A Bose, ragionando di corruzione

Domenicale Agostino Pietrasanta

bose

Tutti gli anni, a maggio, lo staff di AP (“Appunti alessandrini”) con alcuni affezionati lettori, si da appuntamento al monastero di Bose; con l’aiuto cospicuo e competente del vice/priore della Comunità. Luciano Manicardi, si sofferma per una breve meditazione sull’attualità, ma con particolare richiamo alla Parola di Dio, senza escludere gli apporti del dibattito laico.

Quest’anno (e si era alla fine di maggio) ci siamo imbattuti e confrontati sulla piaga, definita di proporzioni drammatiche, della corruzione. La composizione del gruppo è di varia estrazione ideale, ma prevalentemente di ispirazione cristiana. Ora, nonostante le diverse opzioni rappresentate dalla trentina di partecipanti, nessuno in buona fede ha potuto negare la comune condizione di fragilità personale, che poi, alle corte, significa condizione di peccato.

A questo punto, di passaggio in passaggio, diventa inevitabile rileggersi il capitolo 8 del Vangelo di Giovanni, sulla questione della donna adultera che, secondo la legge della prima alleanza, avrebbe dovuto essere lapidata. Noi, con le nostre limitate valutazioni, sia pure di uomini ragionevoli, ci faremmo parecchie domande, senza escludere l’interrogativo sul destino dell’uomo complice dell’adulterio, ma Gesù taglia corto e, rivolto agli accusatori della donna, lascia alla responsabilità di chi è “senza peccato” di scagliare una prima pietra. Ciò che segue è tanto noto che finisce per oscurare l’umorismo implicito negli eventi: dal più anziano, cioè il più autorevole al più giovane, tutti se ne vanno.

Mi sono sempre chiesto le ragioni di questa conclusione; in fondo, uno qualsiasi avrebbe potuto dire di essere lui in grado di scagliare la pietra, perché senza peccato. Poi me ne sono fatto una ragione: Gesù aveva dato tali dimostrazioni di saper leggere nel cuore dell’uomo e tale capacità di conoscerne le più intime pecche, che anche gli accusatori più accaniti delle colpe altrui hanno preferito non rischiare di mettere in piazze le proprie: meglio defilarsi, meglio lasciar correre. L’ho sempre pensata così, ma forse mi sbagliavo.

Il fatto è che una cosa è il peccato, altra e ben diversa è la corruzione. Il peccatore sa di esserlo ed ammettendolo, sia pure con reticenza, non azzarda alzare la mano, almeno in presenza del richiamo della coscienza o, se volete, in presenza della misericordia del Padre. Il corrotto ha tanto impostato tutta la sua esperienza di vita, tutti i suoi rapporti, tutte le sue relazioni e tutte le sue scelte sull’inganno, da non conoscere altra via, da non intravedere altro percorso. Me ne sono convinto seguendo, sia pure con sempre maggiore difficoltà, vari e talora nauseabondi dibattiti televisivi durante i quali la colpevolezza più evidente viene negata in nome del garantismo che giustamente i procedimenti giudiziari prevedono. E tuttavia il garantismo, se vuole assicurare l’innocenza prima di qualsiasi condanna definitiva, non dovrebbe però oscurare la coscienza di chi ha dato corso ad eventuale, ma talora evidente attività corruttiva.

E qui casca l’asino (rectius, il “corrotto”): una scelta di vita basata sul sistematico inganno finisce per oscurare ogni senso morale. Insomma, mi viene il sospetto che il corrotto, quando afferma la propria innocenza, lo faccia senza riferimenti etici, per il semplice fatto che li ha disattivati. Non il peccatore perché ha sempre coscienza del male commesso e, bene o male, lo ammette e si pente. Credo sia per questo che papa Francesco afferma che il peccatore si perdona, il corrotto, invece, va curato.

Resta inteso che, fatta la constatazione, c’è di mezzo il tentativo di un percorso virtuoso e delle sue residue possibilità; le quali, a scapito di ogni sistema di corruzione, finiscono per interpellare la responsabilità individuale. E per arrivare agli esiti conseguenti ci sono possibili percorsi. A Bose ci è stato indicato quello che passando dalla serietà, dal rispetto reciproco arriva fino al comportamento integro, cioè non frantumato, non corrotto.

Mi permetterei un’ultima aggiunta: si tratta di un percorso non privo di scelte eroiche, anche quando per non fare il male, la coscienza mi impone di disubbidire ad un ordine superiore. Non voglio fare della retorica. Sono però indotto ad accennare a ciò che ho ascoltato da un’emittente che si definisce cattolica; il “predicatore” parlava della virtù dell’ubbidienza e, con mia crescente sorpresa man mano persistevo nell’ascolto (ben mi sta), mi sono sentito affermare che è meglio sbagliare anche consapevolmente, pur di ubbidire, che fare il bene disubbidendo.

Ovviamente sono dell’avviso che la libertà di espressione va comunque assicurata, ma personalmente starò più attento nella scelta della “direzione spirituale”: meglio tardi che mai!

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One thought on “A Bose, ragionando di corruzione

  1. Trattando di Scienze del comportamento, verrebbe da fare un paragone con la disciplina psichiatrica: il nevrotico è cosciente della propria malattia e, sovente, chiede aiuto al Medico, mentre lo psicotico non ha coscienza della propria malattia e, pertanto, non chiede aiuto: sta al Medico sufficientemente esperto e competente, rendere il Paziente consapevole, affinché sia egli stesso ad accettare o, ancora meglio, domandare di essere curato; lo stesso dovrebbe accadere con peccatori e corrotti, ma è molto più difficile.

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