Francesco la Curia e la pastorale della misericordia

Agostino Pietrasanta

fraNon credo che si tratti di un problema prevalentemente intraecclesiale; direi, al contrario, che si prospetti una svolta epocale che potrebbe interessare le diverse culture e mentalità, senza escludere le prospettive laiche del pensiero contemporaneo.

Per la verità di Papa Francesco parlano un po’ tutti e, quasi tutti, ne rilevano sia le aperture alla modernità, sia gli intoppi che gli provengono dalle reazioni della curia e degli episcopati più conservatori. A mio parere, si tratta di valutazioni che corrispondono ad una parte delle situazioni di fatto, ma per l’appunto solo ad una parte. La realtà è molto più complessa ed attiene il problema storico dei rapporti del Cristianesimo con la modernità; sia pure di una modernità che oggi e da pochi decenni interpella la Chiesa in un modo drammatico; basti pensare alle nuove frontiere delle immigrazioni, alle provocazioni di una sensibilità etica in divenire tumultuoso, alla sfida di una concezione dei rapporti familiari in rapporto di netta contrapposizione a quelli tradizionali, ad una diversa attenzione alla centralità della persona umana resa problematica dalla crisi di fiducia  per mancanza di lavoro nelle società più evolute. Tutto questo accompagnato da una domanda fatta urgente alle responsabilità ecclesiastiche, alle quali viene chiesto un aggiornamento inedito rispetto ad un messaggio dottrinale tanto obsoleto, quanto inatteso, nelle sue forme consolidate, dalla quasi totalità degli stessi cristiani: basti pensare alla morale sui comportamenti sessuali all’interno dello stesso matrimonio.

La sfida è di dimensioni straordinarie: altro che resistenza della curia ai tentativi di riforma dei vari organismi ecclesiastici, posti in essere da papa Francesco!

Il problema potrebbe indicare approcci diversi, ma se si volesse ridurre il ragionamento ad estrema sintesi si potrebbe osservare che le culture che più incidono sulla mentalità corrente soprattutto nell’Occidente “cristiano”, si ispirano al rifiuto di una morale oggettiva; il riferimento dei comportamenti correnti si ispira ad un estremo e radicale soggettivismo etico; l’esperienza e le scelte quasi esclusive si ispirano alla totale “libertà” dalle norme oggettive che tradizionalmente avevano influenzato i costumi. Da alcuni decenni le scelte sessuali, le decisioni sulla vita, sulla salute, sui rapporti affettivi sono cosa del tutto “sciolta” dalle indicazioni di una morale oggettiva: sono “cosa mia” per tutti o quasi tutti. Si tratta di una componente specifica della modernità e, tanto nel bene, quanto nel male, costituiscono la sfida per ogni autorità morale, per la Chiesa cattolica innanzitutto.

Sorge una domanda: perché la Chiesa innanzitutto? Per i suoi ritardi, peraltro denunciati da eminenti personalità ecclesiastiche (si pensi al card. Martini), nel porsi il problema del suo ruolo pastorale e del suo dialogo culturale col moderno. Il tutto reso anche più drammatico ed urgente considerato il grande prestigio del cristianesimo nel mondo, al netto di tutte le riserve e le contraddizioni storicamente inevitabili. Sottoposto ad una osservazione sistematica conseguente da parte di amici ed avversari, diventa ovvia la critica soprattutto nei confronti della Chiesa cattolica: ed ovviamente senza affrontare gli episodi, ormai diffusissimi, delle persecuzioni contro i cristiani; cosa che attiene un diverso ordine di considerazioni. Qui resta da osservare che essendo il Cristianesimo una religione incarnata nella storia, si fa drammatica una condizione di ritardo rispetto ai processi storici in atto e tra tutte le condizioni da valutare non stupisce che la più problematica sia proprio quella della Chiesa cattolica che tra tutte le confessioni cristiane ha fortemente sentito la questione dei rapporti con la società civile e con le civiltà di riferimento.

Non mi resta che procedere con inevitabile schematismo; gli stessi pontefici, almeno i più sensibili ad una pastorale del dialogo e del discernimento, rispetto ad una pastorale della presenza e della conquista seconde le logiche di un regime di cristianità, gli stessi pontefici, dicevo, hanno accusato una duplice frattura tra Chiesa cattolica e modernità: la frattura con le culture e la frattura col mondo del lavoro. L’attività di magistero e, di conseguenza pastorale, di questi pontefici, nel corso del secolo scorso ha visto l’iniziativa di due personalità eccezionali e straordinarie, ma piuttosto rimosse rispetto all’attenzione popolare: Benedetto XV (papa Giacomo della Chiesa dal 1914 al 1922) e Paolo VI (papa Giovanni Battista Montini dal 1963 al 1978). Il primo ha tentato una difficile inculturazione della fede soprattutto attraverso l’impegno magisteriale  per la costituzione di un episcopato indigeno. Per una struttura ecclesiale eurocentrica (almeno ancora per quasi tutto il secolo scorso) si trattò di un’innovazione che definirei ardita; va dato atto ai papi successivi di aver tentato, con qualche successo, di realizzare il progetto di Della Chiesa. Il secondo ha guardato con attenzione a tutte le culture, ha progettato un’apertura alle teologie di varia confessione religiosa, ha difeso le schema conciliare sulla libertà religiosa, ma soprattutto ha denunciato il difficile rapporto tra Chiesa e mondo del lavoro: una denuncia che ha marcato punte drammatiche in omelie straordinarie agli operai. Non c’è dubbio che su questa strada il ritardo del Cristianesimo, rispetto alla modernità, avrebbe potuto segnare recuperi significativi.

