Laudato si’, per un cuore di carne

Agostino Pietrasanta

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L’enciclica di papa Francesco, molto complessa e tra le più ampie della storia della Chiesa, indica un’attenzione particolare e straordinaria al destino dell’umanità; in linea con le prospettive del tradizionale magistero ecclesiale, costituisce tuttavia una tappa ed un approccio di approfondimento e di conferma del radicamento del Cristianesimo nel processo anche profano della vita degli uomini. Traspare da tutto il documento l’interpretazione di un sentire religioso che vuole esaltare l’evento incarnato della salvezza: per questo leggendo il testo mi appariva sempre più opportuno il richiamo al profeta Ezechiele (cap. 36, 26/27) “…toglierò da voi un cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”; al punto che l’ho richiamato nel titolo. Non appaia un richiamo “clericale”: si tratta di un riferimento molto concreto, perché l’annuncio dell’Evangelo non si pone in termini di conquista, tanto cari a parecchi cattolici praticanti, ma in termini di condivisione delle vicende della storia, con le capacità di discernerne, tra tutte le inevitabili contraddizioni, le orme positive ovvie in un creato che, per il credente, è opera di Dio.

La nostra pubblicazione è intervenuta subito, a caldo, con un lucido approccio di Carlo Baviera, domenica scorsa; ora, dopo una più tranquilla lettura ed anche tenendo conto di alcuni rilievi critici, in una seconda domenica,tenterò pochi accenni di valutazione.

Va premesso che ci troviamo di fronte ad una metodologia consolidata dai papi del Concilio, in particolare da Giovanni XXIII e Paolo VI: un impianto induttivo che anticipa l’analisi dei fatti e degli eventi per passare ad un giudizio ed infine a delle indicazioni di intervento. La lucida ed affascinante impostazione deduttiva di papa Benedetto non sembra particolarmente privilegiata; appare invece enfatizzata la visione di Giovanni Paolo II sulle strutture di peccato che i rapporti finanziari ed economici hanno provocato, mentre dello stesso papa Wojtyla, con gli ovvi aggiornamenti, si richiama l’idea intrigante, anche culturalmente, di un uomo centro protagonista/collaboratore, attraverso il lavoro, dell’opera della creazione voluta da Dio.

Dicevamo di un impianto complesso: si tratta di sei parti, dopo una corposa introduzione, in cui alcuni temi forti si ripetono, ripresi  da diversi punti di vista. Cercherò  di schematizzare.

Parto dall’indicazione del sottotitolo che richiama la realtà della casa degli uomini, come casa comune. Questo richiamo mi serve per confermare una linea di fedeltà ad una precisa tradizione; di conseguenza i punti di riferimento vengono continuamente ribaditi in un magistero papale il quale, tuttavia viene radicalmente aggiornato. La casa dell’umanità è una casa comune; le diversità anche cospicue legate alla varietà degli ambienti ed alla mutata prospettiva dei diversi momenti storici non cambia la ragione di fondo della Chiesa, indipendentemente dai comportamenti anche colpevoli dei suoi fedeli/praticanti. E tuttavia, a questa ragione viene risposto con le condizioni imposte dai tempi: Pio XI oppose alla frattura voluta dal razzismo la prospettiva dell’unità del genere umano, al di sopra della fratture razziali (non cito i vari documenti al riguardo, tra i quali un’enciclica non pubblicata per ragioni non imputabili a papa Ratti), Paolo VI oppose allo sviluppo squilibrato che opponeva i popoli della fame a quelli dell’opulenza, un progetto di crescita di tutta l’umanità. (“Populorum progressio”). Ora, papa Francesco a fronte di una frattura ambientale, politica ed economica, contrappone un modello di crescita rispettosa dei ritmi complessivi della “casa comune”.

