Come bambini, per il ciucciotto

Carlo Baviera

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Vita da giardini: bambini si contendono il ciuccio. Uno non ce l’ha (è rotto) l’altro si oppone a cedergli uno dei suoi; lo vuole perché è suo anche se ne ha un altro, quasi nuovo. Si inizia con sguardi sinistri, per prendersi le misure, poi la contesa:  “è mio”, “dammelo”, pianto isterico.
Le mamme e i papà fanno da paciere. Sono famiglie amiche. Il ciucciotto è stato offerto da una all’altra mamma. Questa, vista la reazione del bambino che rivendica la “sua proprietà”, lo vuole restituire. “Andiamo a comprarne uno”, “ma figurati, fa i capricci, ma poi gli  passa. Tienilo”

Come nella società; sembra che i bimbi giochino a copiare i grandi. Infatti noi litighiamo, qualche volta, anche per poco. E soprattutto si è sempre più orientati a tenere ben strette le cose che possediamo: che siano regali o che ce li siamo acquistati con il lavoro.  Come sono lontane le parole degli Atti degli Apostoli “nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”!

Perché mancano mamme e papà per il popolo.  Mamme e papà, oltre  coloro che sentono la responsabilità educativa (in famiglia, a scuola, nelle comunità religiose, nelle associazioni) lo sono, dovrebbero esserlo  anche  la Costituzione, le normative del lavoro, i codici di ogni genere, le regole di convivenza.

Un popolo litigioso, che si sente privo di molte cose (manca il lavoro, il denaro vale meno, incertezza, furti, … e in più chi arriva “ci ruba il lavoro”); un popolo che si considera sempre più precario, come lo si può ricondurre a solidarietà e a condivisione?

Come rieducarlo a sentirsi ricco nella accoglienza, nel saper donare, nel non prevaricare, nel non essere vittime di bulimia da benessere, da sovrabbondanza di beni, da accaparramento di sostanze? Come soprattutto rieducarlo a sentirsi comunità, un insieme di popolo; più che tanti individui con diritti singoli?

La nostra è da sempre una società divisa, anche nel dopo guerra: democristiani e social-comunisti, pro Nato e contro, centristi e centrosinistri, laici e cattolici (è ormai una moda), statalisti e liberisti, sessantottini e tradizionalisti, filo sindacalisti e filo lavoratori autonomi, concordatari e no, filoriformisti e difensori strenui della Costituzione, pro unità nazionale e separatisti, regionalisti e federalisti, pro mani pulite e perplessi di fronte ai metodi e al populismo antipartiti, pro 8‰ e contrari, ulivisti e antiulivisti, berlusconiani e anti, polo delle libertà e polo delle solidarietà, pro quote rosa e no, pro finanziamento pubblico e contro il finanziamento pubblico, renziani e antileaderisti.

Ci può essere pacificazione? Ci può essere mediazione? Ci sono argomenti su cui trovare una qualche convergenza? Pare di no; perché la lettura che si dà della nostra storia, dalla Resistenza fino al Patto del Nazareno, non trova un accomodamento che accontenti.

In sostanza il ciucciotto è mio e me lo tengo io.

E’ difficile la strada per chi volesse avere un consenso sufficientemente largo nel Paese e allo stesso tempo cercare margini di accordo su alcune questioni importanti con chi è minoranza o ha visioni differenti. Sarebbe scambiato o per debole (se tratta) o per autoritario (se non accettasse tutte le correzioni e portasse avanti decisioni prese a maggioranza). Al di là dell’eventuale uso strumentale che se ne può fare, lo dimostrano la vicenda degli impresentabili, le posizioni riguardo la riforma della scuola o a quella del Senato, dal conflitto d’interessi alla ennesima “pensata” per penalizzare pensionati e pensionandi.

Questo succede perché, a fronte della necessaria “governabilità” e di altrettanto urgenti modifiche a regole del secolo scorso, si è concentrato tutto l’aspetto decisorio sugli organi di Governo (Consiglio dei Ministri, Sindaco e Giunte, Manager Pubblici in Asl ecc., Presidenti di Banche, Dirigenti scolastici e così via).

Mentre in una società complessa serve sempre di più anche lo sviluppo della partecipazione (non ostruzionistica), dei contrappesi, della condivisione nella scrittura delle regole, della concertazione fruttuosa e non perditempo, della confronto non strumentale sulle questioni di fondo.

Se la questione aperta da alcune riforme (gestioni molto apicali e con forti tendenze monocratiche, dal Premier ai Presidi, dai Manager ASL ai Sindaci o Presidenti Regionali) è di far tornare i cittadini a partecipare alla vita politica, e non restare ad ascoltare i talk show, serve aprire un grande dibattito nel Paese (no solo il Parlamento). Se le gli strumenti di partecipazione alla vita pubblica, sperimentati fino all’inizio dei questo secolo, sono di fatto superati (i partiti esistono ancora?), se le forme di mediazione inventati nel secolo scorso non soddisfano più, allora serve rapidamente inventarne altri per accompagnarli alle riforme (costituzionali o di altro genere).

So che dire queste cose, in questa fase storica è da “vecchi conservatori” che non avvertono le esigenze della società di oggi: dove più che tavoli di concertazione e lunghe discussioni per cercare soluzioni col bilancino degli interessi politici, sindacali, di categoria, si richiede rapidità, chiarezza, decisione. Per non continuare a girare a vuoto e fermarsi solo alle parole o ai Convegni.

Resta il fatto che, se alcune modalità di confronto e ricerca di obiettivi condivisi, non troveranno spazio e accoglimento, ogni realtà civile e ognuno di noi continuerà a rivendicare il proprio ciucciotto. Ce lo insegna anche la insensata, infinita e irrisolta trattativa europea per la Grecia: col pugno duro si rompe tutto, e si entra in territori inesplorati che possono condurre a conseguenze molto negative.

Non so come è finita tra i due bambini; ma immagino che dopo pochissime ore tutto fosse dimenticato. Mentre per una nazione il tempo per dimenticare una contesa, anche su elementi minimi, temo sia molto più lungo, e con conseguenze molto pesanti.

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