Elezioni regionali: prime domande “a tiepido”

Il punto  Daniele Borioli (*)

eleLa mia prima e imperfetta opinione “a tiepido”, un paio di giorni dopo il voto regionale è che, se si vuole evitare di trasformare la discussione sui risultati delle elezioni in una baruffa tutta interna al nostro pollaio, bisogna guardare non solo il risultato della Liguria, ma anche a quello del Veneto.

La lettura del voto ligure si presta, infatti, a una chiave interpretativa tutta rivolta alle lacerazioni della sinistra e, nella sinistra, alle lacerazioni interne al PD, che ovviamente hanno fatto da detonatore all’astensionismo o alla fuga verso i cinque stelle e la lega di quote di elettorato tradizionalmente più vicine alle forze progressiste.

Ben diversa si prospetta la lettura del voto veneto, dove l’arretramento del centrosinistra e il deludente risultato della Moretti, visti in controluce rispetto al clamoroso risultato di Renzi alle europee di un anno fa, richiedono un paradigma interpretativo completamente diverso.

Sarebbe, perciò, un errore politico grave guardare con gli stessi occhiali i due film, anche se le loro trame in alcuni sequenze si sovrappongono.

Il primo film, quello “rivierasco”, ci dice della necessità di recuperare un rapporto più incisivo con quelle quote di elettorato che, o per il poco radicamento del partito o per la difficoltà (anche dovuto al poco radicamento) di coinvolgere il nostro popolo nell’azione di riforma che stiamo svolgendo in Parlamento, o ancora per la necessità di dare un miglior profilo (come nel caso della scuola) alle riforme in corso, ci ha momentaneamente abbandonato.

Il secondo film, quello girato in terra veneta, ci dice al contrario che non siamo riusciti ancora a consolidare quello sfondamento verso le categorie economiche del Nord, fatte essenzialmente di piccoli e medi imprenditori, di cui Renzi si era reso protagonista un anno fa, rompendo il pluridecennale muro di diffidenza che connota l’atteggiamento di quei mondi verso la sinistra.

A meno che non si voglia risolvere il tema che il voto devastante attribuito alle destre in Veneto ci restituisce, con qualche battuta da caserma su “lady like” e così via, tanto ingenerosa quanto poco lungimirante, è evidente che le risposte vanno cercate altrove e non certo sulle stesse piste da battere per spiegarsi la débacle ligure: illudendosi che in questo caso si tratti semplicemente di ritornare sulle tracce del “nostro popolo”.

Insomma, un grande partito nazionale (“della nazione” o no poco mi importa in questo momento) non può non porsi sino in fondo una funzione di rappresentanza interclassista e territorialmente articolata secondo non necessariamente omogenei modelli di costruzione del rapporto con la/e società locale/i.

Purtroppo, le prime avvisaglie di discussione non paiono ancora sintonizzate su tale esigenza e reiterano il refrain delle diatribe interne tra maggioranza e opposizione dem. Laddove, invece, si imporrebbe un salto complessivo di maturità e responsabilità, proprio nel momento in cui i primi cenni di ripresa imporrebbero di non buttare via i sacrifici del lavoro già svolto, per non ripiombare il Paese nel baratro di una crisi politico-istituzionale endemica.

Salto che l’osservazione della “qualità politica” degli avversari (una destra egemonizzata dalle spinte populiste e xenofobe della Lega e un M5S ancora prigioniero del populismo antieuropeo) dovrebbe rendere ancor più cogente, agli occhi dell’unica forza in campo in grado di dare all’Italia l’indispensabile grado di affidabilità sulla scena internazionale.

Aggiungo a tale proposito una osservazione non marginale. Nei primi, abbozzati tentativi di analisi di questi giorni, alcuni esponenti della minoranza dem, paiono totalmente indifferenti alla questione “macro” che emerge da questa consultazione. Vale a dire il traino che la vicenda “immigrazione” sta fornendo alla ripresa delle destre, nella loro versione più estremista.

Traino che appare evidente non solo in Liguria e nel Veneto, ma anche nei clamorosi risultati della Lega in centro Italia. Un fenomeno ben poco richiamato rispetto ai “j’accuse”, tutti interne alle conflittualità democratiche, sollevati a chiave di lettura pressoché unica dei due risultati negativi registrati domenica.

