Pensieri in libertà sull’altopiano di Asiago

Gian Piero Armano

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Altopiano di Asiago, primi giorni di agosto. Da tempo mi incuriosiva visitare questa zona del Veneto, che è stata sconvolta dalla Grande Guerra, in particolare nella prima fase, e in occasione del centenario, ho deciso di visitarla.

Molti sono ancora i segni visibili della guerra – trincee, fortini, casematte, monumenti e cimiteri militari – dignitosamente descritti lungo il percorso dalle testimonianze di diari e lettere dei soldati che in quei luoghi hanno vissuto l’assurdità di una guerra.

Ciò che colpisce di primo acchito è che in quei segni di morte non c’è più distinzione, non c’è più contrapposizione tra italiani, austriaci, tedeschi, bosniaci. Sembra che tutta la tragicità di una guerra, la consapevolezza del nemico, la differente morte, tutto sia stato accomunato in un’atmosfera di pacata rassegnazione, di pacificazione, di condivisione.

Un aspetto altrettanto importante che colpisce, camminando su quei sentieri di montagna è il silenzio, illustre scomparso nella vita odierna: là, in mezzo a quei resti, regna sovrano ed invita a riflettere. In particolare ho vissuto un’esperienza toccante sull’Altopiano, dopo le Melette di Gallio, percorrendo il “Sentiero del Silenzio” che parte e si conclude al rifugio di Campomuletto.

Si tratta di un percorso allestito per ricordare la Grande Guerra, che si insinua tra boschi di conifere e faggi, tra massi di pietra calcarea biancastra levigata e modellata dall’acqua e dal vento nel corso dei secoli, punteggiato da diverse installazioni artistiche a cielo aperto che, attraverso la forma, suggeriscono pensieri, ricordi, esami di coscienza. Tutto si svolge in un ambiente naturalistico non alterato nella sua integrità, dove non c’è stato alcuno sconvolgimento paesaggistico.

E’ il sentiero che ricorda tante giovani vite che hanno raggiunto il loro ultimo traguardo, dopo aver appena vissuto disappunto, rabbia, qualche idea di novità seppur vaga per il futuro, nello stretto delle trincee scomode e fredde. Sono andati incontro alla guerra con la speranza di trovarsi più liberi e più capaci di costruirsi una vita più dignitosa. Ma non è stato così: fu la guerra dei semplici, degli umili mandati al macello per vantaggi e affari di altri. Loro hanno pagato gli altri no!

Lungo il sentiero il silenzio è coinvolgente: stupore, commozione, riflessione sul passato, attenzione al futuro sono i compagni del cammino. Alcuni chilometri di silenzio, adatti a tutti, dove si può vedere, leggere, fotografare.

Non si tratta di un sentiero che rende tristi: le varie installazioni artistiche esprimono messaggi di speranza, di riconciliazione, di fede nell’uomo e in Dio.

Di tanto in tanto ci sono delle scritte di personaggi del nostro tempo che hanno dato grande testimonianza di pace, che segnano il cammino e incitano a riflettere.

A metà percorso si incontrano alcune lastre di acciaio, enormi, sulle quali sono incisi i testi di alcune lettere di soldati, non solo italiani, che esprimono parole accorate, spaventate, nostalgiche, che raccontano vicende allucinanti di guerra. Quelle parole si completano con un’opera intitolata “Testimoni”, dieci corpi stilizzati, dai profili smembrati, scheggiati dalla guerra. I pezzi mancanti giacciono sul terreno a significare che nulla dovrà essere perduto nella memoria.

Il percorso si conclude con il “Labirinto nero” formato da grosse pietre che contornano una stele di granito con incisa in 36 lingue diverse la parola “pace”.

Il “Sentiero del Silenzio” è montagna, alberi, cielo, speranza, fiori, meditazione, natura, ricordi, emozioni, aria, preghiera. La rugiada che brilla sui fili d’erba è silenzio, come l’alba e il tramonto, come il pensiero che si sviluppa, come la morte dei soldati – italiani o austriaci – avvenuta su quei monti. Percorrerlo è memoria viva delle brutalità della guerra, ma nello stesso tempo è condanna per mezzo dei messaggi di speranza e di pace.

Silenzio, arte, natura… non sempre queste dimensioni sono presenti ed operanti nella nostra vita e la loro assenza ci mette in stato di guerra verso noi stessi e verso gli altri… quasi un prolungamento di quella “inutile strage” che ricordiamo dopo 100 anni.

Mario Rigoni Stern, vissuto per lunghi anni sull’Altopiano dove ha gustato il patrimonio di suoni, di odori, di luci e ombre, del vento e delle piccole cose, del silenzio e della guerra, ha scritto come un monito per tutti: “Dico solo che la nostra maniera di vivere è sbagliata, che il mondo che stiamo vivendo è fatto per consumare e che il consumo consuma anche la natura. Consumando la natura, noi consumiamo l’uomo: consumiamo l’umanità”.

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