Benedetta democrazia

Domenicale Agostino Pietrasanta

demoSe ne fa un gran parlare: ogni occasione è buona per riprendere la questione della crisi dei partiti. Quotidiani nazionali, ma anche attenti osservatori locali ne discutono le cause e le inevitabili conseguenze; si soffermano, in particolare sulla precarietà che ne deriva ad una democrazia non supportata dalla prassi dell’alternanza, dovuta alla contestuale assenza di una dialettica resa zoppa dalla “liquidità” delle istanze ideali contrapposte di una destra inesistente e di una sinistra svuotata di contenuti coerenti.

A mio modesto parere però, ma anche a parere di molti opinionisti, tutto ciò non è che il sintomo di una storia di lunga prospettiva. Non senza un motivo si richiama la vicenda di un Paese che, come il nostro, accusa una scarsa identità nazionale e, parallelamente di una vicenda politica, priva di autentica dialettica democratica, a cominciare dalle responsabilità della classe dirigente che ha costruito l’unità, senza nazione. Peraltro se è vero che tutti gli Stati nazionali sono risultati dell’iniziativa di una minoranza, in Italia tale minoranza non ha saputo o potuto coinvolgere i ceti popolari; i quali sono stati organizzati come opposizione allo Stato, sia dal Movimento cattolico, che da quello socialista. Insomma: uno Stato senza nazione. Quando le sensibilità nazionali sono emerse e si sono fatte valere, l’hanno fatto contro la democrazia e col fascismo.

Ora, certe radici hanno i loro effetti: non siamo popolo/nazione perché nelle strutture di lungo periodo le forze “subalterne” non hanno partecipato alla formazione di una dinamica democratica. La dialettica tra le parti in fisiologico contrasto nascerebbe  da una presenza popolare consapevole e con il supporto di regole accettate e condivise. Io credo che si stiano scontando fattori diversi che provocano l’indifferenza di partecipazione e che mettono in crisi partiti e democrazia; tuttavia la tradizionale assenza di una nazione ne costituisce la causa strutturale.

C’è stato un tentativo serio di recuperare il vulnus storico del Paese, almeno a mio avviso, solo da parte dei padri costituenti, quando hanno ipotizzato la fondazione di una democrazia sostanziale o progressiva; si tratta di un tentativo che si è identificato col progetto di una sinistra democratica, forse l’unica possibile per il Paese e l’unica capace di supportare il binomio giustizia/libertà. Il progetto voleva conciliare, meglio fondare le regole democratiche sulla partecipazione attiva del cittadino reso capace sul piano culturale ed economico di concorrere alla vita della nazione. Se questo si fosse realizzato avrebbe anche permesso a coloro che si fermavano ad una democrazia delle forme e delle regole e non anche della concreta capacità del cittadino di esserne protagonista diretto, di una diversa e contrapposta identità di destra democratica.

Non mi dilungo (altra volta mi è capitato di soffermarmi) sulle cause e sulle responsabilità che nell’arco temporale della “prima Repubblica” hanno vanificato il progetto e vengo ai problemi di oggi ed ai confusi dibattiti che ne conseguono.

Mi chiedo: anche solo per un qualsiasi tentativo di ripresa del progetto, per riproporre l’ipotesi e la realizzazione di un cittadino capace di partecipare alla vita politica, serve di più la legge elettorale (regola) o la questione del lavoro (sostanza)? Sicuramente chi ha lavoro potrebbe essere più interessato alla vita della nazione che non chi stenta un livello di emarginazione sociale. Mi permetterei di aggiungere: cos’è più di sinistra? Con questo non discuto l’urgenza di una riforma che corregga l’abiezione di una legge elettorale “porcata”, ma mi stabilisco delle priorità concettuali. Con la disoccupazione ai livelli ben noti, è più facile che si creino conflittualità che non interessi politici.

Ancora. Per un sistema che risulti idoneo ad una formazione politica e ad una consapevolezza civile, serve di più la riforma del Senato o la riforma della scuola resa consapevole delle sue finalità di crescita culturale per tutti e per ciascuno: aggiungerei come domanda: cos’è più di sinistra? Con questo non voglio negare l’urgenza di risolvere la questione di un bicameralismo troppo macchinoso per qualunque iter legislativo; anche qui mi pongo solo il problema delle priorità.

Mi fermo. Ma di queste cose bisognerebbe ragionare, mentre mi sembra (sia detto con tutta la modestia possibile) che l’assenza di una classe intellettuale adeguata, lasci irrisolti troppi presupposti che, in ogni caso andrebbero comunque richiamati.

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One thought on “Benedetta democrazia

  1. I princìpi sui quali si fonda la nostra Costituzione, purtroppo, stuprata da riforme volte a snaturarne la sua primigenia forma ispirata al Diritto di plurimillenaria tradizione, sono quei capisaldi che mettono al centro l’Uomo e lo tutelano nella sua dignità e nelle sue attività, subordinando altri aspetti come quelli economici, aspetti che oggi, stanno prendendo il sopravvento, con i risultati sotto gli occhi di tutti, giacché nulla è più efficace nell’azione di dividere popoli e Nazioni del vile denaro e dello sporco interesse economico oligarchico o, peggio, individuale, tanto da arrivare a ferire mortalmente lo stesso concetto di Diritto pubblico.

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