Il Concilio di Francesco

Carlo Baviera

fraIn questi ultimi due anni, con Papa Francesco, si comincia a capire lucidamente cosa volesse dire l’espressione transizione epocale, applicata al Concilio Vaticano II dalla scuola di Bologna diretta dal compianto prof. Giuseppe Alberigo, ad indicare un processo avviato da papa Giovanni XXIII con la sua indizione”. Inizia così una riflessione di  Mario Giuseppe Molli  sul sito della rete c3dem riferita al secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco. La riflessione sottolinea come Francesco, in tutti i passaggi del suo pontificato, sia ben radicato nelle istanze del Concilio Vaticano II; mentre critica la Conferenza Episcopale Italiana, che in molte sue articolazioni per decenni sarebbe rimasta disallineata.

Critica rivolta anche ad un “immaturo e sempre più secolarizzato popolo cattolico, semplicemente distratto dalle promesse di un capitalismo rampante ed individualistico che poco tempo ha lasciato alla costruzione di un bene comune universale”. Si chiede il Molli quanto è stato osteggiato, frenato, accantonato il Concilio nelle diocesi italiane: “È un caso il fatto che siamo scivolati nella deriva berlusconiana, con tutte le sue implicazioni antievangeliche?”

Si ricorda che Bergoglio ha vissuto in America latina, dove l’urto delle idee che hanno percorso il Concilio ha inciso fattivamente; dove molte donne e uomini di buona volontà hanno spinto perché le loro diocesi si ispirassero alle idee conciliari; hanno pagato duramente con la loro testimonianza per far fiorire il tessuto ecclesiale, collocandosi al fianco degli oppressi. I discorsi del Papa sono sempre attenti al tema dei poveri, della pace, del dialogo ecumenico e di quello interreligioso, della collegialità, del vangelo come unico punto di riferimento per tutti i cristiani. Tutti temi che agitavano, scuotevano le punte più avanzate del Concilio.

“Non voglio buttarla in politica, ma c’è un aspetto che mi colpisce del nostro papa: la sua critica al capitalismo… di un capitalismo che calpesta tutto e ha al suo soldo fiancheggiatori ben prezzolati nella comunicazione, tra cui molti intellettuali che volentieri voltano la faccia alle disumanità pesantissime di un sistema economico finalizzato al profitto. Ci si chiederà come mai tutti, non solo le masse, non abbiano aperti gli occhi sulle ingiustizie inaccettabili che schiacciano gli ultimi”.

Mi sono chiesto più volte, come mai un Papa che viene “dalla fine del mondo” e che è attento alle problematiche surrichiamate, possa lisciare il pelo ai tanti movimenti che occupano la Chiesa di questi decenni, alcuni meritoriamente, ma altri con un integralismo e fondamentalismo nel presentare l’annuncio che a mio avviso sono controproducenti, se non addirittura su posizioni conservatrici; ad esempio, io continuo a sentirmi parte della comunità credente e a partecipare alle responsabilità laicali NONOSTASNTE la presenza dei Movimenti. E, anche se più di un Pontefice li ha ritenuti frutto delle Spirito, mi sembrano (non tutti!) una contraddizione del Concilio, della laicità che sembrava conseguire al Concilio.

Poi ho trovato una possibile risposta. Papa Francesco, come i suoi predecessori, riconosce il carisma dei Movimenti (quanti danni però dal sostanziale abbandono da parte di molti Vescovi di quella che era l’esperienza dell’Azione Cattolica <bacheletiana>) che sono un arricchimento e un aiuto per le comunità, se messe al servizio. Però Bergoglio ad alcuni dà anche consigli e raccomandazioni: quelle che i giornali hanno indicato come “tirate d’orecchi”.