E tuttavia non sempre le strade del progresso procedono senza riprese conservatrici; spesso si verifica che alla strada del discernimento si sostituisca, magari solo momentaneamente, quella della conquista e della presenza egemone e, per aggiunta, può succedere che questo avvenga con personalità di grande prestigio e di indubbio carisma. Alle corte, anche per la Chiesa e per il Cristianesimo, lo spirito di termidoro sta sempre dietro l’angolo.

Ora, solo per titolo, si potrebbe affermare che il precipitato storico e culturale dell’evangelizzazione ha assunto, pressoché in esclusiva le forme dell’ellenismo e della romanità; forme di straordinario fascino, ma per l’appunto parziale. Benedetto XV e poi Paolo VI, indubbi cultori di quella forma, ne hanno tentato, con gli interventi fugacemente  succitati, il superamento, in nome di un’universale predicazione del vangelo e di una evangelizzazione incarnata nella storia,  presente nelle forme della inculturazione fra le diverse opzioni ideali ed i diversi costumi dei popoli. Non c’è dubbio che il tentativo di rifondare l’esclusiva della forma tradizionale dell’evangelizzazione ha trovato un grande maestro in Benedetto XVI (papa Ratzinger dal 2005 al 2013); ed i grandi maestri finiscono per incidere. In ogni caso si è trattato di un processo che ha rimesso in crisi la pluralità della inculturazione e, di pari passo, ha prodotto un appannamento del pluralismo con tutta la conseguente banalizzazione della varietà dei soggetti culturali. Insomma, un passo indietro che si è accompagnato ad una omiletica che, con cadenze talora ossessive, ha condannato il soggettivismo come fase suprema del relativismo etico.

Ora il problema sta in una necessaria ripresa del valore soggettivo; non perché la Chiesa ed il Cristianesimo non possano avere una dottrina, ma nel senso che si tratta di dottrina che deve aiutare i percorsi personali e non servire di condanna alle scelte di coscienza; perché in ultima istanza va riconosciuto che il supremo giudice di ciascuno è sempre la coscienza. Mi pare significativo, al riguardo quanto rispondeva Tommaso Moro (protettore dei politici: Dio li perdoni!) a chi lo consigliava di giurare fedeltà all’atto di supremazia del re sulla Chiesa anglicana, in disobbedienza alle indicazioni della S. Sede: una risposta che non condannava i suoi interlocutori perché se in coscienza loro avevano giurato non erano condannabili, ma sarebbe stato da condannare lui se, non permettendoglielo la sua coscienza, avesse giurato. Seguendo la propria coscienza, giudice soggettivo per ciascuno, alla fine (concludeva Moro, prima della decapitazione) si sarebbero trovati tutti in Paradiso.

Qui sta il punto, il recupero di un’evangelizzazione che individua in una formata e matura coscienza il percorso capace di ripresa di un dialogo col mondo e, per la Chiesa, con la modernità. Va da sé, giova ripetere, che si tratta di “coscienza formata” e la formazione non può avvenire che con gli strumenti culturali di riferimento (e dunque attenzione al pluralismo delle culture) e con i condizionamenti del proprio percorso occupazionale o della propria vicenda lavorativa (e dunque attenzione al mondo del lavoro).

Il tutto nella convinzione fatta propria dal Cristianesimo, in religioso ascolto della Parola di Dio, che la salvezza non è nelle capacità degli uomini, ma nell’intervento di misericordia del Padre comune: forse una traccia per un diverso e più convincente dialogo con le Chiese riformate. L’esempio di papa Francesco potrebbe essere decisivo.

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2 thoughts on “Francesco la Curia e la pastorale della misericordia

  1. Venerabile Agostino, ma non ti ricordi più che ci fu un Papa che fu anche operaio? Non ti ricordi più le di lui encicliche sociali? Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis e Centesimis annus? Le hai già messe nel dimenticatoio?

  2. Caro Alessandro, gradiremmo che tu ti annunciassi anche con il cognome, in modo da capire di chi abbiamo l’onore di ricevere i commenti. L’anonimato può essere tollerato talvolta come eccezione, ma, come vedi, gli altri commentatori ci degnano delle loro generalità al completo e a noi spiacerebbe dover censurare i tuoi interventi. Un caro saluto. Lo staff di Ap

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