Migrantes

Marco Ciani

mig«Ci sono nel mondo 250 milioni di persone che vivono in Paesi ed anzi in continenti diversi da quelli dove sono nati. Duecentocinquanta milioni di emigrati. Questo è il problema. Non è affatto detto che sia un male, anzi, il fatto che gli abitanti del pianeta si mescolino tra loro è un bene, biologico, economico, sociale, culturale. Ma suscita problemi a volte gravi e addirittura gravissimi: rivolte, guerre, terrorismo, mafia. Insomma il peggio del peggio invece del meglio del meglio come potrebbe e dovrebbe accadere».

Con queste parole inizia l’ultima intervista di Eugenio Scalfari a Romano Prodi, pubblicata lo scorso giugno sull’Espresso.  L’intervista contiene molti altri spunti interessanti, ma in questa sede ci concentreremo esclusivamente sul tema delle migrazioni.

Premetto che non sono un esperto. Al contrario, credo di provare, come una buona parte degli italiani, dei sentimenti contrastanti di fronte ad un problema di portata enorme che scuote, sotto molti punti di vista, le nostre coscienze e le nostre convinzioni.

Il tema che vorrei sviluppare è questo: immigrazione, problema e opportunità. Da dove partire?

Inizierei da una premessa: «Abbiamo oltre 4,5 milioni di italiani all’estero (senza contare gli Erasmus e chi si trasferisce temporaneamente), gli italo/discendenti sono stimati in 80 milioni: per dimensioni è la seconda diaspora al mondo dopo quella cinese». Sono i dati enucleati lo scorso anno dal sottosegretario agli Affari Esteri Mario Giro, nel corso di un’intervista per la rivista di geo/politica Limes.

Dunque muoverei da qui: che ce ne ricordiamo o meno, siamo tutt’ora e, sopratutto, siamo stati fino a pochi anni or sono una nazione di migranti che partivano in cerca di una vita migliore alla volta dell’Europa, dell’America, del mondo.

Io stesso ne ho avuto esperienza familiare tramite mio nonno paterno, espatriato negli Stati Uniti dove acquisì la doppia cittadinanza, e mio padre che a sedici anni si recò in Svizzera per fare il lavapiatti in un hotel rinomato di Zurigo, il “Zum Storchen” (in italiano, “Alle cicogne”), riuscendo mentre lavorava, a diplomarsi presso un locale Istituto alberghiero ed alla scuola interpreti.

Certamente esistono parecchie differenze, ma anche molte similitudini, tra chi lasciava l’Italia nell’800 e nel ‘900 e le persone che oggi sbarcano sulle nostre coste.

Persone: forse dovremmo cominciare a chiamarle semplicemente così, in luogo di “extra/comunitari” o anche solo “emigranti”, anche per ricordarci che prima di essere un “problema”, sono esseri umani come noi, o come i nostri genitori e nonni che lasciavano la loro patria in cerca di un avvenire migliore.

Certo, quando i miei avi abbandonarono la provincia di Belluno in cerca di fortuna non stavano scappando da una zona di guerra o di violenza. Semplicemente, se così si può dire, erano spinti dalla “sola” necessità economica, pur grave. All’epoca, infatti, il Veneto era una regione assai povera, paragonabile e forse per certi versi più dura ancora del Meridione. Tutt’altra realtà rispetto al nord/est odierno.  Dovevano procurarsi i mezzi per vivere dignitosamente e per metter su famiglia.

Ben diversa è la prospettiva di chi scappa dai conflitti, dalle carestie, dalle violenze, dal fondamentalismo. Temi sconosciuti in una regione disagiata dell’Italia post/unitaria. Difficile allora, malgrado le enormi difficoltà, morire di fame. Le guerre erano quelle di un tempo, quando i militari combattevano al fronte. E nemmeno durante l’occupazione austriaca, seguita alla disfatta di Caporetto, o a quella tedesca dopo l’8 settembre 1943, si stava male come oggi chi vive in intere regioni del Nord Africa o del Medio Oriente. Differenze che normalmente non si considerano, ma non sono di poco conto.

Aggiungerei che gli italiani all’estero condividevano nella stragrande maggioranza dei casi la comune matrice europea e cristiana delle nuove nazioni presso le quali si insediavano.

Ma qual è oggi la suddivisione delle comunità di stranieri in Italia?

Gli stranieri residenti in Italia sono 5 milioni 73mila, l’8,3% della popolazione totale. A differenza di quanto si potrebbe pensare, delle 200 diverse nazionalità presenti nel nostro paese, per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini europei. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella rumena (22%) seguita da quella albanese (10%) e marocchina (9%)  (dati ISTAT).

In quanto ad appartenenza religiosa, al 31 dicembre 2010 tra i 4,5 milioni di stranieri residenti in Italia vi erano 2,5 mln di cristiani (54%) e 1,5 mln di musulmani (33%). Dunque per la metà abbondante stiamo parlando di cristiani, soprattutto ortodossi rumeni, e per un terzo appena di appartenenti alla fede islamica. Le altre appartenenze sono polverizzate tra una miriade di fedi o di non/fedi diverse (Rif. Dossier Statistico Immigrazione 2011 Caritas/Migrantes ).

