Crocifisso e falce e martello

Domenicale Agostino Pietrasanta

cro1L’efficacia dell’immagine televisiva è fuori discussione, ma quando si assiste alla consegna di un crocifisso inchiodato al simbolo di falce e martello, si prova la sensazione di qualcosa di bizzarro e provocatorio, anche al di là delle intenzioni di chi si è fatto interprete del gesto.

Uno spirito acuto, ma indifferente alle conseguenze delle proprie battute, avrebbe potuto obiettare che anche i fautori del simbolo summentovato, hanno contribuito e non poco a crocifiggere Cristo in parecchi milioni dei suoi seguaci; tuttavia Papa Francesco, nonostante la reazione di evidente perplessità, per non parlare di imbarazzo, di fronte al dono del presidente della Bolivia, ha preferito andare al fondo dei problemi ed ha scelto di privilegiare una specifica attenzione ai nodi di intricata matassa ideologica che rimane il risultato di reali ingiustizie e straordinarie storture che la storia contemporanea ha riservato alle masse degli emarginati e degli sconfitti dei rapporti economici, effettivamente mal gestiti da una politica debole ed indecisa.

In fondo i grandi quesiti sociali, sollevati dalle ideologie della falce e del martello non sono invenzioni ideologiche, anche se una dogmatica egemonia li ha resi oggetto di scontro e soggetti di repressioni epocali: il libro nero del comunismo non è un’invenzione editoriale.

Resta però che i rapporti economici sottesi ai processi di industrializzazione contemporanei hanno anche provocato distorsioni umanitarie devastanti; la legge di mercato, unita ovviamente a diversi fattori, ha contribuito a promuovere una crescita senza precedenti, ma gli squilibri tra chi l’ha gestita e chi l’ha supportata col proprio sudore, risultano eticamente insopportabili.

Non mi addentro in una questione fin troppo nota, mi limito ad osservare che la Chiesa ha sempre preso atto di questa situazione e ne ha sempre tratto osservazioni di condanna: Giovanni Paolo II facendo seguito alle grandi encicliche sociali, è arrivato a denunciare le strutture di peccato che hanno causato la subalternità della persona umana alle ragioni del profitto. Ciò che appare nuovo in Papa Francesco è la radicalità della denuncia. Non è un segreto per nessuno, tra coloro che hanno seguito l’insegnamento sociale della Chiesa, che alle denunce delle leggi del profitto si sono accompagnate le contestuali denunce delle leggi della collettivizzazione; tuttavia alla fine, e per vari motivi anche comprensibili, davanti ad una scelta obbligata, il potere ecclesiastico ha privilegiato il profitto rispetto alla collettivizzazione. Ora siamo di fronte ad una radicalità evangelica che sembra mettere all’angolo consolidate preferenze; c’è di più, c’è la percezione che le strutture di peccato vadano ben al di là delle pur gravi disuguaglianze che si denunciano; c’è la consapevolezza della devastante egemonia della finanza emancipata dalla economia reale. E ciò non tanto per un’analisi che non sarebbe competenza della Chiesa, degli errori tecnici legati a tale emancipazione, ma per una rivalutazione della condanna tradizionale del denaro, quando quest’ultimo diventi idolo scelto dall’avidità degli uomini. Quando Bergoglio osserva perplesso che fa più notizia il crollo in borsa che non la morte per fame di migliaia di innocenti, sposa questa radicale condanna di un uso distorto del denaro, condanna che si rifà addirittura ai padri della Chiesa.

C’è però per concludere un problema. A fronte dei processi di globalizzazione che pongono alla politica una sfida di livello mondiale si sta riproponendo quella che definirei una supplenza. In assenza di istituzioni capaci di far fronte alle domande di governo del mondo, l’unica autorità capace di tentare una testimonianza adeguata sembra sempre di più quella di Papa Francesco. A ben vedere, nulla di nuovo: è già successo che a fronte di una inadeguata risposta della politica, la Chiesa abbia svolto un ruolo di supplenza. Questa volta però la questione si pone a livello mondo: non vorrei che ne derivasse un’autorevolezza anche politica che rischierebbe di provocare nel futuro un’accusa di ingerenza dell’autorità ecclesiastica nel cosiddetto potere temporale.

Purtroppo a volte, o spesso, ciò che succede va molto al di là delle intenzioni: risponde alla causa di forza maggiore.

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