Andare oltre

Andrea Zoanni

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Non ho particolari talenti. Sono solo appassionatamente curioso.

E’ difficile indovinare chi abbia scritto questa confessione così semplice e umile. Si sobbalza, infatti, quando si apprende che si tratta di un paio di righe autobiografiche di una lettera che Albert Einstein indirizzò a Carl Seelig, scrittore svizzero e biografo del grande scienziato. L’elemento che vorrei sottolineare non è però la modestia di un genio, cosa per altro non rara, a differenza di quanto accade tra i mediocri. Significativa è, invece, la passione per la curiosità. Ovviamente non si tratta dell’indiscrezione e dell’invadenza del ficcanaso, ma del gusto instancabile per la ricerca, del desiderio di sapere, dell’interesse per ogni dimensione, grande e piccola, dell’essere e dell’esistere. E’ la curiositas latina che ha alla base “il prendersi cura” della realtà per penetrarla e conoscerla.”

Quanto precede è il bellissimo breviario scritto da Gianfranco Ravasi per il supplemento Domenica del Sole 24 ore del 12 luglio scorso, diretto da Armando Massarenti.

Mi vien da commentare che nell’esercizio del “prendersi cura” della realtà per penetrarla e conoscerla, non ha eccelso l’attuale premier greco, in una tragicommedia che nulla ha a che vedere con la cultura millenaria di quel paese, già terminata da secoli. Si dirà perché lui è greco e non latino, dunque nulla ha di che vedere con la suddetta curiositas.

In questo però ci aiuta Claudio Magris, che giovedì scorso ha scritto sul Corriere: “Quando si ha unaltissima civiltà nel proprio dna, esso si rivela non nella citazione del passato, ma nel modo in cui si affrontano i problemi del presente.

E ancora: “Nelle trattative delicate i problemi devono essere affrontati in modo diretto, non ha alcun senso girare loro intorno, o magari fare compromessi, quando esiste ununica soluzione.

Io penso che questa ultima affermazione sia il cuore del problema, perché a ben vedere non siamo tanto di fronte ad una questione di politica economica o di modello da seguire, quanto più, invece, ad una trattativa “sindacale” tra due parti ove, non all’improvviso, è mancato quell’elemento fiduciario collante di tutte le intese che si sottoscrivono. “La fiducia è una cosa seria”, lo insegnava anche il Carosello.

La storia è presto ripercorsa, tra due contendenti complici di un passato truccato da conti chiaramente fasulli ma accettati come veri, per il solo motivo di salvaguardarsi entrambi. E questo anche nel rammentare i miliardi di aiuti finalizzati a reiterare l’inganno. Ma siccome “le bugie hanno le gambe corte” (diceva nonna Angelina al nipote Andrea) prima o poi non fanno più strada.

In questo ring o parterre, il perdente è il popolo greco, abituato come anche noi siamo stati, a “vivere sopra le righe”. Un popolo ingannato da un premier votato a furor di popolo, che non ha saputo mantenere quanto promesso proprio perché, probabilmente, non aveva altre carte da giocare. O forse sì, ma si sarebbe incamminato in una strada ignota e senza alternative: la Grecia da sola contro tutti? O fianco una Russia dalle poche risorse? O con improbabili se non impossibili alleati mediterranei? A quale prezzo?

I dati ci dicono che prima del trionfo elettorale, italianamente salutato come l’inizio della riscossa contro l’austerità teutonica, la Grecia aveva iniziato una inversione di tendenza, mettendo in atto buone pratiche che anche a noi spesso fanno ancora troppo difetto.

Dunque si pagavano più tasse, si evadeva meno il fisco, si conteneva maggiormente la spesa pubblica e si stava anche iniziando a ragionare su come e quando avviare le riforme sulle quali non mi dilungo perché adottate, a torto o a ragione, da tutti i paesi interni all’euro, compresa una riforma del lavoro e della contrattazione meno votata alla conservazione e più all’innovazione, della quale ancora noi ne siamo sprovvisti.

Poi, il cambio di passo elettorale ha cessato questo comportamento, in aggiunta (ed in questo i dati sono chiari) ad una fuga di capitali dal paese senza precedenti e non solo perpetrata dai ricchi armatori. Insomma, da quel momento nessun greco desiderava investire nel proprio paese, altra dote nostrana nella quale abbiamo eccelso molto pure noi. Però i conti si fanno alla fine, ovvero alla scadenza dei prestiti, quando ti arriva l’esattore, stanco di vedere il proprio capitale infruttifero.

E qui, sindacalmente parlando, il greco ha sbagliato tutto. Non solo non ha iniziato le riforme, riproponendo internamente quanto si era tentato di modificare, ma contemporaneamente ha mostrato i muscoli, arringato la folla promettendo una nuova Grecia in una nuova Europa. Poi, invece di calare l’asso, che in questi casi avrebbe dovuto avere (politico, economico o quello che volete voi) si è inventato un referendum suicida, per molti motivi.

