Qualche considerazione sulla Resistenza

Gian Piero Armano

cosIl 28 aprile scorso, nel pieno delle attività e delle iniziative per ricordare e celebrare i 70 anni del 25 aprile, giorno della liberazione, nonostante il clima un po’ controverso e dibattuto tra Comune di Alessandria (sindaco) e ANPI provinciale (ma su questo ha proposto una meditata e precisa riflessione Agostino Pietrasanta apparsa il 30 aprile in Appunti Alessandrini, dal titolo “La Resistenza e la parte”) si è svolta una iniziativa lodevole che ha portato centinaia di studenti nella sala capitolare della cattedrale di Alessandria a vedere l’atto di resa del Presidio tedesco e dei militari della RSI al CLN di Alessandria.

Merita il plauso una iniziativa del genere perchè la visione di quel documento di resa non solo soddisfa la curiosità di chi, come i giovani di oggi, si sente distaccato da quegli avvenimenti a causa degli anni, ma, per il modo con il quale si è giunti alla stesura di quell’atto, si può comprendere che il 25 parile non ha padroni e non deve averne.

Per giungere all’atto di resa ci furono quattro giorni di acceso scontro tra i capi militari tedeschi e fascisti e i rappresentanti delle forze partigiane e fu reso possibile l’accordo finale grazie ad alcuni sacerdoti – quali mons. Pier Damiano Civera, allora vicario capitolare in seguito alla morte del vescovo Milone, il canonico Quinti Gho e don Urbano Viazzi – i quali, rischiando non poco per la loro incolumità, fecero la spola tra la sacrestia dei canonici, dove si trovavano i rappresentanti del Presidio delle truppe tedesche e fasciste, e l’ospedale civile nei cui sotterranei aveva sede il CLN alessandrino.

L’incontro fra le parti fu alquanto tumultuoso, in alcuni momenti l’intransigenza degli uni si scontrava con l’intransigenza degli altri, a tal punto che si rischiò di rompere la tregua d’armi e se ciò fosse successo, per la popolazione alessandrina sarebbe stato un disastro.

Dal 25 al 28 aprile 1945 furono giorni concitati durante i quali si discusse aspramente e quanto fu preziosa l’opera di mediazione dei sacerdoti citati per calmare gli animi e per giungere ad un accordo: così avvenne la resa delle forze tedesche e fasciste ai partigiani in Alessandria.

Con l’iniziativa del 28 aprile di quest’anno gli studenti hanno potuto conoscere attraverso il documento di resa e le spiegazioni ricevute, quanto è avvenuto in Alessandria e che concluse definitivamente il clima di guerra che durava ormai da cinque anni.

Ma in quei momenti di visita in cui mi toccò dare brevi spiegazioni sugli avvenimenti, mi frullavano in mente anche altri pensieri, riguardanti i cattolici nella Resistenza. E la prima constatazione è stata quella che i cattolici italiani furono lasciati soli a decidere quale scelta fare, a cominciare dall’estate 1943. Infatti i vescovi italiani tacquero invece di dare una parola chiara che sarebbe stata importante e utile. Tra il clero fu prevalente l’atteggiamento di prudenza, anche se non mancarono atti assistenziali che, in linea di massima, volevano restare neutrali. Tra i sacerdoti ci fu divisione: se da un lato ci fu un clero che, in nome di valori civili, riconobbe l’autorità ricostituita della RSI, ci furono altri preti che palesemente o nascostamente diedero un forte appoggio ai partigiani. Nella zona del cuneese diverse parrocchie furono i primi luoghi di raccolta dei partigiani che poi venivano smistati nelle varie bande.

Nell’ambito cattolico si delineò che la scelta tra collaborazionisti e resistenti dipese dal diverso grado di consenso che ci fu nel ventennio al regime fascista.

E’ vero che un certo sussulto di antifascismo nei circoli cattolici si manifestò già nel 1931 quando il fascismo eliminò l’AC: era l’ultimo ostacolo che impediva al fascismo di impadronirsi dell’attività organizzativa ed educazionale della gioventù. E’ vero anche che ci fu una reazione critica forte in alcuni ambienti   cattolici nel 1938 quando fu emanata la legislazione razziale.

Ma è altrettanto vero che non mancarono prese di posizione e di condanna da certi pulpiti e da certi vescovi contro le bande dei partigiani ritenuti “ribelli” nel momento in cui convergevano in montagna. Questi atteggiamenti erano la conseguenza di quell’anticomunismo viscerale presente nella cultura cattolica dopo il 1917 che condizionò l’azione di molti cattolici.

Ma è doveroso riconoscere quanto numerose furono le presenze di cattolici nell’esperienza partigiana. Soprattutto i giovani, un po’ per sfuggire all’obbligo di leva della Repubblica di Salò e anche perchè vogliosi di rivalsa nei confronti del regime fascista.

L’atteggiamento religioso non fu di ostacolo ad entrare nelle bande resistenziali, comprese anche le garibaldine, anche se non veniva riconosciuto come un valore motivazionale.

Inoltre nel triennio 1943/45 incominciarono a nascere bande cattoliche di resistenza, appoggiate e promosse dalla nascente Democrazia Cristiana che stava prendendo il posto del vecchio Partito Popolare. Le bande cattoliche, al di là delle differenze ideologiche, trovarono il loro spazio all’interno del movimento partigiano e poterono collaborare sia sul piano militare che politico con le altre realtà resistenziali.

Occorre però dire che l’azione partigiana dei cattolici non contemplava soltanto la lotta di liberazione dai tedeschi e dai repubblichini, e su questo piano non era difficile essere in accordo e in sintonia con i partigiani garibaldini o di Giustizia e Libertà. Se mai le divergenze, che qualche volta divennero anche motivo di preoccupante tensione, si manifestarono riguardo al progetto politico dell’Italia. Tutti volevano costruire un mondo nuovo, libero ormai dal fascismo e dal vecchio liberalismo, ma per i cattolici non si doveva prescindere da motivazioni cristiane.

Non solo per questo, ma anche per altre ragioni importanti, il 25 aprile 1945 fu sì giorno di liberazione, ma per un paese rimasto diviso, che non riuscì a ricomporre tutte le lacerazioni che, ancora oggi, qualche volta rigurgitano e creano nuove tensioni.

Ecco perchè resta viva più che mai la necessità non solo di ricordare la Resistenza, ma di continuare a vivere nella resistenza, impegno morale ben espresso da don Primo Mazzolari, prete antifascista e resistente, con le parole che scrisse nel 1955: “L’uomo libero e consapevole è sempre un resistente qualunque siano i tempi e i regimi. Chi tira i remi in barca perchè c’è bonaccia in aria, non sa o dimentica che in ogni momento la nostra coscienza morale e cristiana è posta davanti a delle scelte. La scelta crea la resistenza”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...