E quindi, altra costatazione, non siamo invasi dai nordafricani, arabi e musulmani che, allo stato attuale rappresentano una minoranza, seppur non insignificante, dei nuovi residenti.

Ovvio che, al di là dei freddi numeri, contano molto gli aspetti psicologici. Quando ci muoviamo per le vie di Alessandria, difficilmente notiamo la presenza di rumeni che, per inciso, sono comunitari in quanto appartenenti alla UE, e non li notiamo perché, salvo casi particolari, condividono con noi colore della pelle, abbigliamento, religione cristiana.

Facciamo molto più caso invece, quando vediamo passare una donna con il velo o un uomo con la tunica e, magari, un copricapo tipico. Ci basta vederne qualcuno, anche pochi, specie quando ci rechiamo in alcuni luoghi, come in ospedale, per provare, non sempre ma in molti casi sì, la sensazione di essere stati invasi.

E’ una reazione “umana”, ma che ogni paese civile deve imparare a mediare con la forza della ragione. In particolare, per ritornare a quanto detto poc’anzi, deve impararlo un popolo che è stato migrante. Al proposito, posso confermare per testimonianza familiare, che gli italiani negli Stati Uniti, come in Svizzera, erano tendenzialmente disprezzati. Anche chi era dotato di buona volontà faticava non poco a superare gli stereotipi sull’Italia sintetizzabili in mafia, spaghetti e mandolino.

C’è un altro punto che assume particolare rilievo: la relazione tra immigrati e criminalità.

Al di là delle boutade di qualche esponente politico, una relazione esiste. Sempre l’ISTAT ci dice che “Se nel 1990 gli stranieri erano pari al 2,5 per cento degli imputati, nel 2009 gli stranieri rappresentano il 24 per cento del totale degli imputati (di questi circa un quinto sono imputati per reati legati alla condizione di immigrato irregolare. NdR). […]

Gli stranieri rappresentano il 32,6 per cento del totale dei condannati, il 36,7 per cento dei detenuti presenti nelle carceri e il 45 per cento del totale degli entrati in carcere. […]

Gli stranieri sono imputati principalmente per furto, violazione delle norme sugli stupefacenti e lesioni, cioè per reati che impattano maggiormente sulla percezione della criminalità, oltre che per i reati legati alla loro condizione di irregolari (come l’immigrazione e le false attestazioni o dichiarazioni a Pubblico ufficiale su identità o qualità proprie o di altri)”. 

Ora, il semplice fatto che un terzo dei detenuti in Italia sia straniero, a fronte di appena un dodicesimo della popolazione composta da non italiani, non può passare inosservato. Ed è probabilmente questo fatto, assieme alla natura dei reati commessi, più tipici della micro/criminalità e quindi più avvertiti, la benzina principale per la macchina dell’odio razzista di parte crescente della politica italiana (ed europea).

Un altro elemento che desta crescente preoccupazione sono le ondate di sbarchi sulle nostre coste. Le guerre civili in Libia e in Siria e la montante instabilità del mondo arabo sono le cause principali di un’impennata degli sbarchi che ha visto in un anno, dal 2013 al 2014, quadruplicare i migranti (da 43 mila a circa 170 mila) e triplicare i richiedenti asilo. Gente che, partita in maggioranza dalla Libia e proveniente soprattutto da Eritrea, Nigeria, Somalia, Siria, Gambia  e Sudan, è sbarcata in Italia. Si tratta di numeri che nella prima metà del 2015 risultavano in ulteriore aumento.

A questi si aggiunge la triste stima dei migranti morti in mare, dei nostri fratelli migranti: oltre 1.900 quest’anno, più del doppio rispetto al 2014 (Dati OIM).

Non occorre essere esperti per capire che tale situazione è insostenibile sul lungo termine, soprattutto se lo scenario nord/africano, già sufficientemente caotico, dovesse evolvere in modo ulteriormente negativo. L’Europa fa poco, posto che l’accordo UE, firmato a luglio prevede la distribuzione tra i Paesi europei di appena 32mila migranti siriani ed eritrei sbarcati in Italia e in Grecia. Si spera in un ulteriore allargamento delle maglie per fine anno, ma è un dato che l’Europa, come in altri casi recenti, si mostri molto egoista nel condividere le soluzioni ai problemi specifici dei suoi singoli stati membri, soprattutto se si tratta di quelli più in difficoltà.

Sugli sbarchi si scatenano le pulsioni più retrive del nostro popolo. E’ vero che vanno distinti i casi dei richiedenti asilo e rifugiati, da chi “semplicemente” tenta la via del Mediterraneo sperando in condizioni di vita migliori. Ma al di là delle retoriche sui blocchi navali e sugli affondamenti delle imbarcazioni, il problema, per un paese che ha un isola come la Sicilia in mezzo al Mare Nostrum, con più di mille chilometri di coste, rimane.

