Rifare l’Europa

Carlo Baviera

greSono mesi, in particolare a causa delle discussioni fra Governo Greco e Rappresentanti delle istituzioni europee e della crescita (almeno a livello di sondaggi) delle opinioni e dei partiti euroscettici,  che si discute del futuro dell’Unione Europea. Addirittura si è celebrato il Referendum in Grecia per ascoltare l’opinione degli ellenici sulle richieste della cosiddetta Troika per il rientro del debito di quel Paese.

Non è mia intenzione commentare il risultato e le relative conseguenze; né porre la questione se siano maggiori gli errori dell’una o dell’altra parte, che hanno portato alla odierna situazione. Sono altre le considerazioni che ritengo di proporre.

Obiettivamente, rispetto agli ideali degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, l’interesse e l’amore per una Federazione fra Stati europei è di molto diminuita: un poco a causa del passaggio dalla enunciazione alla fase più concreta (le realizzazioni non consentono più di sognare, ci si deve confrontare con la realtà compresi aspetti problematici e difficoltà), un poco per le continue discussioni su Direttive da applicare e riguardanti aspetti non sempre di alto profilo (anzi su questioni marginali o ridicole, come ad esempio le dimensioni di alcuni ortaggi); un po’ per questioni di interessi economici (dalle quote latte, ai Fondi sociali), un po’ per “ingerenze” comunitarie riguardo a questioni culturali o antropologiche che fanno parte del sentire di popoli che sono plurali e a cui non si possono di colpo imporre decisioni che incidono sul comune sentire di una nazione (Sentenze che riguardano aspetti religiosi, tradizioni familiari, approcci educativi non possono essere calate dall’alto).

E’ logico ed importante, anche a livello europeo, tendere ad un’applicazione comune in fatto di diritti e di modalità di comportamenti; ma quando le decisioni incidono profondamente su aspetti fondamentali, che ancora dividono, buon senso richiede di procedere senza forzature e senza imposizioni. Questo discorso rischia di portarci lontano, e di deviare il nostro ragionamento.

“Il punto è capire che tipo di Europa vogliamo” dice Roberto Graziano, professore di Analisi delle politiche pubbliche all’Università “Luigi Bocconi” di Milano e membro del comitato scientifico di Social Cohesion Days. “Fino a ora la risposta è stata data dai soliti noti che volevano un’Europa che mantenesse ordine e disciplina senza che ci fosse una visione. E per visione intendo quella data da Jacques Delors tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta che poggiava su crescita e competitività, ma che non ignorava l’occupazione. Una visione di grandi progetti, politiche industriali e politiche per la crescita. In questo momento tutto ciò non c’è a Bruxelles”.

Questa osservazione ci riporta alle difficoltà che incontra oggi la costruzione della casa europea.

Paesi che si sfilano dalla responsabilità che ci si dovrebbe assumere, come Paesi civili e del benessere, verso i profughi di Africa e Asia; verso gli esuli “dei barconi”. Che esistano problemi e difficoltà, rispetto ad un afflusso continuo e imprevedibile nella vastità e nell’approntamento di misure di salvataggio e accoglienza, è cosa persino ovvia. Che una serie di Stati abbiano già milioni di immigrati sul proprio territorio è altrettanto evidente. Che altri possano avere maggiori difficoltà di accogliere perché già gravati da questioni interne e equilibri da non sconvolgere può anche essere. Che molti si rifiutino di accettare di suddividere percentualmente quote di profughi, senza offrire alternative valide, e scaricando quasi interamente sull’Italia l’impatto, mi sembra un assist potente all’affermarsi dell’antieuropeismo e un colpo alla fratellanza europea.

Ora pare che un accordo per accollarsi, in parte almeno, qualche migliaia di esuli sia stato raggiunto. Ma siamo ai minimi sindacali. Anche questo è l’Europa di oggi: si viaggia al minimo di velocità mentre si richiede il massimo di sacrifici! “Adess basta, l’è ura ad cambià” direbbero i linguisti piemontesi.

Se volessimo passare ad un altro motivo di crescente antieuropeismo, e forse di anti €uro, potremmo parlare delle troppe Direttive che impongono cambiamenti culturali e produttivi, che annullano pluralismo e autonomie, che decidono sulle scelte etiche di popoli.

“Le politiche europee non hanno funzionato e hanno contribuito ad aggravare i problemi sociali e con essi quelli economici. L’austerità che ci è stata imposta e assunto è la causa centrale della mancata crescita. Si deve prendere atto che l’unione monetaria senza unione politica riduce il potere della politica e lo consegna a una tecnocrazia che ragiona solo sui numeri ignorando che dietro ad essi ci sono persone in carne ed ossa”. (Pezzotta)

Si potrebbe aggiungere che non si vedono Stati (e quindi Governi e popoli) con un desiderio di Europa; non c’è più nessuna voglia di essere parte di una casa più grande con un futuro comune: ogni Paese è rivolto alla sua storia passata. Guarda ai propri piccoli interessi; i governanti guardano a non perdere consensi elettorali. Mi sembra a questo punto di poter immaginare che l’Europa sognata di Padri non si costruirà; se ne realizzerà, forse, una con caratteristiche diverse, con un profilo ed un DNA che non è quello delle origini.

