Profughi e migranti: oltre la paura

Vittorio Rapetti (*)

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In questi mesi è cresciuta la preoccupazione per la nuova ondata di rifugiati, profughi e migranti approdati in Italia dopo drammatici viaggi della speranza per sfuggire da guerre, persecuzioni, fame e miseria. Si tratta di un fenomeno certo non nuovo e che ci accompagnerà sicuramente nei prossimi anni. Di fronte ad esso l’Italia e l’Europa devono trovare risposte adeguate, che vadano oltre le fasi di emergenza. Ma in ogni caso la realtà dei migranti ci interpella come cittadini e come cristiani. Chiunque di noi potrebbe essere un rifugiato o un profugo, una persona in cerca di una vita fuori da guerra, persecuzione, fame e miseria. Basterebbe essere nati in un altro luogo o semplicemente in Italia qualche decennio fa. Ci interpella anche come parte di una cultura e di una civiltà che – accanto a tante conquiste positive – ha gestito per molto tempo meccanismi di sviluppo basati sullo sfruttamento di altri popoli e della natura, provocando squilibri, conflitti che certo non sono estranei alle migrazioni di oggi.

Nonostante questo, in particolare nelle regioni del Nord Italia, si sta sviluppando un atteggiamento di ostilità e di chiusura, alimentato da quanti intendono sfruttare la preoccupazione e le paure dei cittadini per motivi elettorali o per attrarre spettatori e lettori, facendo leva sulla comprensibile paura degli italiani, specie quelli che sono più in difficoltà. Questo è molto grave non solo per il momento contingente, ma perché influenza in modo negativo il modo pensare di ragazzi e giovani, mentre fa crescere il timore nelle persone anziane o chi vive situazioni di disagio, disoccupazione, incertezza. Viene così alimentato un clima di timore e di ostilità, amplificato da giornali e televisioni, che non aiuta né a capire quanto sta accadendo, nè a trovare soluzioni positive. Mentre si fa crescere una mentalità basata sulla confusione, sulla paura e sull’indifferenza.

D’altra parte, a fronte di alcune posizioni che “urlano” il rifiuto dell’accoglienza, vi sono anche molti tentativi che intendono innescare un meccanismo positivo: si tratta di progetti avviati grazie alla collaborazione di istituzioni, cittadini, associazioni, parrocchie, imprese, gruppi di volontariato, di diverso orientamento religioso e culturale.  In diocesi di Asti, ad esempio, si è avviato il progetto “L’accoglienza ci fa bene” (alla pagina https://www.facebook.com/accoglienzafabene il racconto di esperienze e materiali utili a smontare i pregiudizi). In diocesi di Acqui una quarantina di associazioni e gruppi, di tipo religioso, civile, culturale, in vario modo impegnati nella città e sul territorio, insieme a semplici cittadini che hanno scelto di esprimere la loro posizione, anche se non è di moda e va controcorrente.

Si tratta in sostanza di creare le condizioni anche culturali che facilitino l’accoglienza e l’integrazione, sia in campo civile e istituzionale sia anche nelle comunità cristiane. Il che è possibile se istituzioni, associazioni e cittadini, ciascuno per le proprie possibilità e competenze, riescono a collaborare. L’associazionismo cattolico e la chiesa  potranno dare un contributo educativo specifico. A partire  dall’invito ad andare “oltre la paura”. Non si tratta di un generico appello al “buon cuore”, ma il tentativo di comprendere meglio il fenomeno della migrazione (su cui c’è tanta confusione e si diffondono facilmente i pregiudizi) e costruire un atteggiamento  che dall’indifferenza ci porti all’accoglienza. Per questo occorre la capacità “governare” il fenomeno, invece che negarlo o rifiutarlo.

Ma le iniziative hanno una base di idee, di convinzioni, di sentimenti. Per questo crediamo che in momenti come questi sia necessario riprendere i riferimenti a principi e valori che stanno alla base della convivenza civile e della nostra cultura, sanciti dalla nostra Costituzione: la fondamentale uguaglianza tra tutti gli esseri umani, il rispetto e la dignità di ogni persona, la possibilità di dialogo tra persone di idee e origini diverse, la solidarietà e la giustizia. Principi e orientamenti rilanciati con grande chiarezza anche da Papa Francesco, che ci invita a non girare la testa dall’altra parte di fronte alle tragedie del nostro prossimo, a “costruire ponti e non muri”, considerando l’impegno di tanti che in questi anni hanno operato e operano per l’accoglienza e l’integrazione, nelle istituzioni, nell’educazione, nel lavoro, nella scuola, nel volontariato, nella cultura presenti anche sul nostro territorio in diverse forme. “L’accoglienza ci fa bene” non è infatti un facile slogan “buonista”, ma esperienza concreta e prospettiva positiva per il futuro.

Crediamo perciò che anche nelle nostra città e paesi occorra costruire un clima sereno di dialogo e di apertura. E’ una responsabilità che abbiamo verso noi stessi, verso i nostri vecchi per essere degni di loro, verso i nostri figli e nipoti, affinchè possano crescere con il buon esempio degli adulti.

(*) Delegato regionale AC Piemonte Valle d’Aosta  

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