Ciò nonostante la spesa dell’Italia per il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo è in linea con quella degli altri paesi UE (vedere la ricerca “Quanto costa l’accoglienza” sul sito la voce.info). Questo è un dato importante e affatto negativo, ma ovviamente non è esaustivo perché l’accoglienza comporta molti altri problemi, a cominciare dalla collocazione e dall’integrazione delle persone che arrivano.

Ma la retorica non è solo di chi propone soluzioni tanto estreme quanto impraticabili. Forse, in piccola parte, contribuisce anche qualche esponente della Chiesa quando accusando i politici, non senza qualche ragione, di “piazzismo da quattro soldi” o il governo di non fare nulla, evita di proporre soluzioni pratiche, esponendosi a inevitabili contrappassi. Un famoso giornalista risponderà piccato «Se lui non ci spiega come accogliere tutti quanti è un “piazzista da sacrestia”».

Commuove l’immagine del Papa di due anni fa che prima di scendere sul molo di Lampedusa, depone in mare una corona di fiori per ricordare i migranti morti in mare. Quel Mar Mediterraneo dove, secondo le stime, negli ultimi due decenni, per 25 mila persone la speranza di un futuro migliore si è trasformata in tragedia. Forse avrà pensato anche lui ai nonni partiti dal Piemonte per andare in Argentina in cerca di un avvenire.

Ma, con rispetto parlando, ci si chiede ogni tanto se la Chiesa che pure fa molto, nelle sue diverse articolazioni stia attuando proprio tutto quanto in suo potere per alleviare il problema. Moniti ed ammonimenti vanno bene, ma l’esempio è più importante. Penso, ad esempio, per non andare troppo in là, a quanto scritto da Agostino Pietrasanta qualche giorno fa proprio su Ap, nell’articolo “Case per i figli di Dio”.

Un’ultimissima considerazione prima delle conclusioni. Non la farò ancora lunga dato che già troppo ho abusato della pazienza dei miei 2 lettori, ma un paese dove tutti i dati demografici portano ad un progressivo invecchiamento della popolazione residente, il fatto che gli stranieri contribuiscano alla ricchezza della nazione, con le tasse pagate ed i contributi previdenziali versati, non è da trascurare.

Lo spiega bene uno studio della Fondazione Moressa, ripreso da Repubblica. Salto l’analisi completa (che si può trovare a questo link) e vengo al punto, a mio avviso più importante: l’immigrazione produce di più o di meno di quel che costa agli italiani?

La risposta è chiara: «Quello che alla fine resta centrale è il rapporto costi-benefici dellimmigrazione: il bilancio tra le tasse pagate dagli immigrati (gettito fiscale e contributi previdenziali) e la spesa pubblica per limmigrazione (welfare, politiche daccoglienza e integrazione, contrasto allimmigrazione irregolare) è in attivo di 3,9 miliardi di euro. «Insomma si legge nel rapporto della fondazione Moressa gli immigrati risultano certamente più una risorsa che una minaccia per il Paese».

Concluderei banalmente così. Pur con tutto il pragmatismo del mondo e con la capacità di discernimento, anche sottile, che deve sempre guidare l’analisi di fenomeni  complessi e soggetti a variabili, anche imprevedibili, una politica “umana” nei confronti degli immigrati è non solo doverosa dal punto di vista etico, ma anche conveniente sotto il profilo economico.

Ciò ovviamente non esclude, anzi richiede di avere la capacità, il coraggio e la lungimiranza, di pensare e porre in atto politiche adeguate di integrazione, sapendo, checché se ne dica, che la società italiana ed europea evolve fatalmente verso un modello multietnico, multiculturale e multireligioso. Illudersi che questa prospettiva sia eludibile è come pensare di fermare il mare con le mani.

Il cambiamento di scenario ed i conseguenti processi di assorbimento di masse crescenti di migranti sono, al contempo, inevitabilmente destinate a determinare tensioni crescenti ed instabilità, come reazioni xenofobe e derive autoritarie.

Sta a noi, alla comunità, alle istituzioni, memori anche del nostro passato con la valigia in mano, cominciare a conoscerci in modo attivo, a comprendere i rispettivi punti di vista, a convivere con le differenze senza demonizzarle, a imparare gli uni dagli altri per attenuare, alleviare, ridurre e infine risolvere i problemi di convivenza che si determineranno.

Tornando da dove siamo partiti, cioè dalle osservazioni di Romano Prodi: il fatto che gli abitanti del pianeta si mescolino tra loro è un bene, ma suscita problemi a volte gravi o gravissimi. Ciò detto, per mille motivi, non possiamo vivere coltivando la paura del prossimo. Al contrario, pur senza essere ingenui nel sottovalutare gli impatti di un fenomeno tanto multiforme, dobbiamo pensare che la diversità può essere la ricchezza del nostro futuro.

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One thought on “Migrantes

  1. Condivido l’analisi e mi complimento. Personalmente aggiungerei una distinzione che meriterebbe un ulteriore approfondimento: ciò che, sotto l’aspetto della “gestione immigrazione”, possono fare le istituzioni e ciò che può realizzare il singolo cittadino.

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