Quanto ha pesato, ad esempio, sul voto di domenica, in particolare ma non solo nelle aree del “profondo Nord”, anche nel determinare l’arretramento del PD rispetto alle elezioni europee, la solida tenuta che il Presidente del Consiglio ha mostrato nei mesi scorsi di fronte alle spinte xenofobe manifestate verso il fenomeno degli sbarchi? Tenuta che si è articolata tanto nella incisiva azione svolta a livello europeo e mondiale, quanto in una vera e propria battaglia culturale a difesa dei principi della solidarietà e dell’integrazione.

Tenuta che sicuramente ha comportato un pesante pedaggio elettorale, e a supporto della quale non si può certo dire che sia venuto dalle componenti interne del PD più critiche verso Renzi un sostegno “da sinistra” almeno altrettanto vigoroso delle censure rivolte su altri temi, quali la legge elettorale, il jobs act, la “buona scuola”.

Naturalmente, mi rendo conto che questa mia riflessione “a tiepido” pone domande e non dà risposte. Ma le domande hanno un segno chiaro, rispetto all’esigenza di profittare dell’attuale delicato passaggio per ritornare sul tema di cosa vuole essere il PD.

Riassumendo. La prima domanda, quella più rilevante strutturalmente, attiene alla fisionomia stessa del Partito. Che deve decidere una volta per tutte: se mantenere il proprio riferimento prevalente nell’ambito di quel “popolo della sinistra” la cui identità appare peraltro sempre più difficile da identificare e fissare sociologicamente; o se, viceversa, tentare di insediarsi tra quelle fasce sociali ed economiche che in Italia hanno storicamente guardato a destra, inclinando talvolta verso le parole d’ordine più antistatali.

Prima ancora delle suggestioni sul “Partito della nazione”, il PD deve interrogarsi circa la propria vocazione a svolgere questa “funzione nazionale”. Per quanti difetti possa avere nella sua personalissima gestione della leadership, con le elezioni europee dello scorso anno, e proprio in Veneto, Renzi aveva mostrato di poter svolgere questa funzione.

A distanza di un anno, quel primo successo, che andava certo alimentato e consolidato, appare rimesso in discussione. Per ragioni contingenti, ma anche per il “rigetto” messo in atto da una parte dell’universo dem, che ha visto in quel passaggio più il rischio di contaminazione della purezza originaria, che non le potenzialità.

Lo dico con cognizione di causa, perché di quel “rigetto” sono stato anche interprete, ora “pentito”, e so quale peso esso giochi nelle costruzione della nostra discussione interna.

La seconda domanda riguarda, invece, la coesione interna al Partito, pur a fronte di un’articolazione delle posizioni politiche, che torni a farne una comunità governata da regole minime comprensibili e vincolanti per ciascuno degli associati.

In quest’ultimo anno, abbiamo assistito a un processo “degenerativo”, foriero a mio parere di molte insidiose patologie futuro, nel quale un certo e talvolta eccessivo decisionismo del leader a trovato compendio nel progressivo scivolamento della minoranza interna al PD verso un uso del diritto di critica e di espressione del dissenso, che si ribalta all’interno delle assemblee rappresentative.

Il campo delle questioni “eticamente sensibili”, per le quali vale l’inalienabile diritto al voto di coscienza si è così ampliato, a ricomprendere provvedimenti di diversa, per quanto rilevante natura. A mio parere, questa dinamica, se non rapidamente riassorbita in un patto di più matura e responsabile convivenza comunitaria, rischia di portare a un processo degenerativo difficilmente riassorbibile.

Diventando metodo: che varrà nei confronti dell’attuale minoranza, se essa un giorno dovesse tornare come maggioranza alla guida del Partito. Sempre ammesso che, a forza di giocare sulla lacerazione dei tessuti connettivi, l’organismo non finisca per smembrarsi e morire.

Ma ciò a parte, e a maggior ragione a  quanti hanno a cuore il recupero del rapporto con il “popolo” tradizionale della sinistra (e io sono tra questi anche se non disdegno una prospettiva interclassista), dovrebbe apparire evidente che per quel popolo le divisioni interne producono un effetto respingente, che credo abbia giocato non poco nell’arretramento in termini di voti assoluti e percentuali, soprattutto in Regioni rosse come la Liguria.

Non ho parlato delle altre realtà in cui si è votato, tra le quali la Campania, in cui è esplosa la questione “impresentabili”. Lo farò abusando della vostra pazienza nei prossimi giorni.

(*) Senatore del PD della provincia di Alessandria

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