Ma la scuola sarà buona?

Domenicale Agostino Pietrasanta

buscLe perplessità sull’azione di governo sono ampiamente condivisibili: sia per la confusa precarietà delle realizzazioni, rispetto alla trionfale sequela degli annunci, sia per la frantumazione degli interessi elettorali, rappresentati dal partito o, se si vuole dai partiti, che si dichiarano (Dio li perdoni) parte di maggioranza. D’altro canto non mi sento di rintuzzare le ragioni di coloro che, insistendo, e forse più del dovuto, sui loro convincimenti di fede renziana, continuano a dichiarare che, in fondo bene o male, qualcosa finalmente si muove.

Sta di fatto che alcuni risultati non si possono negare; ad esempio, dopo che per decenni ad ogni soffio di riforma della scuola, si apriva una crisi di governo ed il nuovo esecutivo evitava puntualmente la grana, ora il risultato è stato raggiunto: in mezzo a parecchi rappezzi, in presenza di una normativa che, per usare un eufemismo, chiameremo confusa, si è arrivati ad un contestato quanto faticoso traguardo.

Certo le riserve sono parecchie: ad esempio non si capisce perché, dopo lo strombazzamento delle 150.000 assunzioni di insegnanti, di fatto ci si ferma molto al di sotto delle 100.000; non si capisce perché non si è meglio precisata la competenza dei dirigenti scolastici, ma nel contempo non si capisce perché il sindacato si incaponisca ad opporsi ad un criterio di gestione della scuola che da forza all’autonomia delle sedi periferiche, ma soprattutto non si capisce perché non si è finalmente affrontato il vero problema, la identificazione dei fini del sistema scuola e quello relativo dei contenuti disciplinari adeguati. Certo si insiste sull’importanza delle lingue straniere, sulla rilevanza dei nuovi linguaggi tecnologici ed informatici, ma non si affronta di petto la questione fondamentale: la promozione del merito nel processo formativo. Si dichiara (ma di dichiarazioni si muore) che i docenti saranno giudicati e pagati secondo merito, ma il vero snodo per le competizioni future della nazione, attiene la possibilità data ai migliori fruitori del sistema di essere riconosciuti e resi capaci di mettere al servizio di tutti le loro abilità.

E qui conviene, io credo, una schematica quanto essenziale precisazione. I capaci ed i meritevoli (e parliamo degli alunni), per dettato costituzionale devono raggiungere i gradi più alti e sofisticati della conoscenza. Questo non significa affatto dimenticare coloro che, per varie ragioni potrebbero incontrare delle difficoltà: il principio nel nostro ordinamento si sposa e si realizza col diritto di tutti di raggiungere il massimo possibile di formazione, anche di quelli che, senza loro responsabilità, non possono che arrivare ad alcune abilità di tipo manuale: anche costoro devono arrivare al grado più alto, loro possibile, degli studi. Questo potrebbe farli capaci di non pesare coi loro inevitabili limiti, sulla spesa sociale; in molti casi, basterebbe avere il coraggio di dare alla scuola un adeguato servizio di sostegno. Resta il dovere di preparare i migliori alla promozione di una dinamica sociale sempre più esigente sul piano delle competenze e delle abilità.

Purtroppo su questo versante, tutto tace; meglio, tutto si ferma alle dichiarazioni. Al contrario, per passare ai fatti bisognerebbe scegliere di dare spazio alle discipline veramente formative ed ai contenuti che le stesse hanno raggiunto in sede di ricerca scientifica. La matematica, la lettura e la decodificazione e l’interpretazione dei testi soprattutto, ma non solo, stranieri, in una società globale, costituiscono passaggi essenziali e costitutivi del sistema scolastico. Alla corte, e per lo scandalo di molti, l’educazione stradale, potrà essere un’opportunità per la scuola, ma la matematica, l’interpretazione e la contestualizzazione della storia, la lingua straniera sono aspetti costitutivi del sistema formativo, non un’opportunità. Ancora: non diciamo più che i contenuti non servono perché ciò che serve è la formazione all’autonomia di giudizio; mi si vuol dire su che cosa formiamo al giudizio maturo ed autonomo. Su che cosa mai, se non sui contenuti?

La riforma fondamentale sta lì; sta nell’adeguare, con organico intervento e in presenza di un obiettivo ragionato con tutte le parti, ma poi realizzato con determinazione e grazie a contenuti coerenti e funzionali di carattere disciplinare. Altrimenti, per usare liberamente da una espressione di Pirandello, si rimastica l’esperienza dei morti.

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