo la responsabilità dei pubblici poteri.

Alla fine mi consolo. Tutto quel concorso di popolo ha dato lavoro ai vigili che erano presenti in forza (altro che disinformazione!); mi chiedo ora se erano presenti la notte del 31 dicembre; e nessuno mi opponga, per favore, che d’inverno fa freddo, mentre a ferragosto fa caldo. Che dice Marino? Sicuramente qualcuno chiederà anche le sue dimissioni.

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