Un seconda questione che nelle sei parti del documento si pone con diverse riprese e ritorni, riguarda la crescita e lo sviluppo del benessere dell’umanità. Mi pare che su questo punto si siano rese attente le critiche più elaborate e comunque rispettose. Non c’è dubbio che anche in questo passaggio c’è un richiamo alla tradizione del magistero, ma contestualmente una radicale innovazione ed un cospicuo aggiornamento. In soldoni, va detto che la Chiesa ha sempre guardato con prudente riserva ad una legge di mercato abbandonata alle sue intrinseche ragioni. Lo ha fatto Leone XIII con la “Rerum Novarum” quando ha messo in guardia da un salario ingiusto perché condizionato dal contratto tra parti di diverso potere squilibrato e lo hanno fatto le encicliche di un insegnamento sociale che si è dipanato per tutto il secolo XX. Qui si pone l’accento sul prevalere di potentati finanziari che non hanno saputo assicurare un benessere equilibrato; le ragioni di chi invoca la realtà di una crescita dei livelli minimi di fuga dalla miseria, sembra ignorare gli squilibri relativi tra le varie fasce della popolazione, non solo a livello mondo, ma anche all’interno delle comunità più evolute, Europa compresa. Tutti riconoscono che la disparità poveri/ricchi sta condizionando la crescita economica perché si aggrava continuamente ed, in prospettiva potrebbe minare la pace e la concordia sociale: siamo di fronte ad una vera emergenza e ad un pericoloso passaggio per la casa comune. Sembra marcare una crisi sempre più grave la destinazione comune dei beni del creato.

Forse una qualche perplessità potrebbe indurre la dichiarazione circa la prospettiva di una qualche decrescita. Si tratta di una parte del documento particolarmente criticata e contestualmente particolarmente enfatizzata da parecchi media. A mio avviso, il problema non si può isolare dal contesto dell’enciclica; un contesto preoccupatissimo del rispetto delle leggi del creato. Più volte viene richiamata la promessa e l’incarico fatto all’uomo dal creatore. Secondo le indicazioni che ne conseguono l’uomo diventa il signore, delegato da Dio, sulla creazione e sulle ricchezze offerte dall’universo. E tuttavia con uguale insistenza si richiama la distinzione tra signoria e tirannide o dittatura. La signoria dell’uomo sulle cose (ed anche qui siamo in una tradizione) non va confusa con una presunzione di prepotente ed incontrollato dominio. La signoria rispetta, studiandoli e, secondo le possibilità offerte dalla scienza, promuovendoli, le leggi ed i fenomeni intrinseci alle cose create da Dio o (per il non credente) proposte dalla natura; una loro forzatura costituisce un vulnus alla Casa comune  al suo ambiente ed agli spazi indispensabili. Se questo rispetto impone un rallentamento nella crescita non si potrebbe e non si dovrebbe agire che di conseguenza.

Si tratta di una conclusione che non può non richiamare le preoccupazioni per gli squilibri climatici che alcuni critici del documento vorrebbero negare o, per lo meno, considerare come una componente inevitabile del processo dei fenomeni ambientali. Non volendo pensar male ci si può limitare a  ritenere che la critichi si basi su un errore di valutazione. E’ vero che grandi o piccole variazioni climatiche sono sempre intervenute nei cicli della vicenda ambientale, ma un conto sono gli eventi di lungo periodo,legati a epoche diverse e successive, altro affare sono le fratture indotte da inquinamenti inaccettabili e variazioni repentine che scatenano conseguenze anche imprevedibili di distruzione ambientale drammatica: inutile insistere, certi eventi sono sotto gli occhi di tutti e non c’è interesse più o meno confessabile, che possa spiegare (non dirò neppure giustificare) la posizione di che ne difende le cause e le ragioni.

Non vorrei apparire fin troppo prolisso, ma un ultimo punto essenziale dell’enciclica e che non mi sembra di poter tralasciare riguarda i problemi connessi alle prospettive di un governo del mondo, capace di evitare le storture di una dittatura della finanza sull’economia e sulla politica.

Sembrerebbe persino ovvio ammetterlo. I processi di globalizzazione, tra i quali le grandi migrazioni di popoli della fame che inevitabilmente bussano alle porte delle regioni dell’opulenza, i rapporti complessi che non si risolvono ai livelli nazionali e neppure all’interno dei continenti, chiedono, a ragione, delle leggi per i più diversi rapporti, al livello mondo. Sembrerebbe ovvio, eppure attorno a questa questione si arrabattano le contestazioni o le banalità di una politica priva di prospettiva. Di fronte a questo vulnus si fanno spazio le dittature dei poteri incontrollati e non solo della finanza. Manca una prospettiva politica e manca un progetto, di cui si dovrebbe cogliere l’urgenza, di un governo del mondo e dei  rapporti connessi ad una dimensione universale della vicenda umana: l’enciclica richiama con insistenza anche questa questione; una questione essenziale se si vuole risolvere il dramma di un’umanità che, senza accorgersene sta precipitando nel conflitto permanente. Le vittime, anche di questi giorni, stanno sotto gli occhi di chiunque voglia ancora vedere.

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