Allora, prima che siano gli euroscettici, i nazionalisti di ogni colore, a fermare l’ingranaggio per sempre, e riportare indietro la storia ultrasessantennale del nostro continente, credo sia opportuno e doveroso, che siano coloro che credono nell’Europa a “smontare” questa Europa (dei mercati, dei burocrati, degli egoismi nazionali, degli Stati) per ricostruirla; magari partendo da poche nazioni. Magari tenendo conto del risultato di Atene. A proposito: la nuova Europa sarà trainata dalle nuove Sinistre (che battono “la paura della paura” come in Grecia e a cui si sono aggregati i populisti di destra e gli euroscettici) oppure toccherà ai riformisti democratici la capacità di avere ruolo e visione per guidare la ripartenza?

Non è l’Europa a due velocità (che si fa imbavagliare da burocrazia, direttive, e parametri) che prefiguro, ma vedrei da una parte la Federazioni fra coloro che si sentono (e vogliono essere) concordi su alcuni punti fondamentali, che contengano coesione sociale, solidarietà, cooperazione internazionale, difesa dell’ambiente, sostegno ai nuclei intermedi, lotta alla violenza e all’intolleranza etnica, religiosa, politica, sessuale. E fuori chi sceglie la strada indicata dai partiti separatisti, neonazisti, xenofobi, dei nuovi muri.

L’Europa ha un’anima, ha  una cultura, ha uno spirito di tolleranza e rispetto ma anche forte avversione a “fascismo” “imperialismo” “ultraliberismo” che uccidono. I Václav Havel, i Tadeusz Mazowiecki, i Jacques Delors, gli Altiero Spinelli, i Jean Monnet, dove sono finiti? A questo spirito vanno educati i giovani, questo spirito va spiegato e trasmesso agli adulti elettori.

Altrimenti meglio chiudere bottega e fare alleanze con Grandi potenze: almeno sul piano economico si può guadagnare qualcosa. Si perderà l’anima, ma questo agli egoisti e ai nazionalisti non interessa.

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2 thoughts on “Rifare l’Europa

  1. Condivido l’urgenza delle rifondazione dell’Unione Europea. Rifondazione che chiede di verificare le condizioni delle origini. Nelle quali, se non sbaglio, si era posto di partire dai dati economici per poter arrivare all’unione politica. Ma l’economia si è arenata sulla finanza, che è la fonte prima degli egoismi personali e nazionali. Si è dimenticato che sono stati i nazionalismi a provocare le due guerre mondiali che hanno distrutto le grandi potenze europee: non è strano che i discendenti dell’Impero Austro-Ungarico e i nostalgici del Sacro Romano Impero e del Commonwealth, siano oggi i riscopritori delle valenze nazional-locali che quegli Imperi avevano cercato di riassumere in una visione culturale e politica più ampia…?
    Perché non ci si domanda come sarebbero oggi gli USA se fossero nati come somma di Stati invece che Unione di Stati? (Tra parentesi: come sarebbe l’Italia se fosse governata dai Presidenti delle Regioni, così come è governata l’Europa dai capi di Stato e di Governo?).
    In questi anni di progressiva globalizzazione, non sarebbe opportuno maturare tutti alla coscienza che è soltanto rompendo il guscio dei nazionalismi-localismi-populismi che si può far nascere e crescere la nuova Europa? Un’Europa che recupera anche la sua storia e la capacità di pensare-attuare il nuovo (pure valorizzando i valori nazionali) anche promuovendo i processi economici maturabili con il corretto uso di nuove risorse (diverse dalle materie prime delle produzioni metal-meccaniche e bio-chimiche), quali sono le risorse di cultura dei territori storici?

  2. Articolo lodevole, che, ancora una volta, evidenzia come il concetto dell’Europa espresso da Adenauer, De Gasperi e Schumann (in ordine rigorosamente alfabetico) sia stato sempre più travisato, in nome di una libertà economica, la quale altro non è che la libertà di soffocare le libertà ed i diritti umani altrui, specie quando trattasi dei più deboli. Il grosso errore è stato dare corso alla sola unione economica, verosimilmente, sotto la spinta di poteri forti, che così forti non dovrebbero essere; anzi, non dovrebbero nemmeno essere dei poteri, visto che il Diritto riconosce solamente il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, giammai il potere economico o, peggio, trasformare gli incarichi esecutivi in esecuzione della legge dettata dai potentati economici. Oggi, purtroppo, siamo retroceduti dal Diritto alla legge del più forte, dove il più forte non ha né prestanza fisica, né fucili, ma abbondanza di denaro, tuttavia questo è sufficiente a fare danni anche più gravi di quelli provocati dalle armi, senza contare che la loro presenza è subdolamente e vigliaccamente dissimulata.
    Si fa cenno alla competitività, ma questa non rappresenta una buona soluzione: la competizione deve essere lasciata agli ambienti ludici come quelli sportivi, mentre, per lo sviluppo dell’Uomo, per la crescita della Società (non per azioni!) è meglio valorizzare l’istinto collaborativo piuttosto che l’istinto competitivo; meglio lavorare con qualcuno per una causa comune, che contro qualcuno, a tutela del proprio, sovente losco, interesse, magari economico, contrapposto a quello altrui.
    Chi scrive fu chiamato a partecipare alla Giornata Europea della Scuola e ricorda perfettamente di avere disegnato due mani che si stringono, con, a latere, le parole UNIONE, SOLIDARIETÀ, PROGRESSO.

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