Porto come esempio, ma vale in generale, quella fatta al Cammino neocatecumenale durante l’incontro del 2014: “alcune semplici raccomandazioni. La prima è quella di avere la massima cura per costruire e conservare la comunione all’interno delle Chiese particolari nelle quali andrete ad operare … questo significa mettersi in ascolto della vita delle Chiese nelle quali i vostri responsabili vi inviano, a valorizzarne le ricchezze, a soffrire per le debolezze se necessario, e a camminare insieme, come unico gregge, sotto la guida dei Pastori delle Chiese locali. La comunione è essenziale: a volte può essere meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itinerario esigerebbe, pur di garantire l’unità tra i fratelli che formano l’unica comunità ecclesiale, della quale dovete sempre sentirvi parte”.

“Lo Spirito sempre ci precede; Dio arriva sempre prima di noi! Anche nei posti più lontani, anche nelle culture più diverse, Dio sparge dovunque i semi del suo Verbo. Da qui scaturisce la necessità di una speciale attenzione al contesto culturale nel quale voi famiglie andrete ad operare: si tratta di un ambiente spesso molto differente da quello da cui provenite. Molti di voi faranno la fatica di imparare la lingua locale, a volte difficile, e questo sforzo è apprezzabile. Tanto più importante sarà il vostro impegno ad “imparare” le culture che incontrerete, sapendo riconoscere il bisogno di Vangelo che è presente ovunque, ma anche quell’azione che lo Spirito Santo ha compiuto nella vita e nella storia di ogni popolo”.

“Il Cammino Neocatecumenale, in quanto itinerario di scoperta del proprio Battesimo, è una strada esigente, lungo la quale un fratello o una sorella possono trovare delle difficoltà impreviste. In questi casi l’esercizio della pazienza e della misericordia da parte della comunità è segno di maturità nella fede. La libertà di ciascuno non deve essere forzata, e si deve rispettare anche la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fuori dal Cammino, altre forme di vita cristiana che lo aiutino a crescere nella risposta alla chiamata del Signore”.

Tre passaggi, apparentemente di raccomandazione paterna, ma che nella sostanza entrano nel cuore degli orientamenti di quello specifico movimento, soprattutto qui da noi. Non vivere come parte separata, e non mettere in pratica tutti i dettagli della propria identità, se dividono la comunità parrocchiale; a me e ad altri amici è toccato più di una volta subirmi la Veglia Pasquale targata dal Cammino che modifica  la normale liturgia e perciò ha infastidito.

Ricorda Francesco che è lo Spirito che opera e non la parola del fondatore di questo o di quel movimento. Che gli stili dei movimenti devono adeguarsi alle culture locali. Vale anche per la storia, le caratteristiche, le sensibilità delle nostre comunità, dove un gruppo (sia di Comunione e Liberazione o dei Legionari di Cristo, sia dell’Opus Dei o dei Focolari, sia di Alleanza cattolica o Rinnovamento nello Spirito) non può e non deve condizionarne la vita, ma solo mettersi al servizio senza condizionare con i propri canti, le proprie preghiere, ecc.

Infine il Papa dice che le persone devono essere rispettate nelle loro scelte. Evidentemente avrà avuto sentore che in alcuni casi ci sono state pressioni su chi desiderava abbandonare l’Associazione per compiere scelte diverse. Se ci fossero movimenti dove si è approdati per ritrovare un senso della propria vita o per uscire da esperienze negative, in cui scattasse una specie di ricatto e di pressione (noi possiamo mettere in giro ciò che ci hai detto della tua vita), ci troveremmo di fronte a realtà che di cattolico e di evangelico avrebbero proprio nulla.

Ecco allora che il Papa non liscia il pelo, ma richiama all’essenziale. Anche quando usa parole affettuose e invita a continuare nell’impegno è chiaro che lega quell’impegno alla priorità dello Spirito, dell’unità ecclesiale, della libera scelta delle persone da non vincolare i rigide appartenenze.  Non intendo dare giudizi o esprimere condanne: ma semplicemente mi ritrovo vicino a Francesco e respiro un’aria Conciliare.

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