A proposito del sindacato unico

Marco Ciani

renHa suscitato un polverone la frase di Matteo Renzi “Mi piacerebbe arrivare un giorno al sindacato unico”, pronunciata ieri nel corso della trasmissione Bersaglio Mobile su La7. Non è stato l’unico argomento trattato, ma sicuramente ha suscitato le reazione più indignate da parte di tutte e tre le maggiori Confederazioni sindacali.

Ma andiamo per ordine. La nostra repubblica ha conosciuto agli albori una fase unitaria, quando tutto il sindacalismo, di matrice marxista, socialdemocratica, repubblicana, azionista e cattolica si riconosceva nella CGIL.

Dal 1950 la componente di ispirazione cristiana si raccolse nella CISL (pur senza dare luogo ad un sindacato confessionale, come invece accadde in altri paesi europei) e quella laico/socialista nella UIL. Le differenze tra le confederazioni riguardavano certamente l’impostazione ideologica, ma anche la concezione stessa del sindacato.

In piena guerra fredda l’ispirazione marxista e quella democratica, di qualunque orientamento, risultavano incompatibili. Ma oltre a questo aspetto, bisogna considerare che anche la concezione stessa del sindacato era già all’epoca molto diversa: sindacato di classe inteso come cinghia di trasmissione sociale del partito in un caso, sindacato contrattualista/concertativo come libera associazione di lavoratori, autonomo dalla politica anche se in relazione dialettica con essa, nell’altro caso.

A grandi linee, quest’ultima distinzione permane anche ai giorni nostri, malgrado oggi tra la maggiore confederazione italiana ed il maggiore partito della sinistra i rapporti siano conflittuali.

Ci fu un’altra stagione in cui riprese forza l’idea di un sindacato unificato. Era il periodo della Federazione CGIL, CISL, UIL, negli anni ’70 del secolo scorso che ebbe probabilmente nella Federazione lavoratori metalmeccanici (FLM) la sua punta più avanzata. Ma anche quel tentativo terminò de facto il 14 febbraio 1984, con l’accordo di CISL e UIL, il cosiddetto ”decreto di San Valentino”, che tagliava tre punti di scala mobile e per tre mesi bloccava prezzi e tariffe, nonché uno scatto dell’equo canone previsto per le case in affitto.

Vale la pena di ricordare in questa sede, a trent’anni dal suo assassinio per mano delle BR, che l’ispiratore di quel provvedimento fu il rimpianto Ezio Tarantelli; sfidando la stragrande parte dell’opinione pubblica, con i suoi studi, il professore romano pose le basi per il superamento definitivo della spirale inflazionistica che attanagliava l’Italia dell’epoca.

A parte un accenno, in verità molto timido e quasi subito evaporato, di ripresa del dibattito sull’unità del sindacato a metà degli anni ’90, quando lo stravolgimento del sistema politico nazionale a seguito di Tangentopoli pareva aprire la strada ad una ridefinizione più complessiva del contesto sociale con i relativi corpi intermedi, non si ricordano episodi significativi.

Svolto questo breve excursus storico, possiamo dire tranquillamente che, in pratica il sindacato in Italia non esiste, nel senso che esistono “i” sindacati al plurale. E, a mio parere, è un bene che le cose rimangano così, perché, come detto poc’anzi, le concezioni che stanno alla base delle tre maggiori confederazioni sono troppo diverse per poterle ridurre ad una, senza forzature inaccettabili e foriere di gravi conseguenze.

Diverso è il discorso per quanto riguarda la ricerca di un’unitarietà nell’azione sindacale che può essere trovata ed anzi è da ricercare sempre e con perseveranza come prima opzione. Tra l’altro l’unità solidale dei distinti ha funzionato, tutto sommato, nel nostro paese, meglio di quanto non abbiano funzionato le esperienze nelle democrazie a sindacato unico o largamente prevalente.

Dunque, senza entrare qui nel discorso più generale e spinoso del rapporto tra il governo e i sindacati o sulla politica complessiva dell’esecutivo, che richiederebbero ben altro approfondimento e che rimandiamo volentieri ad altre occasioni, ma limitandoci invece alle ultime esternazioni di Renzi, c’è da dire, a mio avviso, che l’uscita sul sindacato unico è un errore.

Innanzitutto perché rappresenta un’invasione di campo. A parti invertite, che succederebbe se le centrali sindacali dessero indicazioni ai partiti su come regolarsi rispetto a fusioni o alleanze? Verrebbero tacciate di commettere un’ingerenza indebita. E giustamente, potremmo aggiungere.

Per stabilire un rapporto corretto tra soggetti sociali occorre innanzitutto che ognuno rispetti l’interlocutore ed eviti accuratamente di mettere in campo interferenze nell’altrui  sfera d’azione. Questa chiara suddivisione andrebbe sempre tenuta in considerazione al fine di evitare di avvelenare i reciproci rapporti ed la corretta autonomia delle parti.

