La mala pianta del trasformismo

Domenicale Agostino Pietrasanta

RENLe difficoltà o, più propriamente la crisi del PD, costituiscono un fatto politico di particolare rilevanza; e non solo per il pericolo di una frattura interna ormai in atto, ma per la condizione di una formazione politica che sembrava essere l’unica, nello schieramento dei partiti, a mantenere un profilo di organizzazione democratica capace di un dibattito, nonostante il protagonismo personale di Matteo Renzi.

Mi chiedo: su quale dei temi e degli argomenti in agenda c’è stato un dibattito risolutivo? un po’ per il piglio ed il metodo autoritario del suo leader, un po’ per l’incapacità tradizionale del riformismo di sinistra a capire che in democrazia contano anche le maggioranze interne ai partiti, maggioranze che dopo libera discussione vanno comunque rispettate, sta di fatto che su nessuna questione il partito si è dimostrato capace di rispondere alla sua finalità costitutiva di luogo della determinazione degli obiettivi politici della nazione.

Così sulla scuola, senza mai accorgersi che la questione essenziale rimane quella di onorarne il fine di trasmissione culturale, si è risolto tutto non nel dibattito, ma a colpi di fiducia con annessi episodi di rissa; sulla RAI si è costituita una surrettizia convergenza dei transfughi PD con alcuni personaggi della destra più reazionaria che conservatrice, sul “voto Azzolini” la libertà di coscienza, ovviamente rispettabilissima, ha costituito il risultato di indicazioni affrettate e mai risolte in un confronto serio degli organi direttivi del partito; sui “diritti civili” per non creare ulteriori problemi, non ci sono proposte sul tappeto (e qui basterebbe riprendere la “bozza DICO”); sui migranti si balbetta contro un’Europa inadempiente. Si potrebbe continuare, ma tanto basti per concludere che la fine di una vicenda fin troppo ingloriosa, potrebbe essere la conseguenza di tante contraddizioni.

La cosa più preoccupante però, anche in un quadro generale in cui lo sbocco più temibile rimane quello di un personalismo autoritario, resta il fatto che non ci sono alternative. Sul serio qui si rischia di trovare un”Marcello “in ogni villan che  parteggiando viene”; basti pensare a Salvini, a Grillo ed ora anche al “buon Gasparri”.

E forse qui si viene al nocciolo della questione; siamo di fronte ad un trasformismo improvvisato ed imposto dagli umori personali; il trasformismo proprio, quello di Crispi e di Giolitti, in particolare, era gestito dal capo dell’esecutivo e per puntare all’attuazione di un programma preciso. Si tratta pur sempre di un vulnus alla democrazia, ma tuttavia con una logica autoritaria/riformatrice (potrebbe sembrare un ossimoro, ma con Giolitti non mancò di risultati). Nel nostro caso gli effetti del trasformismo (vedi caso Rai) cadono tra il capo ed il collo del premier a suo plateale disdoro ed a rischio di dissoluzione del partito oltre che della maggioranza.

C’è però al fondo di tutto una questione o una condizione più radicale e risolutiva. C’è in atto ed in corso, una frattura sociale inedita ed impensabile fino a pochi decenni addietro. La tanto richiamata crisi dei ceti medi si radica soprattutto nella sempre più marcate disparità di condizioni economiche e sociali della rappresentanza politica. Siamo in presenza di milioni di dipendenti del pubblico impiego trattati a stipendi da fame, senza un contratto la cui inadempienza è stata sanzionata persino dalla magistratura, siamo in presenza di un livello di disoccupazione che gli ultimi dati accusano come sempre più rilevante, siamo in presenza di una disoccupazione giovanile devastante. Nel contempo ci sono nicchie di privilegio nel pubblico e nel privato che non si riesce e rendere neanche più equilibrate; non solo, ma in molte condizioni di dipendenza nel privato, fatto salvo il sempre presente rischio del licenziamento, il trattamento economico è  spesso pari al doppio di quello del pubblico impiego. C’è poco da fare: la frattura economica è pari alla frattura sociale e senza una adeguata convergenza degli interessi, difficilmente si perviene ad una rappresentanza riconducibile ad unità ed indirizzata ad una condivisione degli obiettivi.

Eppure, prima o poi, bisognerà ricominciare; con quali mezzi e quali strumenti, fatta salva la democrazia, difficile prevedere.

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