No al blocco degli scrutini

Domenicale Agostino Pietrasanta

img1024-700_dettaglio2_maturita-2__1431774719_2.36.47.95Non credo al blocco degli scrutini: è possibile che non se ne faccia nulla. Se non dovesse mancare qualche avvisaglia, gli effetti saranno nulli più che scarsi. Anche le lotte sindacali hanno una loro storia ed una loro ispirazione: il blocco degli scrutini marca una storia di sonori fallimenti, non ha mai sortito effetti di rilievo e la storia, se non è maestra di vita, dovrebbe esserlo per tutti quelli che sanno leggerne le indicazioni. Inoltre, se passiamo all’ispirazione, si tratta di una forma di lotta corporativa, quasi sempre proposta dall’iniziativa del sindacato autonomo, il cui tradizionale consenso numerico si è sempre accompagnato ad un inconsistente risultato contrattuale; al punto che il salario degli insegnanti risulta, per tutti, scandaloso. Certo, al riguardo anche le confederazioni hanno delle responsabilità, ma, per loro, la scelta del blocco delle valutazioni è, storicamente,  pressoché irrilevante e non credo che una storia possa essere facilmente dimenticata.

Va aggiunto che un blocco di uno o due giorni (la legge sugli scioperi non consente una lotta ad oltranza) potrebbe solo costituire un segnale di bandiera: credo che gli insegnanti e, in genere, la scuola e la stessa società non possano permettersi certi lussi.

Ciò posto ci sarebbero due osservazioni di quadro. Non c’è dubbio che ci sono in gioco, tra le altre, due delicatissime questioni: il problema del precariato e quello del potere ai presidi. Sul problema del precariato, mi lascia molto perplesso l’atteggiamento sindacale. Il fenomeno ha sempre costituito una piaga della scuola italiana e fa parte di scelte su cui non c’è carità di patria che possa obbligare al silenzio: i supplenti annuali godono sempre del salario minimo e, molto spesso svolgono il loro lavoro né più né meno (e forse, più) dei blasonati (si fa per dire) di ruolo; un bel vantaggio per le casse dello Stato, vantaggio ben presente alla classe politica della prima e della seconda Repubblica. Tuttavia va alla Gelmini una particolare palma di “merito”, perché quando ha soppresso una consistente fetta di organico di diritto, ha ottenuto come risultato una ragguardevole crescita di insegnanti precari. Ora, alle corte, se il sindacato, non si è fatto sentire allora, pur riconoscendo i limiti che in materia di assunzioni gli impediscono azioni dirette, perché non coglie l’opportunità di cento mila assunzioni da subito? Perché si vuole lasciare l’impressione che andava meglio Berlusconi che non decideva, che non Renzi che finalmente decide? e sia pure con tutte le riserve che giustamente si esprimono su certe decisioni.

Sul potere ai presidi, credo si debba ragionare all’interno dell’autonomia scolastica; tuttavia i sindacati esprimono riserve condivisibili, fino a che non saranno stabiliti controlli di carattere amministrativo gerarchico adeguati e rapidi. Se, come dice l’onorevole ministro, in fondo i favoritismi ci sono sempre stati, come si verifica peraltro in ogni rapporto fra uomini necessariamente imperfetti, proprio questo dovrebbe rendere attenti e prudenti.

Se però i sindacati “piangono”; Renzi ha poco da ridere. Su di lui se ne dicono anche troppe, ma sulla materia specifica dei rapporti col sindacato, mi limiterei ad un’osservazione. Se fossi in lui (Dio mi perdoni) starei molto attento a delegittimarne la rappresentanza: anche qui c’è una storia e c’è un situazione di fatto. La situazione di fatto che ci potrebbe interessare è quella di una latente, ma spesso emergente, conflittualità sociale inevitabile; se si rompe l’equilibrio, oggi sostenuto esclusivamente dalle famiglie e dal volontariato, della disoccupazione, giovanile soprattutto, le conseguenze sull’ordine pubblico potrebbero essere devastanti. Ora, del sindacato si può anche dire male, ma una cosa è certa: storicamente ha sostenuto anche una rappresentanza di contenimento della conflittualità; meglio: ne ha convogliato la forza su binari compatibili con una democrazia delle regole e della pace sociale. Parziali eccezioni non fanno che confermare la regola.

Può il premier banalizzare una constatazione di questo genere e, mi si permetta, di questa rilevanza? Personalmente lo ritengo troppo accorto per spingere oltre il punto di rottura.

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