Ma, a parte la questione più generale degli ambiti specifici, anche dal punto di vista del merito ci sarebbe molto da obiettare. Io non so chi abbia messo in mente a Matteo Renzi, ma non solo a lui, che un soggetto sindacale unico sia auspicabile o che costituisca la soluzione “normale”. So però di avere sentito questo ragionamento anche da parte di autorevoli esponenti del PD, ben prima che il premier si esprimesse in tal senso.

In realtà, se guardiamo al panorama europeo, la situazione è molto variegata e possiamo dire senza tema di smentita che il sindacato unico o prevalente costituisce piuttosto l’eccezione (anche se con almeno un esempio pesante), non la regola.

Lo ritroviamo nel Regno Unito, laddove il TUC, storico e antesignano sindacato è stato ridotto a brandelli a partire dal governo Thatcher, dopo i discreti fasti degli anni che furono. I successivi governi laburisti di Blair e Brown non sono riusciti a modificare sostanzialmente la situazione. Oggi sopravvive in alcune ridotte, tipo il settore automobilistico ormai in mano agli stranieri, e poco più.

La Gran Bretagna rimane comunque ad oggi uno dei paesi europei meno coperti dalla contrattazione collettiva. Facendo un’incursione oltreoceano, possiamo dire, mutatis mutandis, che una situazione analoga la si può trovare negli Stati Uniti. Anche in questo caso, l’azione politica del presidente Obama, il più liberal degli ultimi decenni, non è riuscita a modificare lo stato di semi/irrilevanza del sindacato.

Una situazione del tutto opposta la riscontriamo invece in Germania. Nei fatti il paese ha un limitato pluralismo sindacale: oltre l’80% dei lavoratori sindacalizzati è membro della principale centrale sindacale del paese, la DGB, della quale fa parte la potente IG Metal, il sindacato dei metalmeccanici. Certamente qui siamo in presenza di un sindacato che conta. Ma a ben vedere non conta tanto per il numero delle affiliazioni, dato che il tasso di sindacalizzazione, declinante, è del 18%, circa la metà di quello italiano (pensionati esclusi).

Conta invece perché il sistema legislativo prevede la Mitbestimmung, la codeterminazione, il cui cardine principale è la presenza del sindacato nei consigli di sorveglianza delle imprese, una partecipazione che nelle società sopra i 2 mila addetti risulta addirittura paritaria. Facile concludere che se il sindacato tedesco, peraltro molto concentrato nel settore industriale e assai meno presente nei servizi, mantiene le posizioni acquisite e non subisce perdite di influenza malgrado il calo degli iscritti, ciò è dovuto ad un impianto legislativo che lo agevola in modo determinate, riconoscendogli, nei fatti, un ruolo molto importante a dispetto dei numeri.

Tutto ciò premesso, e scontate le opposte ed eccezionali situazioni tedesca, inglese (e, per inciso, americana), non vi è praticamente altro paese d’Europa, in cui il sindacato non sia suddiviso in una pluralità di soggetti. Spesso le divisioni trovano origine nella diversa ispirazione politica originaria: comunista, anarchica, socialista, cristiana o laica.

E’ il caso della Francia, della Spagna, del Portogallo, del Belgio, dei paesi dell’Est Europa. In qualche caso la differenza tra un sindacato e l’altro è basata sull’appartenenza a diverse categorie professionali, come ad esempio in Svezia, dove la principale linea di divisione è quella tra operai e colletti bianchi, organizzati in confederazioni sindacali diverse. A volte troviamo sia l’una (ispirazione) che l’altra (categorie professionali) delle linee di demarcazione. Comunque, il dato di fatto è che la situazione normale in Europa è quella che prevede il pluralismo sindacale.

In conclusione. E’ facile immaginare perché al mondo della politica faccia comodo un solo soggetto di rappresentanza dei lavoratori: semplificherebbe il quadro e toglierebbe i partiti dall’imbarazzo di distinguere le posizioni dell’uno e dell’altro sindacato. Che non sono completamente coincidenti. Anzi, spesso differiscono sostanzialmente. Basti pensare agli accordi con la FIAT, ora FCA, ed il diverso atteggiamento sul Jobs Act, contro il quale alcune sigle hanno proclamato lo sciopero, mentre vi è chi si è differenziato, pur nella critica.

Per questo è bene che il governo metta in conto di dover continuare a dialogare con più di una componente, soprattutto quando si parla delle confederazioni maggiormente rappresentative. In tale contesto, varrebbe la pena di analizzare meglio e capire le diverse proposte fatte dai sindacati nazionali e le relative specificità. Al contrario di quanto sostenuto da Matteo Renzi, a mio avviso, è proprio su quelle sfumature che bisognerebbe lavorare di più per il futuro.

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