Ha ingannato il popolo, proponendo un quesito non più in agenda (e si è visto drammaticamente come). Sapendo di vincere, ha pensato di consolidarsi nel popolo, creando invece in esso una grave e profonda frattura interna. Ha immaginato di essere così più vincente nella trattativa, dicendo che in tre giorni avrebbe chiuso tutto. Onestamente devo dire che sui tre giorni ci ha azzeccato, ma non nel proponente e nel contenuto.

Cosa avrebbe dovuto fare? Essere più concreto. Non esistono scorciatoie. Chi rammenta oggi sanatorie sul debito concesse in passato ad altri paesi dovrebbe approfondire quegli eventi, perché i contesti e le reazioni non sono mai uguali. Inoltre, a torto o a ragione, complici o non complici, è difficile asserire che i greci non abbiano ricevuto risorse in quantità, con interessi molto più bassi di quelli richiesti, per esempio, a noi.

La sola alternativa all’euro è dunque uscire dall’euro, riprendendo la sovranità monetaria, ritornando a stampare moneta con il quale secondo alcuni tutto si aggiusta. Pagare inizialmente pegno con una svalutazione da bancarotta, come paese importatore acquistare poco o nulla, avere banche tecnicamente fallite. Fare la fame, soffrendo all’inizio tantissimo, ma attirando turismo e investimenti e avendo maggiori possibilità di esportare i prodotti, facilitati da un prezzo competitivo, risalendo così la china, rendendosi nuovamente indipendenti e protagonisti del proprio destino.

Io però a queste teorie riassunte un poco approssimativamente in poche righe non credo. Anzi, il solo rischio concreto e per me non ancora escluso del tutto di un default, ha causato uno sconquasso impressionante. Rendiamoci conto che immediatamente le attenzioni speculative si sono rivolte allo stivale italico. E per un sano e pragmatico interesse personale, come immagino anche di molti lettori, credo sia meglio vada come sta andando.

Ho però l’impressione che non siamo di fronte ad un accordo, né ad una intesa definitiva e soddisfacente per entrambe le parti, perché frutto di massima esasperazione. La prova sta nelle enorme preoccupazione espressa venerdì scorso da Mario Draghi: “Questa volta è davvero difficile.

Fiducia persa è difficile da ripristinare. Mi domando però se si gestiscono le crisi in questo modo. Sicuri che agli occhi del mondo abbiamo fatto in eurozona una bella figura? Quanto oggi l’Euro attrae? Non siamo forse diventati più deboli? Mi si potrebbe rispondere di immaginare cosa sarebbe successo se avesse prevalso altro. Replicherei chiedendo di andare oltre: perché è bastato un 2% per metterci in crisi quasi irreversibile?

Ad urne aperte, ho postato su Facebook il seguente commento: Comunque vada, sarà un insuccesso. Perché un frettoloso e inopportuno referendum spaccherà definitivamente il popolo greco, che già da tempo (e ben lo si vede) ha perso la fiducia nel suo Paese. Questa è la peggior cosa e pertanto sarebbe stata da evitare in assoluto.

A parte gli scossoni politici e speculativi, il suo destino non è molto legato al referendum, essendo ormai irrecuperabile. Per cui andrebbe con dolcezza accompagnata fuori, con meno scossoni possibili, aiutandola in modo diverso. Non sarebbe la prima volta nel mondo. Diversamente, significherebbe continuare a sostenere posizioni ed obbiettivi non raggiungibili per tutti.

Ma qui siamo forse nell’ignoto, il noto, ciò che si vede, è che la conta referendaria ha già ucciso quel Paese e i suoi abitanti, a partire dalle fasce più deboli. Questa è la mia breve opinione. Complimenti agli assassini.

Riguardo il vecchio continente, riprenda e acceleri l’unità politica, dando copertura alla sua moneta, altrimenti questa avrà vita breve. Le leggi economiche prima o poi prevalgono.

Successivamente, anche sollecitato ho brevemente commentato: Che il referendum servisse a nulla l’avevo pronosticato, perché nelle trattative delicate i problemi si affrontano direttamente. Quanto serva ciò che è in corso non so, al massimo è una pezza fin che dura, una specie di accanimento terapeutico. Alla Grecia serve altro. E anche all’Europa. Siamo destinati ad essere marginali nel mondo.

Questi sono i miei timori, per altro già visibili, che gli incalliti speculatori ed monetaristi puri non hanno. Io guardo oltre. Abbiamo le guerre alle porte, anche noi le abbiamo sciaguratamente innescate. Io guardo oltre. Il mediterraneo e il suo contorno si tingono sempre più di rosso sangue. Ma non abbiamo un pensiero comune. Questo è il nostro difetto, non economico ma politico.

Servirebbe altro, in un futuro demografico che ci vedrà in ogni campo sempre più marginali e perdenti se non sapremo andare oltre. Atteggiamento che non vedo, purtroppo, nell’orizzonte comunitario. Miopia? Sono presbite.

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